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Governare a sbafo

Così il partito della spesa pubblica si prepara a seppellire l’austerità

Di fronte ai presidenti delle regioni, che lo circondano nel lungo tavolo ovale di Palazzo Chigi, Enrico Letta fa esercizio di prudenza, che è antica ginnastica democristiana, s’impara con l’esperienza, ma bisogna pure avere una certa inclinazione di carattere alla cortesia, che è a sua volta ginnastica contro le passioni: troncare sopire, sopire troncare, prendere tempo, giustificarsi pudicamente. “Siamo a buon punto, ma le risorse europee arriveranno sul bilancio del 2014. Non dipende da noi”.

29 Maggio 2013 alle 06:59

Così il partito della spesa pubblica si prepara a seppellire l’austerità

Di fronte ai presidenti delle regioni, che lo circondano nel lungo tavolo ovale di Palazzo Chigi, Enrico Letta fa esercizio di prudenza, che è antica ginnastica democristiana, s’impara con l’esperienza, ma bisogna pure avere una certa inclinazione di carattere alla cortesia, che è a sua volta ginnastica contro le passioni: troncare sopire, sopire troncare, prendere tempo, giustificarsi pudicamente. “Siamo a buon punto, ma le risorse europee arriveranno sul bilancio del 2014. Non dipende da noi”. E dunque, mentre loro, che si chiamano Vasco Errani e Stefano Caldoro, Nicola Zingaretti e Luca Zaia, i presidenti dell’Emilia e della Campania, del Lazio e del Veneto, si contorcono nei lamenti, perché “è necessario sforare il patto di stabilità e ci vogliono investimenti pubblici”, il presidente del Consiglio che pure tanto aveva caricato di aspettative il vertice europeo del 27 e 28 giugno si fa cauto e, a incontro finito, quando quasi tutti hanno lasciato il Palazzo, sussurra due paroline di verità all’orecchio d’uno dei governatori più agitati: “Non posso andare al Consiglio europeo mentre sui giornali italiani sembra che vogliamo riprendere subito a spendere”. Bisogna dissimulare.

“L’italiano ha un tale culto della furbizia che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno”, diceva Prezzolini in un libro che non legge più nessuno. Letta non vuole arrivare debole di fronte ad Angela Merkel, la cancelliera dal piglio prussiano, seria seria e severa severa, alla quale il premier italiano dovrà spiegare perché abbia bloccato l’Imu ai suoi concittadini, perché intende bloccare anche l’aumento dell’Iva, perché ha finanziato la cassa integrazione in deroga ma non ancora riformato il mercato del lavoro, né rimodulato il sistema fiscale o innescato la ripresa economica secondo principi liberali e non assistenziali. “Il rigore non produce crescita bensì più recessione, ci sono 73 miliardi per i prossimi dieci anni da destinare a investimenti in infrastrutture europee. Per ogni miliardo di investimento si può dare vita a 12 mila posti di lavoro”, dice Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture.

