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La caccia alle streghe nella chiesa

Il gran giornale radical chic, l’Espresso, si è scatenato, e tutti gli vanno o gli andranno dietro. E’ cominciata la caccia alle streghe nella chiesa cattolica. Il numero del settimanale in edicola reca un pezzo mirabolante per densità delle informazioni firmato dal vaticanista Sandro Magister. Il Papa ha nominato, mal consigliato o ingannato, monsignor Battista Ricca come prelato dell’Istituto per le opere di religione, la banca vaticana, per fare un repulisti. Ma il monsignore, ciò che secondo Magister fu dolosamente escluso dal fascicolo fatto leggere a Francesco, ebbe qualche anno fa un lungo love affair con un capitano dell’esercito svizzero, frequentava locali gay in cui ebbe la disavventura di essere pestato, e a un certo punto fu ritrovato in un ascensore rotto insieme con un giovane amico, più altri dettagli eccetera.

20 Luglio 2013 alle 12:30

La caccia alle streghe nella chiesa

Il gran giornale radical chic, l’Espresso, si è scatenato, e tutti gli vanno o gli andranno dietro. E’ cominciata la caccia alle streghe nella chiesa cattolica. Il numero del settimanale in edicola reca un pezzo mirabolante per densità delle informazioni firmato dal vaticanista Sandro Magister. Il Papa ha nominato, mal consigliato o ingannato, monsignor Battista Ricca come prelato dell’Istituto per le opere di religione, la banca vaticana, per fare un repulisti. Ma il monsignore, ciò che secondo Magister fu dolosamente escluso dal fascicolo fatto leggere a Francesco, ebbe qualche anno fa un lungo love affair con un capitano dell’esercito svizzero, frequentava locali gay in cui ebbe la disavventura di essere pestato, e a un certo punto fu ritrovato in un ascensore rotto insieme con un giovane amico, più altri dettagli eccetera.

Prima osservazione. Se Ricca fosse il diplomatico (il nunzio è un diplomatico) di uno stato secolarizzato occidentale come l’Italia, la Francia, la Germania, l’Inghilterra, la sola esistenza di un dossier che violi la sua privacy e la sua libertà personale di relazione sarebbe uno scandalo internazionale, l’indizio di una persecuzione omofoba punita dalle leggi in alcuni casi. Nessuno si sognerebbe di compilare un dossier personale sul ministro degli Esteri tedesco, sui sindaci di Parigi e di Berlino, tutti gay. L’Espresso metterebbe in copertina “la nuova inquisizione” ai danni di chi si comporta secondo criteri minimi, elementari, di libertà personale riconosciuti a tutti nelle relazioni amorose. Il giornale aveva notizie succose e le ha giustamente pubblicate, ma il titolo è “la lobby gay”, e richiama vezzosamente un’espressione usata dallo stesso Papa in un’udienza, “in Vaticano c’è tanta gente santa ma anche una lobby gay”.

L’espressione è in sé infelice oltre che incongrua per un giornale libertario che di recente pubblicò il bacio di due donne lesbiche a glorificazione delle proprie campagne intese a equiparare matrimonio e valori familiari corrispondenti, oltre la bieca ipoteca della differenza di genere. Rinchiudere linguisticamente in un ghetto di minoranza influente e nociva, come fu fatto per gli ebrei, comportamenti sessuali per altro verso giudicati segno e testimonianza di comune umanità, da accettare oltre ogni possibile discriminazione, è un atto profondamente illiberale. Non vale la distinzione tra gay dichiarati e non, perché la privacy impone il rispetto delle scelte personali anche quando non siano dischiuse al pubblico, anzi soprattutto in questo caso. Come aveva osservato sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia, quell’espressione, lobby gay, fu tollerata in bocca al Papa, ma sarebbe osteggiata come prova di intolleranza omofoba in qualunque altra bocca, in qualunque altro contesto. Se si dicesse che il made in Italy della moda milanese è governato da una lobby gay, l’Espresso verserebbe, e con lui gli altri giornali di un mondo beatamente secolarizzato, quintali di inchiostro per stigmatizzare il mal detto. Comprensibilmente.

