La gaia scienza

Edoardo Rialti

Questo articolo ha come cornice due salotti: un salotto di molti secoli fa, in cui un gruppo di uomini tra risate, citazioni colte e colossali bevute cercano di definire cosa sia l’eros, come nasca, dove conduca, per poi lasciare spazio alle inaspettate parole del più sapiente e meno ubriaco di tutti, e uno molto più recente, agli inizi stessi del secolo appena trascorso, in cui l’alta società parigina vede d’un tratto cadere tutte le convenzioni e il bon ton per uno scandalo che i più non vorrebbero neppure nominare, e in cui la personalità più potente e rispettata della sala prende una decisione imprevedibile.

Questo articolo ha come cornice due salotti: un salotto di molti secoli fa, in cui un gruppo di uomini tra risate, citazioni colte e colossali bevute cercano di definire cosa sia l’eros, come nasca, dove conduca, per poi lasciare spazio alle inaspettate parole del più sapiente e meno ubriaco di tutti, e uno molto più recente, agli inizi stessi del secolo appena trascorso, in cui l’alta società parigina vede d’un tratto cadere tutte le convenzioni e il bon ton per uno scandalo che i più non vorrebbero neppure nominare, e in cui la personalità più potente e rispettata della sala prende una decisione imprevedibile. Si tratta del “Simposio” di Platone e di una scena dalla “Ricerca del tempo perduto” di Proust; ed è a queste due scene che forse occorre tornare nel presente dibattito sull’omosessualità, in un certo senso il tema di questi nostri tempi, nel quale si innervano molte altre realtà e questioni, visto che contengono una provocazione troppo spesso “saltata” quando ci si mette a dibattere al riguardo. Ma come diceva quel formidabile pedante di Aristotele “chi vuol aver successo deve prima porre le giuste domande preliminari”, o quantomeno provarci.

Uno scrittore e un lettore fine come Lewis notava con sarcasmo come spesso i “nuovi pagani” raramente conoscano il greco: chi si rivolge al mondo antico vagheggiando una sorta di età felice dell’eros in tutte le sue forme rispetto alle età oscure delle oppressioni religiose e borghesi raramente ha letto una sola opera classica per intero. Nella “prassi” del mondo greco-romano sull’omosessualità troverebbe passioni travolgenti, così come la brutalità più gelida, l’ascetismo più rigoroso e delle regole di comportamento e corteggiamento spesso molto precise e codificate. Alle spesso sgradite insistenze di qualche sostenitore del “così facevano i greci” uno vorrebbe ricordare l’Alessi di Mary Renault, che in battaglia trafigge un vecchio lussurioso sibilandogli “un tempo mi corteggiasti, ti sono abbastanza vicino, adesso?”. Nel mondo antico si incontra lo strazio di Achille per Patroclo – “la santa purezza delle tue cosce”, così come il più religioso e monoteista dei tragici, Eschilo, o Alessandro Magno lo intesero e cantarono – e gli stupri ai servi, i versi sull’amore “dolce-amaro” di Saffo e le infinite variazioni di battute a fondo osceno di Aristofane, le dure leggi romane, soprattutto verso gli adulti passivi, e il “caso Giulio Cesare”, incontrovertibilmente ammirato per le sue virtù virili eppure “marito di tutte, moglie di tutti”.

Platone stesso, anche in questo caso, come un po’ dappertutto, è stato tirato per la giacchetta, perché nei suoi scritti convivono spesso tratti che parrebbero inconciliabili, come gli inni alla potenza di eros – e più nello specifico soprattutto dell’eros omosessuale – con il rigido controllo dello stato e alcune severe condanne, soprattutto nelle opere più tarde e nelle sue allegorie politiche, per gli atti che esulino dalla procreazione. Sarebbe quindi parimenti difficile immaginarselo al gay pride – per quanto un ex lottatore dalle spalle larghe avrebbe fatto la sua distinta figura anche in tarda età – così come ai cortei francesi anti matrimonio gay, perché, come notava giustamente Eva Cantarella, negli ultimi scritti “il suo obiettivo non consiste nel ricondurre la passioni amorose alla corretta natura e nel permettere, quindi, di amare solo le donne, ma nel sopprimere ogni passione, autorizzando solo la sessualità riproduttiva”. Il punto infuocato e provocatorio di Platone va anzitutto cercato altrove, non nella prassi, che spesso egli censura con persino più vigore di tanti moralisti moderni, ma nell’aver gettato le basi di una “teoria” del valore dell’omosessualità. Tutta la sua concezione dell’autentica maturazione umana prende le mosse “quando si scorge la bellezza di quaggiù” (Fedro), e più nello specifico nell’attrazione fisica e spirituale che un uomo può esercitare su un altro uomo, permettendogli di intraprendere un cammino che arrivi a “generare nel bello”. L’eccellenza, la grandezza umana e civile, possono prendere le mosse proprio da questo primo moto attrattivo dell’anima, da questo struggimento per cui, sempre secondo Platone, chi era unito in Cielo a servire e cantare il medesimo dio si riconosce sulla Terra.