E Stefano Fassina, viceministro dell’Economia di cultura solidamente laburista, uno dei leader del Pd: “L’attuale direzione di marcia ci sta portando al risultato opposto a quello che volevamo. Il debito va ridotto, certo, ma l’intervento sui pagamenti dei debiti della Pubblica amministrazione dimostra che per dare impulso all’economia bisogna fare più debito e più deficit”. Ed è proprio quello che Letta, adesso, vuole evitare che si dica e si riveli, perché i tedeschi ci osservano comprensibilmente preoccupati da questo folcloristico dibattito nazionale che si avvita allegro contro quelle politiche di austerità che, con la regia di Mario Monti, ci hanno appena portato fuori da una pericolosa procedura di infrazione europea per eccesso di deficit. Anche nel resto del mondo si dibatte, certo, e intorno all’austerità duellano alcune delle menti economiche più brillanti d’America e d’Europa. Paul Krugman deride le politiche di bilancio imposte dalla Germania e sulla New York Review of Books dice che i soloni del rigore hanno sbagliato tutto: gli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff hanno imposto il dogma che il debito pubblico non dovesse superare il 90 per cento per colpa di un difetto del software Excel che alterava i risultati, il Fondo monetario internazionale ha calcolato male l’impatto sull’economia degli aumenti delle tasse e del taglio della spesa in tempo di recessione, Alberto Alesina e Silvia Ardagna probabilmente hanno provocato danni convincendo le istituzioni europee che la storia dimostrasse che tagliare la spesa pubblica è la premessa della crescita. Però in nessun altro posto del mondo, Italia a parte, si ha l’impressione che la guerra all’austerità sia una piccola furbizia, una doppiezza senza tormento, un escamotage, la solita concessione ai desideri più immediati e pigri di un popolo in difficoltà cui non si indica mai un orizzonte e una prospettiva di crescita faticosi eppure remunerativi, ma piuttosto la strada più comoda, lasca, in definitiva miserabile. E i tedeschi che forse un po’ ci disprezzano, ma certamente purtroppo ci conoscono pure, se ne accorgono, come infatti teme Letta. Sanno che non c’è vincolo di bilancio e non c’è regola che in Italia, dove l’ossimoro si è elevato a scienza politica, non offrano l’occasione di essere aggirati e contemporaneamente pure rispettati, “L’Arcitaliano non ha paura / della legge di natura / e talvolta egli corregge / la natura della legge”, diceva Curzio Malaparte, nato Kurt Erich Suckert.

E così Lupi e Fassina, come i loro colleghi Flavio Zanonato ed Enrico Giovannini e Fabrizio Saccomanni, i ministri dello Sviluppo, del Lavoro e dell’Economia, si mantengono in equilibrio sul filo dell’ambiguità, di quell’allusione generosa alla crescita che però occulta, un po’ nega e un po’ afferma, la terribile e così dolce espressione “spesa pubblica”, quella che ha fatto la fortuna politica dei governanti italiani di ogni latitudine ed epoca. “Il patto di stabilità interno è totalmente un errore”, dice Lupi. E Fassina: “Va ricostruita la civiltà del lavoro”. Dunque il presepio politico si popola sempre più di interviste e annunci governativi incentrati sulla disponibilità di dodici miliardi aggiuntivi, su un nuovo tesoretto – altra parola magica d’Italia – che forse non esiste nemmeno. Annunci che tuttavia lanciano verso l’esterno la fondata e velenosissima sensazione che l’Italia voglia riprendere l’antica danza della dissipazione economica. Anche Silvio Berlusconi lo ripete ormai spesso ai suoi uomini, come Renato Brunetta: “Bisogna tornare a spendere, per crescere va sforato il rapporto deficit/pil”, come se si potesse farlo sul serio, come se Letta non si fosse già impegnato con gli altri leader di governo, come se il limite del 3 per cento non fosse invalicabile per l’Italia. Così lui, Brunetta, il capogruppo del Pdl, professore, onorevole ed economista nel partito di centrodestra che ha scoperto la sinistra socialisteggiante di Paul Krugman, spiega che “uscire dal rigore più cieco è un dovere” perché “abbiamo pagato a caro prezzo le politiche di Monti. La riforma delle pensioni ha prodotto il guaio tossico degli esodati; il mercato del lavoro è stato reso più rigido, per non parlare dell’Imu e del suo inasprimento”. Segnali allarmanti. E’ antica la tentazione spendacciona della politica, e i grancoalizionisti, nel clima consociativo e un po’ pazzotico di queste strane larghe intese, con Beppe Grillo che vorrebbe dare il reddito di cittadinanza a ogni italiano, “se potessi avere / mille lire al mese…”, incedono volentieri in una vulgata pro populo che offre fondi pubblici per decomprimere la crisi – “settantatré miliardi di grandi opere”, ha detto il ministro Zanonato – ma senza liberismo, guai, nemmeno nel centrodestra, laddove Margaret Thatcher viene pure seppellita con gli onori di madrina culturale: “Leader lungimirante capace di provvedimenti rivoluzionari” (Renato Brunetta, 8 aprile 2013).