Invece il Papa e il rapporto fra media secolari e chiesa cattolica fanno la differenza. Si entra appunto nell’incongruo, nello strano, e nell’indecifrabile premessa di una crociata “omofoba” da parte di una cordata culturale che vorrebbe introdurre in Italia leggi antiomofobe. Si aprono gravose contraddizioni etiche, che rivelano parecchio dell’ipocrisia ammorbante di tutto un modo di procedere nei sentieri della correttezza politica e ideologica da parte del mondo laico. Badate bene. Il secolarista del momento non dice di dare ai preti il diritto di sposarsi, di divorziare, di sposarsi anche tra maschi, ciò che sarebbe implicito nella sua scala di valori. Forse ha questa soluzione come riserva mentale e riserva tattica, e la tiene coperta. Per adesso apre una strana caccia ai gay in tonaca, ai comportamenti sessuali “deviati”: così almeno si leggono le inchieste sul clero cattolico e le sue lobby omosessuali, alle quali hanno aperto la strada le insincere e spesso abusive crociate contro la pedofilia, l’efebofilia e altri peccati carnali dei preti. La mala educación, per capirsi.

Seconda osservazione. La frase del Papa sulla lobby gay si prestava a gravi equivoci. Può succedere. E’ anche il prezzo di una peraltro benvenuta spontaneità, sorvegliata e sofisticata spontaneità di linguaggio, del successore di Ratzinger. La chiesa ha ovviamente tutto il diritto, almeno nella nostra concezione ratzingeriana e habermasiana del suo status particolare e delle sue prerogative nello spazio pubblico, di coltivare una propria scala di valori e criteri al centro della quale sta la chiamata alla castità per la parte maggiore del clero (in particolare il clero latino) e la considerazione del comportamento omosessuale, in sovrappiù, come elemento di intrinseco disordine del comportamento personale. Questo è chiaramente un suo problema, e un problema grande, visto che dopo secoli in cui lo ha risolto canonicamente e spiritualmente, attraverso le sue regole e la direzione delle anime e la gestione discreta del potere delle gerarchie, è stata infine obbligata a confrontarsi con i criteri del mondo. Sicché il fumo di Satana, con le sue pratiche spirituali ed esorcistiche ancestrali, ha lasciato il passo, per così dire, all’impostazione secolarista e alla sua ricezione in forma di espiazione: la pedofilia è un crimine contro l’umanità, ci si redime riconoscendolo e ammettendolo anche al di là del credibile, ci si mette sulla difensiva e si accetta lo schema del sistema mediatico e delle forze che vogliono secolarizzare a viva forza quel che resta dell’istituzione chiesa, per cui il prete è un potenziale molestatore di bambini. E’ stato questo, secondo me, uno dei non ultimi fattori di corrosione del papato di Benedetto XVI.

Ora la faccenda si complica ulteriormente. Finché si parla di bambini, è umanamente impossibile fare certe dovute distinzioni razionali, e si capisce che la chiesa non ha potuto far altro che rendersi schiava di un mondo che è riuscito a imputarle la corruzione dei piccoli, che com’è noto è diffusa e vive in molte istituzioni e cellule sociali, a partire dalle famiglie, ma è stata attribuita al clero come una prerogativa diabolica quasi esclusiva. Ma quando si parla dei gay il discorso, dalla parte del secolo e della chiesa che con il secolo ha deciso di venire a patti non tanto nell’incontro neoilluminista con la ragione (Giovanni Paolo II, Ratzinger) quanto nella tendenza postconciliare al sentimentalismo religioso e alla democrazia nella communio, non torna più. E’ un curioso spettacolo vedere che la caccia alla lobby gay, cioè la caccia alle streghe, diventa il trait d’union tra il sistema mediatico laico e un’idea fantastica e perfino grottesca di chiesa progressista.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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