Una mostra a Manhattan

No future a chi? Il punk è eterno

Stefano Pistolini

Fu materia per tardivi imitatori, ramazzatori di briciole e critici occhialuti. Ed eccoci qui, noi del futuro, che ci ritroviamo a parlarne come della cosa del momento, o del culto indispensabile

Il 14 gennaio del 1978 Johnny Rotten guidò i rottami dei Sex Pistols sul palco del Winterland di San Francisco con un piano preciso, per quello che doveva essere l’ultimo concerto della band simbolo del movimento punk. Come laconico bis del loro spaventoso set, volle infatti suonare “No fun”, vecchio pezzo degli Stooges. Poi, mentre gli altri se ne andavano, gridò nel microfono: “Qui non c’è proprio nessun divertimento. Niente. Non avete mai avuto la sensazione di essere fregati?”. Fine. Punto. Perfetta, teatrale, disegnata morte di un movimento. Non poteva essere meglio di così, se ci si mette il successivo epilogo scritto col sangue di Sid Vicious. Pensare che, al momento, in Italia del punk non ci eravamo quasi accorti, e se ne parlava come di un cascame trash venato di fascismo. Tanto per dire quanto la circolazione dell’informazione sia il valore assoluto che ha cambiato il mondo in cui viviamo.

 

Comunque, da quel momento in poi il punk fu materia per tardivi imitatori, ramazzatori di briciole e critici occhialuti. La verve era andata. Storia. I più avvertiti sanno che da allora ebbe inizio la cosiddetta diaspora del punk, con la nascita d’una varietà di sottogeneri in progressivo allontanamento tra loro: goth, postpunk, anarcopunk, Oi!, con la deflagrazione d’una dozzina d’anni più tardi, quando si sarebbe concepito il grunge. Ma la questione originale era esaurita, conclusa, attraverso una sceneggiatura magistrale e interpretazioni sopraffine. Che meraviglia!

 

2013. Invece eccoci qui, noi del futuro, che ci ritroviamo a parlare di “punk” come della cosa del momento, o del culto indispensabile. Facezie generate da un evento per fashionistas che provocherà sentimenti contrastanti tra i feticisti. “Non esiste un’altra controcultura che abbia avuto la stessa influenza sulla moda”, dice Andrew Bolton, curatore del Costume institute al Metropolitan Art Museum di New York. E proprio al Met, fino ad agosto, va in scena la mostra “Punk: Chaos to Couture”. Durante la presentazione, le icone di Johnny Rotten, Vivienne Westwood e del fu Malcolm McLaren sono una accanto all’altra alle sue spalle, e ci si stupisce che nel vederle in un posto così ufficiale e ridondante non venga da ridere a tutti. Che volete farci? Il tempo passa, le dimensioni si modificano, gli slittamenti sono irresistibili. Però che c’entra quel vestito fatto di spille da balia disegnato per la vippissima Elisabeth Hurley da Gianni Versace nel 1994? E l’abito strappato di Chanel? Ah, capito: sono citazioni che scarabocchiano sulle intenzioni e la storia di un movimento imploso da oltre 12 anni. Sì, perché come questa mostra attesta, quella del punk è una vicenda che a posteriori è stata sbranata dalla gente della moda. E perciò non è incoerente che a curare l’esibizione di New York sia Riccardo Tisci, lo stilista italiano che ha rilanciato Givenchy e disegna per Madonna. E coerente, di conseguenza, è la sua dichiarazione: “E’ questione di libertà, di gioventù che esprime se stessa. Quando la gente è onesta e libera, è quello il punk”. Tisci racconta d’aver visto i punk per la prima volta a metà anni Ottanta (!), mentre era in gita a Londra con la famiglia, a spasso per Trafalgar: “Sembravano un esercito di highlander, coi loro giubbotti di pelle e gli anfibi”. Bisognerebbe obiettare che quelli erano i reduci, le caricature, i residui turistici d’una parabola esaurita. Ma no, qui in scena va la superficie, non il contenuto; l’indotto, non la sostanza. Perciò Bolton può arrivare impunemente a definire la mostra come il “futuro” del “no future” – slogan principale del movimento. Anche se agli spettri di Sid Vicious e McLaren verrebbe l’orticaria.