Qui, prima ancora che nelle azioni conseguenti o meno, forse sta l’unica grande scollatura e la domanda rivolta allo sguardo che ad esempio la cultura giudaico-cristiana ha poi riservato al problema, arrivando in tempi recenti non solo a condannare gli atti come “peccati che gridano vendetta al Cielo” pur nel rispetto e nell’assenza di discriminazione per le persone omosessuali, ma ancor prima nel definire la condizione stessa, “l’inclinazione”, sebbene non peccato in sé, tuttavia come “oggettivamente disordinata”, una stortura che, per quanto involontaria, non è naturale, e consegue alla caduta originale, assieme a tante altre cose. Per onestà intellettuale bisogna ricordare che la chiesa cattolica quando parla di natura non intende semplicemente la natura attorno a noi – che a sua volta ha i suoi gran casini, e non è né omofoba né gaia, come vorrebbero alcuni, ma semplicemente una gran porca – ma uno stato più autentico, di cui possiamo avere esempi e intuizioni, e che la rivelazione ha definitivamente palesato. Nella sintesi icastica offerta da alcune parole di Benedetto XVI a colloquio con Seewald, essa “non rientra nel disegno originario di Dio”. La civiltà occidentale avrebbe continuato così a raccontare “la prassi”, l’esistenza dell’omosessualità, nel più generale contesto della costante attenzione e dei costanti interrogativi che il sesso di per sé suscita.

Come notava con la consueta, profonda ironia Auden “perché si scrivono così tante poesie sull’amore sessuale e così poche sul mangiare – che è altrettanto piacevole e non delude mai – o sugli affetti familiari, o sull’amore per la matematica? In una forma spiccata, l’amore sessuale reca in sé la doppia impronta della natura e dello spirito, ed è quindi idealmente rappresentativo della nostra cultura umana”. E spesso alle condanne si sarebbero alternate non solo le voci di chi tale condizione l’ha vissuta sulla proprio pelle, con esiti e riverberi diversi, dalla gioiosa e casta lode shakespeariana ai ruggiti di Michelangelo o Testori, alle ninne nanne di Auden al suo “cigno” e al suo “amore volontario”, ma anche chi, senza esserlo, si è lasciato umanamente interrogare dal fatto. Dante, che pure il “Simposio” e il “Fedro” non li aveva letti e che è forse l’eterosessuale poeta più famoso della storia, quando tributa il suo addolorato omaggio al maestro Brunetto Latini, incontrandolo tra i sodomiti, è come se sintetizzasse tanto Platone e il suo “generare nel bello” in pochi versi: “Ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, / la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna”. Perfino uno dei più celebri e rigorosi apologeti cristiani del Novecento, quel sopracitato Lewis che riteneva senza mezzi termini la soddisfazione erotica tra due uomini un male, per onestà intellettuale e per i rapporti di stima con taluni omosessuali scandalizzò più di un lettore ammettendo che, nella sua scuola superiore, i bulletti che tiranneggiavano i ragazzi più piccoli si scrollavano di dosso un poco di vanità, crudeltà e senso mondano del prestigio solo quando si innamoravano di qualche altro compagno: “il quadro si rischiarava… Dopo tutto Platone aveva ragione. Eros, per quanto capovolto, insozzato, distorto e putrido, conserva ancora tracce della sua divinità”. Ma la posizione teologica che, ad esempio, la chiesa cattolica ha messo a fuoco nei secoli, anzitutto “appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni” (congregazione per la Dottrina della fede, Dich. Persona humana), e sul costante riferirsi alla “Tradizione”, rimane quella di una ferma condanna.