L’Europa osserva, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy scrive una lettera per spiegare che la svolta è ancora lontana e che il lavorìo di queste ore non deve ingannare: se mai l’Italia otterrà qualche beneficio dal nuovo clima culturale post austerità, i risultati si vedranno soltanto nel 2014. E nel frattempo, avverte Van Rompuy, i vincoli restano. “La situazione è seria. Il governo non può galleggiare nel consociativismo”, dice Linda Lanzillotta, il vicepresidente del Senato, amica di Mario Monti, che difende l’austerità praticata dall’ex presidente tecnico del Consiglio, cioè “quei sacrifici e quelle politiche che ci hanno permesso proprio in questi giorni di rientrare dalla procedura d’infrazione per eccesso di deficit che l’Europa aveva avviato contro di noi. Non si può tornare indietro, a spendere, per crescere l’Italia deve tagliare la spesa e fare riforme di struttura, e magari anche pagare le tasse” che per gli italiani non sono spese di mantenimento della comunità ma sono viste come balzelli cui è lecito sfuggire; perché nelle tasse c’è quella confusa e mal realizzata idea che la salute, l’ordine pubblico, la scuola, il lavoro siano servizi che lo stato deve garantire e riqualificare.
Ed è sempre stato così, lo raccontava anche Camilla Cederna, negli anni Settanta. Sul treno che viaggia ansante verso Montecarlo, alla stazione di Ventimiglia passa il doganiere italiano: “Valuta niente?”, e come mendicanti offesi, i viaggiatori italiani scuotono il capo con tristezza mormorando dei “no” soffocati. Quando invece, di lì a poco, passa il doganiere francese che chiede: “C’è qualcuno che ha da cambiare mille franchi?”, gli stessi (che scenderanno tutti a Montecarlo) scattano premurosi aprendo dei portafogli gonfissimi. “Heureusement il y à les italiens”, dicono gli abitanti della Costa Azzurra accennando alle loro entrate. Anche allora c’era la crisi, anche allora ci fu l’austerity del 1973-’74, e anche allora si faticava a mettere d’accordo questa esibizione sfrenata di munificità con la crisi economica. Alcuni caratteri non cambiano, così pure i problemi, “per questo abbiamo bisogno di cogliere l’occasione delle larghe intese e avviare riforme di struttura”, dice Lanzillotta.

Eppure la parola “liberalizzazioni” non compare nemmeno una volta nel programma del governo di Letta, e il presidente del Consiglio non l’ha mai pronunciata in nessuno dei suoi discorsi pubblici, né dentro né fuori del Parlamento. Malgrado di liberalizzazioni, per la verità, si parli molto nel lungo documento elaborato ad aprile dai “saggi” voluti da Giorgio Napolitano, il gruppo di facilitatori che doveva preparare la politica italiana alla stagione delle riforme e delle larghe intese, il conclave di uomini ragionevoli da cui Letta ha poi attinto più di un ministro. Il documento dei saggi individuava un’enormità di “settori di particolare rilievo che consentono interventi realizzabili nel breve termine”. Citati in ordine sparso dal testo del documento: scorporo delle ferrovie, “dove al medesimo soggetto è riconducibile la rete e la gestione del servizio”; settore delle assicurazioni Rc auto che “appare caratterizzato da elementi che condizionano il pieno dispiegarsi delle dinamiche competitive”; il mercato elettrico che “è un mercato liberalizzato, ma nel settore della vendita al dettaglio esiste ancora un grado di concorrenza modesto”; approvvigionamento di gas perché “la rigidità dell’offerta ‘a monte’ mantiene i prezzi alti e ostacola la concorrenza nei mercati ‘a valle’”; settore farmaceutico dove “si riscontrano ancora rilevanti ostacoli all’ingresso dei farmaci generici con aggravio della spesa a carico del Servizio sanitario nazionale e di quella sopportata dai consumatori”; settore postale dove “andrebbe ridefinito l’ambito del servizio universale riservato a Poste italiane e andrebbero migliorate le condizioni alle quali gli altri operatori possono accedere alla rete dell’operatore dominante”; servizi pubblici locali “(rifiuti, acqua, trasporto urbano, illuminazione etc.) dove prevale la formula secondo la quale gli enti locali gestiscono il servizio tramite una società da essi direttamente controllata”. Indicazioni, queste dei “saggi” sulle liberalizzazioni, che nel documento vidimato dal Quirinale si concludono poi con una esortazione quasi scolastica: “La concorrenza aumenta il benessere dei consumatori, perché accresce le loro possibilità di scelta e porta una riduzione dei prezzi, e costituisce un potente catalizzatore per l’innovazione, che è uno strumento fondamentale per rafforzare la crescita e la competitività”. Altro che spesa pubblica.