 

E’ sostenibile che il punk sia stato un’idea, un’estetica, e poi, dopo, una moda? E’ possibile che sia accaduto, ma di sicuro a dispetto degli interessati, con totale noncuranza verso le loro intenzioni originali. Anche se poi a noi piace pensare che “punk” sia un’attitudine che sfugge a datazioni e appartenenze temporali: lo stesso rapporto con l’audacia di rottura del vecchio punk si trova per esempio nei recenti e inquietanti film di Steve McQueen, un regista che porta tracce, consapevoli o no, d’infezione punk nella sua poetica.

      

Il problema sta nella sopportabilità di questo supponente marketing estetico. Nelle fastidiose generalizzazioni che accompagnano il celebrare un potere di choc, facciata esteriore di un movimento che esponeva un rumoroso rifiuto sociale, abbinandolo a robuste dosi di esibizionismo (di caso in caso, preponderante o inconsapevole). Comunque un gusto del clamore che si allontanava in fretta dal nichilismo e virava in direzione del narcisismo e forse, già dalle origini, delle scorciatoie per emergere “essendo”, prima che “sapendo fare”. Siouxsie Sioux, la migliore vocalist femminile espressa dal punk, era già una cult celebrity prima di cominciare a cantare, semplicemente presenziando ai concerti dei Sex Pistols come la fan più pittoresca e addobbata, quella da copiare per sapere cosa mettersi la sera del concerto. La musica è venuta dopo. Per lei, effettivamente, la moda del momento è stata il veicolo per costruirsi una carriera, poi suffragata dalle sue capacità espressive. Per cui bisogna pur constatare che ci furono due movimenti punk, uno mentale e uno fisico, uno formale e uno contenutistico, e che i due convissero perché c’era tanta ingenuità in circolo e un mucchio di gente astuta pronta a montare sul carrozzone. Oggi, in mostra al Metropolitan, va ovviamente solo la parte “vincente” (ai morti sul campo, si può tutto al più dare qualifica gratuita di “martiri”), quella estroversa e con la capacità di comunicare e vendere, non quella rissosa, popolare, senza nome e alla deriva, che fece del punk una grande onda umana fatta di ragazzi. Per quanto, è ovvio, questa fosse la parte più interessante. E la più sexy.

 

I critici della moda americani, sottolineandone la pochezza del momento, si augurano che questa mostra rappresenti la scossa necessaria a risvegliare i talenti locali. Poveri illusi. Una mostra che scuote un mercato… non succede più da oltre mezzo secolo, no? Se il messaggio che si dovrebbe diffondere è l’invito alla trasgressione, alla rottura delle regole, al sovvertimento del prestabilito, se si reclama coraggio, è altrove e non nelle vestigia di un movimento tosto, goffo e timidamente britannico che bisogna cercare conforto. In fondo, i migliori epigoni di quelle idee sotto forma di stile, talenti come Moschino e Alexander McQueen, nelle loro migliori intuizioni anni Novanta o Duemila hanno usato il punk come scintilla, come indizio da notare e subito superare. Non come un codice da riproporre. Perché il tempo non si ferma, e c’è polvere su quelle catene e quel cuoio nero.

 

I più perfidi, poi, offrono al tutto una spiegazione spietata. Il tema dell’ultima edizione delle esibizioni annuali al Costume institute – “Schiaparelli and Prada: Impossible Conversations” – ha dato risultati commerciali deludenti, chiudendo con 339 mila visitatori. L’anno prima Alexander McQueen ne aveva totalizzati il doppio. Motivo per cui è stato nuovamente contrattualizzato il responsabile del design di quella mostra, Sam Gainsbury, e si è puntato sul potere provocativo e visuale del punk, nella speranza di riaccendere il box office, sebbene l’attitudine anti establishment di questo stile andrà debitamente amministrata al pubblico del Met, borghese, quieto, intellettuale, relativamente conformista.