Pur ribadendo la misteriosità della condizione omosessuale nella celebre “Nota Pastorale” al riguardo è scritto che “la loro colpevolezza sarà giudicata con prudenza; ma non può essere usato nessun metodo pastorale che, ritenendo questi atti conformi alla condizione di quelle persone, accordi loro una giustificazione morale. Secondo l’ordine morale oggettivo, le relazioni omosessuali sono atti privi della loro regola essenziale e indispensabile”. Il giudizio di condanna per le unioni civili e il matrimonio omosessuale consegue direttamente da questa posizione basilare, per cui si giudica la condizione omosessuale “per la maggior parte di loro una prova”. Nelle parole del catechismo della chiesa cattolica, ad esempio costoro, tutti quanti, “sono chiamati alla castità”. Forse la notazione più semplice del problema l’ha espressa il vescovo ausiliare (ora emerito) di Sydney, Geoffrey James Robinson, quando esplicitò il cuore della questione: “Se si vuole cambiare l’insegnamento della chiesa sugli atti omosessuali, bisogna cambiare il suo insegnamento su tutti gli atti sessuali”. E’ appunto tale questione a rimanere aperta, il problema sotteso agli interrogativi, alle pretese, alle distanze di molti, che, forse prima ancora che su cosa fare dentro le lenzuola, credono che nello sguardo che le grandi religioni rivolgono all’uomo e ai suoi affetti, non ci sia spazio per loro se non come un problema da risolvere o arginare: può il moto fondamentale del proprio cuore, il punto da cui sono scaturite le intuizioni, gli struggimenti, gli slanci più personali e positivi, ciò che può ispirare il meglio della propria creatività, essere di per sé innaturale e ben peggio che “zoppicante”, come il comune “legno storto” dell’umanità kantiana? Ci sono “fronde” che offrono visioni diverse, come certe scuole di pensiero ebraico – con la consueta millenaria ironia per cui è ben difficile che, in un modo o l’altro un ebreo non infranga uno dei 612 Mitzvah mosaici – e talune chiese protestanti, ma la tale generalizzazione mantiene la sua validità, e in taluni casi le condanne morali si fanno perfino persecuzione e ostracismo.

Mentre per l’amore eterosessuale le grandi religioni chiedono perlopiù una “canalizzazione” del desiderio nell’alveo sicuro del fiume di una relazione affettiva propria – nei due pinnacoli del matrimonio o del sacrificio della vita coniugale e sessuale nel celibato consacrato,  due vie che non vogliono svalutare il sesso e la validità della sua attrattiva – agli omosessuali si chiede una lotta non tanto con delle possibili “derive” della loro inclinazione erotica, ma con la disposizione in sé. Come notava Vittorio Messori “per il credente dovrebbe esserci qui un motivo di profonda riflessione: se l’omosessualità, in ogni tempo e in ogni luogo, marca e marcherà sempre una percentuale (che sembra fissa), dell’umanità, può forse trattarsi di un ‘errore’ del Creatore? Che sono, questi nostri fratelli in umanità? Sono forse ‘scarti di lavorazione’? Perché Dio e la sua Provvidenza non siano offesi, occorre riconoscere che anche questo fa parte, enigmaticamente, del piano da Lui voluto e da Lui attuato. La teologia, qui, ha ancora molta strada da fare”. Molti omosessuali, magari anticlericali, palesano al tempo stesso una grande esigenza di sacro nella loro vita affettiva, anzi. L’esperienza personale di molti, più o meno chiaramente formulata, venne espressa da Carlo Coccioli quando in un suo romanzo, il protagonista si rivolge a Dio e gli dice “sono venuto, Padre, a testimoniare che ho udito la tua voce e colto il tuo cenno. Sono venuto a chiederti di non farmi indegno di lui. Sono venuto a dirti che nel guardare Laurent riscopro te: te non più invisibile, diffuso, indifferente, ma vivo, concreto, agente, consolatore”. Si avverte il proprio amore come profondo, pieno di valore, perfino “sacro”. Ai molti che nei secoli hanno raccontato lo strazio petrarchesco e tassiano di sentirsi dilaniati tra le proprie più profonde convinzioni religiose e morali e lo struggimento per il “breve confin di fragil viso” si contrappongano o alternano – magari nella stessa persona – coloro che credono e sperano in un Dio, in un senso della vita che “faccia il tifo” per il loro specifico amore, per quel “certo indicibile che” avvertito quando uno si sveglia appoggiato al petto della persona cara, e avvertite il battito del suo cuore. L’arcivescovo anglicano di Westminster, Hume, nel 1997 scrisse che “ l’amore di due persone, siano dello stesso sesso o di sesso diverso, va apprezzato e rispettato”. Molte confessioni religiose, interrogate dalle vite dei singoli, si interrogano e dibattono se ciò sia legittimo e fin dove possa spingersi. Le domande del “Simposio” sono ancora tutte qui.