Come dice Linda Lanzillotta: “Noi dovremmo imparare una cosa dai tedeschi, la ricchezza non cresce sugli alberi e non c’è premio senza sforzo”. Anche la Germania ha avuto l’euro e poi la grande coalizione, proprio come l’Italia, ma ne è venuta fuori più forte di prima. Dopo le dure riforme di Gerhard Schröder, il paese invecchiato e lento ha usato la grande coalizione (non di Pd e Pdl, ma di Spd e Cdu) per consolidare gli interventi impopolari eppure salvifici. Solo chi ha sofferto e sudato, chi ha fatto le riforme mentre gli altri spendevano inerti, chi ha riunificato un paese a brandelli, sa da quale tremendo pozzo di sacrifici derivino quella ricchezza e quella forza che oggi si riflettono nel mondo attraverso i nomi di Volkswagen e ThyssenKrupp, di Mercedes Benz e Siemens e Bosch e Carl Zeiss, tecnologia e acciaio, software e automobili, innovazione e complessa modernità, componentistica d’avanguardia. Persino la Grecia, dopo la cura da cavallo, dà qualche significativo segnale di ripresa.
Intanto, in Italia, dove l’austerità è evidentemente materia controversa, il ministro del Lavoro Giovannini ha avviato il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, primo provvedimento corposo del governo. Si tratta di circa un miliardo di euro. E Letta ha pure ripreso l’antico balletto delle consultazioni sindacali, con “le parti sociali”, ha incontrato i segretari della Cisl e della Cgil, perché gli ammortizzatori sono una priorità, i lavoratori disoccupati vengono sostenuti col denaro pubblico, assistenza per la sussistenza, com’è sempre stato soprattutto al sud governato dalla Democrazia cristiana, mollichine di pane fatte scivolare a terra, come raccontava Vicenzo Consolo con lo sguardo smarrito sulla massa derelitta che abitava il grande palazzo grigio dell’Inps di Palermo, in fondo a via Laurana, “un’umanità scarnificata che non si sa se ridotta tale dai sussidi o in procinto di salvarsi con essi”.

La salvezza di questa umanità si svolgeva a balze, a tappe, per i sei piani dell’edificio e per le stazioni dei vari sportelli, come in una Via Crucis o in una salita del purgatorio verso il paradiso. Il boccone del povero. E dunque la nazione meridionalizzata si accontenta delle briciole carambolate giù dal desco imbandito di populismo e non insegue l’orizzonte faticoso delle riforme che portano alla vera ricchezza, non rinuncia ai piccoli privilegi miserabili, vive come una minaccia l’idea di quei sacrifici che pure farebbero ripartire l’economia stanca della nazione sfinita. E perché mai dunque dovrebbe sorridere, amorevole e comprensiva, la signora Merkel?

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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