 

In sostanza non è una mostra sul punk – difficile e non necessaria, sostituibile da buone letture e ascolti – ma una celebrazione degli influssi del punk sulla moda. Perché, a dispetto dell’impeto di democratizzazione che il punk espresse nella sua ricerca – proprio in opposizione alle gerarchie dello stile – tanti grandi designer (fino al ripudiato John Galliano, per il quale in questa occasione newyorchese si prospetta una riabilitazione, in quanto credibile interprete della sua essenza) continuano ad appropriarsi del vocabolario estetico del punk, nella speranza di afferrarne la forza e la capacità di catturare lo spirito di ribellione giovanile.

 

Il Costume institute, avviato nel 1946, ha rappresentato a lungo la retroguardia nella scala di valori curatoriali al Met. Le cose sono cambiate con l’insediamento nel 1972 di Diana Vreeland e col succedersi di mostre di successo come “Romantic and Glamorous Hollywood Design” o “The Glory of Russian Costume” che ne fecero il talk of the town – mentre le relative inaugurazioni diventavano gli eventi a cui non mancare mai. Nonostante ciò, per i puristi la questione è rimasta in ballo: mostre di abiti possono essere degnamente annesse al mondo dell’arte di cui il Met è la casa? E i rapporti sempre più ravvicinati tra i Costume Insitute e i marchi leader di settore non minano l’integrità dei progetti? Dubbi legittimi, a sentire quanto ha da dire sull’evento Young Kim, vedova di Malcolm McLaren e detentrice del suo marchio dopo la morte nel 2010. McLaren oggi è universalmente riconosciuto come la mente strategica, ideativa e cinica del punk, fin da quando con la Westwood gestiva la boutique di Kings Road che, durante gli anni Settanta, cambiava sempre nome – Too Fast to Live, Sex, Seditionaries. Kim ora si fa sentire, sostenendo che la mostra del Met è piena di svarioni, attribuzioni errate, datazioni assurde, cantonate. “Dovevano ingaggiare Malcolm quand’era vivo”, ironizza. Poi, col contributo del critico di moda Paul Gorman, spiega come “Punk: Chaos to Couture” non goda del rigore che avrebbe, in quelle stesse stanze, una mostra di ceramiche cinesi, per non parlare del ruolo periferico riservato nell’occasione alla figura di McLaren. Kim ha scritto al Met e ai media, elencando gli errori che ha già rilevato, anche grazie all’esperienza maturata a fianco del marito nella sua crociata contro il business del falso punk, che spesso s’è appropriato indebitamente della sua griffe. Interviene anche il critico Michael Bracewell: “Il punk non smette d’essere un ciclone di energia tossica, da cui emana negatività. E’ incredibile il numero d’imbroglioni, chiacchieroni, banditori e ossessivi che s’agita attorno alle memorabilia del punk. Meriterebbe un libro a sé”. Idea non disprezzabile, in termini pop: sarebbe come rovesciare la frittata, sovvertendo le priorità, esattamente come fece in quella famosa notte di San Francisco Johnny Rotten, mettendo fine alla storia dei Sex Pistols in quanto oggetto di sfruttamento e non più artistica decostruzione del vecchio dadaismo – come pretenderebbe ancor’oggi Thomas Campbell, il direttore generale del Met, in cerca di legittimazioni per la sua ultima creatura. Lo stesso McLaren, col trascorrere degli anni, avrebbe sostenuto che alla fine “la moda era stata più importante della musica e che il punk era stato il suono di una moda”. Difficile da digerire per chi ci aveva creduto. Eppure sembra lo slogan preconfezionato per una mostra come questa, che si concentra sul potere del punk sulla moda, svincolandolo dalle vite e dagli accadimenti. Del resto nei suoi ultimi anni McLaren nell’ambiente del punk originale era visto più o meno come Satana.