E così veniamo al secondo salotto. Poco dopo il processo a Oscar Wilde, che scioccò un’intera generazione di omosessuali e non, Proust racconta come il suo indimenticabile barone di Charlus venga pubblicamente svergognato dal suo amante, che può finalmente permettersi di cambiare protezione. L’indicibile viene detto. Da quell’iperbolico vecchio titano che in collera “mandava fiamme, si dimenava in preda ad autentici attacchi nervosi per cui tutti tremavano” ci si aspetterebbe una scenata, ma è tale il dolore e la delusione “che in quel salotto che disprezzava, questo grande signore… in una totale paralisi della mente e della lingua, non seppe far altro che gettare sguardi atterriti, indignati per la violenza che gli veniva inferta, supplichevoli e interrogativi”. Intorno non incontra che il gelo degli ipocriti o dei moralisti, “ma c’era una persona che l’ascoltava… era la regina di Napoli… nessuno l’aveva sentita entrare a causa del trambusto provocato dall’incidente, di cui aveva immediatamente compreso il motivo sentendosi riempire di indignazione”. E la vecchia Borbone, dinanzi all’uomo ferito e messo a nudo nei suoi moti più privati “porse il braccio a Charlus… ‘Sembrate non star bene, caro cugino, appoggiatevi al mio braccio’, disse rivolta a Charlus. ‘Potete star certo che vi sosterrà sempre. E’ abbastanza solido’. Poi, sollevando fieramente gli occhi… aggiunse: ‘Sapete che un giorno a Gaeta ha già tenuto a bada la canaglia. Saprà servirvi da protezione’”. La storia delle battaglie civili sull’omosessualità del Novecento che ha visto Stonewall e le condanne britanniche fino agli anni Sessanta, le impiccagioni di taluni stati teocratici, l’abolizione della voce nella lista delle malattie dell’American Psychiatric Association nel 1973, i gay pride e le posizioni di Obama e Cameron, è in fondo anche la storia, incasinata come per ogni problema autenticamente umano – dalle suffragette alla libertà religiosa – dell’anelito, della richiesta, della pretesa, della presenza o dell’assenza di “quella mano”, la domanda che in qualche maniera alla riprovazione dei secoli o degli anni passati lo civiltà ribatta con un gesto al tempo stesso effettivo e simbolico, e quale debba essere la sua portata.
Tante posizioni al riguardo contengono sempre qualche verità e qualche riduzione. Una delle più grandi scrittrici omosessuali del secolo scorso come Mary Renault metteva in guardia già negli anni Cinquanta su chi fa della propria vita affettiva una “specializzazione… dando le spalle a ogni altra realtà, chiudendovisi a riccio, come in un grembo”, e Jeanette Winterson raccontò il fastidio di sentirsi accomunata a un’altra scrittrice da una studentessa solo perché entrambe lesbiche; come notava Paolo Zanotti, “se la studentessa avesse replicato ‘pensavo che lei fosse inglese’, o ‘pensavo che lei fosse donna’, non per questo avrebbe avuto ragione”.

Paolo Poli fa sempre sorridere quando, interrogato sui matrimoni gay, sbuffa che “il secolo del sesso è diventato il secolo della cucina” ma è anche vero che il maledettismo per cui l’omosessuale è grande solo quando è un lupo antiborghese alla Pasolini, risulta ancora una volta un ghetto e una macchietta. A ben guardare molti non chiedono tanto o soltanto la reversibilità del sistema pensionistico o le visite in carcere, luogo che uno spera di guardare sempre da fuori, ma una risposta specifica a quello che, ancora una volta è prima di tutto un interrogativo ontologico, e solo di conseguenza morale e sociale; ma qui a interrogarsi non sono le religioni, bensì quelle realtà molto giovani dal punto di vista della storia umana che si chiamano stati. Su quali basi questi fondano i propri diritti? E’ possibile indicare un valore oggettivo per cui un rapporto affettivo anche tra persone dello stesso sesso contribuisce al vivere comune e quindi “fa bene” allo stato? Dove si gioca il confine tra la semplice estensione di un diritto, come il voto alle donne o agli uomini di colore e la sempre dannosa confusione tra cose che non vanno poste in classifica ma semplicemente valorizzate nella loro differenza? Anche la fiera nobildonna, che Visconti voleva far interpretare a Greta Garbo, sostenendo quel barone che doveva essere Marlon Brando, pone a tutti noi, riuniti nel salone, un’altra domanda. Che mano può e deve porgere la Regina?