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Abu Omar e altro, ci scrive Spataro che le rendition non funzionano

In due editoriali pubblicati nei giorni scorsi, Lei ha definito “vergognoso” e frutto di “grottesco accanimento giudiziario” il processo celebrato a Milano per il rapimento dell’egiziano Abu Omar, poi trasferito e torturato in Egitto. Lei ha poi esultato per il rilascio a Panama di uno dei condannati, Robert Seldon Lady che, da capo della Cia a Milano, fu tra i principali responsabili di quel fatto, aggiungendo che i metodi violenti della Cia, “fondamento ultimo della nostra libertà”, sono irrinunciabili per quei “patrioti di ultima istanza” che “devono… mettere in condizione di non nuocere feroci nemici della libertà civile nelle democrazie moderne” .

25 Luglio 2013 alle 10:38

Al direttore - In due editoriali pubblicati nei giorni scorsi, Lei ha definito “vergognoso” e frutto di “grottesco accanimento giudiziario” il processo celebrato a Milano per il rapimento dell’egiziano Abu Omar, poi trasferito e torturato in Egitto. Lei ha poi esultato per il rilascio a Panama di uno dei condannati, Robert Seldon Lady che, da capo della Cia a Milano, fu tra i principali responsabili di quel fatto, aggiungendo che i metodi violenti della Cia, “fondamento ultimo della nostra libertà”, sono irrinunciabili per quei “patrioti di ultima istanza” che “devono… mettere in condizione di non nuocere feroci nemici della libertà civile nelle democrazie moderne” . Vorrei dirle subito che il rilascio di Bob Lady non ha stupito proprio nessuno, che non intendo in alcun modo lamentarmi per aggettivi e definizioni che compaiono negli articoli, né intrattenerla su principi costituzionali, obbligatorietà dell’azione penale, diritti umani: temi che pure, come può immaginare, a noi stanno molto a cuore. Vorrei piuttosto spiegare a lei e ai lettori perché mai certi metodi che tanto la persuadono non servono assolutamente a nulla nella lotta al terrorismo e hanno solo prodotto danni incalcolabili e ostacoli a chi lavora seriamente in quel campo. Partiamo proprio dallo scempio dei diritti determinato dall’ormai tristemente nota pratica delle extraordinary rendition. Esse consistono, come avvenuto ad Abu Omar, in veri e propri sequestri di sospetti terroristi, in successivi trasferimenti dei rapiti in stati “amici” al fine di torturarli in ogni modo e così ottenere informazioni utili contro il terrorismo. Interessano le “informazioni”, infatti, non i processi e si pensa che, per quella via, sia possibile prevenire i rischi per la sicurezza della collettività. Ma – prescindendo dall’incredibile numero di errori di persona che sono stati accertati – si tratta di una filosofia ottusa: chi è sotto tortura, come dicono gli studiosi di certe “pratiche”, è portato a dire ciò che il torturatore si aspetta e non la verità, anche se, naturalmente, la possibilità di ottenerla non potrebbe giustificare alcuna forma di illegalità. Non è un caso che Tyler Drumheller, già responsabile delle operazioni clandestine della Cia in Europa dal 2001 al 2005, cioè nel periodo più intenso delle rendition, abbia recitato un chiarissimo mea culpa per quelle inutili e dannose pratiche, aggiungendo che se gli autori “… non avessero compiuto azioni militari per vivere, probabilmente sarebbero stati rapinatori di banche”. Tra le forme di tortura spicca il cd. waterboarding, simulazione di soffocamento della vittima nell’acqua: la praticarono i francesi in Algeria e i Khmer rossi in Cambogia. Il mondo intero la definì “tortura”, ma nella war on terror, usata dalla Cia, si è parlato di “tecnica di interrogatorio”. Tutto regolare? E finalmente gli stessi esperti del settore, non più sottovoce, confermano che mai una sola informazione veramente utile è stata ottenuta per questa via. Continuare ostinatamente a ripetere il contrario serve forse sul piano mediatico, ma non inganna gli addetti ai lavori e le persone di buon senso. Altrettanto deve dirsi per un’ulteriore serie di strumenti messi in campo in questi anni. Mi riferisco allo “tsunami digitale” (la definizione è di Statewatch) abbattutosi sul mondo da 15 anni circa: tecnologie di sorveglianza su spostamenti e transazioni bancarie delle persone e sugli oggetti da loro utilizzati, gigantesche banche dati (persino sulle notizie personali relative ai passeggeri che si recano negli Usa) come se fosse legale e utile nella lotta al terrorismo raccogliere, senza criteri e regole di selezione, milioni di dati, così controllando e classificando mezza umanità. Per non parlare del trattamento riservato negli aeroporti del mondo a chi abbia fattezze arabe o un livido sulla fronte o la sfortuna di chiamarsi Mohammed! Salvo poi lasciar salire su un aereo – come avvenne nel Natale 2009 – un giovane nigeriano con l’esplosivo nelle mutande, di cui il padre aveva denunciato alle autorità americane la progressiva radicalizzazione e un sospetto soggiorno nello Yemen. La verità è che analisi e memorandum segreti fondati su questi dati si rivelano spesso banali o privi di fondamento scientifico: sembra persino incredibile che possano esser stati veramente generati da seri servizi di informazione. Ma poi uno pensa che la tutela della sicurezza collettiva viene spesso appaltata a società private e, dunque, tutto si comprende. La verità, per finire, è che tali intollerabili forme di illegalità “istituzionali” costituiscono un fattore di moltiplicazione di potenziali terroristi: ai gruppi estremisti, infatti, vengono in tal modo elargite nuove ragioni di proselitismo e di risentimento verso le nostre democrazie. Quanto ad Abu Omar, se egli non fosse stato sequestrato, la Digos della questura di Milano, che certamente sa fare il suo lavoro meglio della Cia e di altri “servizi”, avrebbe potuto continuare a intercettarlo e pedinarlo così arrivando a individuare altri complici oltre a quelli già arrestati e condannati. E anche Abu Omar, verosimilmente, sarebbe oggi in carcere anziché gestire un blog dall’Egitto. Caro direttore, a noi piace ricordare spesso quanto disse il presidente Pertini alla fine degli anni di piombo: “In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi”. Mi creda: non avemmo alcun bisogno di Cia o di altri servizi segreti, ci bastò la nostra polizia giudiziaria, la migliore del mondo. Grazie per l’ospitalità,

Armando Spataro, Sostituto Procuratore della Repubblica a Milano

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