 

Nel catalogo della mostra, comunque, appaiono legittimazioni importanti come gli interventi dello stesso Rotten, di Richard Hell – il padrino del punk newyorchese, membro dei Television, dei Voidoids e onnipresente animatore della scena artistica del Village – e la partecipazione di Jon Savage, autore del volume definitivo sulla storia del punk, il venerabile “England’s Dreaming”. Hell racconta di aver avuto la tentazione di rifiutare: “Non ero sicuro di volermi associare a una mostra che espone gli status symbol di gente piena di quattrini. Poi ho capito che era una sfida da affrontare e che era meglio esserci, per dare la mia versione dei fatti”. Ciò che scrive, in effetti, ha potere rappresentativo: “Ecco qual era l’essenza di ciò che sarebbe divenuto il punk: agire in modo consapevole per sollevarti dal nulla, sulla base di ciò che veramente avevi dentro”. Modo intellettuale di descrivere l’esperienza di quegli anni. La storia, aggiunge Rotten nel suo intervento, sarà di un movimento fai-da-te, destinato a finire distrutto dai media: “Tutto arrivava dai ragazzi di strada, ma venne circondato, divorato e distorto dall’informazione. Alla fine trionferanno i cliché e quella tardiva versione del punk inglese anni Ottanta, che troppo a lungo è rimasta in circolazione”.

 

La realtà, insomma, era un’altra. Ma adesso che importa, dal momento che è destinata all’oblio, mentre a Manhattan il bel mondo finge di nuovo di scandalizzarsi davanti ai manichini d’una storia che, in questo formato, non è mai esistita? E’ vero invece che le tracce del punk, dopo l’exploit creativo della fine degli anni Settanta, sono rimaste in circolazione, e parlando di musica hanno finito per pesare in modo oppressivo sulla scena britannica dei decenni successivi. Il fatto è che a fine Novecento tanti valori erano diversi da quelli a cui ci siamo abituati oggi. La musica aveva una centralità che ha perduto, era il posto fisico e mentale dove accadevano cose importanti, perfino rivoluzioni, altrove solo promesse. La musica era accessibile, condivisibile, economica. Beh, adeguiamoci. Perciò, se non avete modo di andare a New York a passeggiare nelle sale di questa esposizione glamour, ma volete lo stesso approfondire quel momento culturale, cominciate dando un’occhiata al dvd di “Rude Boy”, docu-film del 1980 che racconta gli inizi dei Clash e ritrae la Londra del tempo. E’ una città che non esiste più (come non esiste più la contemporanea Lower Manhattan), con le manifestazioni di Rock Against Racism e del National Front, coi ragazzi vestiti male, quasi di stracci, le facce pallide, le magrezze, con Londra che somiglia a Berlino est, anziché alla metropoli turistica delle recenti Olimpiadi. Però, sotto quella patina opaca, la città pulsa d’energie culturali: arte, rock e politica s’annodano strettamente, mentre il thatcherismo muove i primi passi e il dissenso diventa uno stile esistenziale. Londra è ancora piena di spazi riutilizzabili: impazza lo squatting, la controcultura è onnipresente, a Victoria Station scendono legioni internazionali di bohémien e il 1977 è l’anno zero. Passeggiando per Camden si ha la percezione d’essere nel posto giusto. Ti fai una birra al pub ed entrano i Clash, che hanno la sala prove dietro l’angolo. A dispetto del clima orrendo, si sta sempre in giro, non ci sono dvd e computer a darti la sensazione di vivere lo stesso, tra le confortevoli pareti della tua stanzetta. E da quei club che sembrano grotte, umidi come cantine puzzolenti, esce il suono che si reinventa ogni giorno, zuppo di sudore e idee. Come si può ridurre tutto ciò a uno “show” elegante nella narcotizzata New York del presente? Pace all’anima del punk, un’occhiata distratta a questi abiti che del punk colgono solo una risonanza estetica, tradotta in estraneità. E una notizia curiosa per gli irriducibili: a settembre i Sex Pistols pubblicheranno un box-set celebrativo per il 35esimo anniversario di “Never Mind The Bollocks” (vecchi avidi: tutto, per spremere qualche sterlina in più). Tra le rarità incluse ci sarà la prima versione ufficiale d’una canzone che la band eseguiva regolarmente dal vivo ma non venne mai pubblicata su vinili ufficiali. Si chiama “Belsen was a Gas”, con terribile, perfino ironico riferimento all’omonimo campo di concentramento (“Life is fun and I wish you were here / They wrote on postcards to those held dear”). Ecco il più sporco punk del ’77, se lo cercavate. Nessun Versace incluso. Dal sepolcro nel quale questa band riposa, esce un urlo marcio e postumo, capace ancora di farci rabbrividire. Sanno come si fa. Perché il punk è morto e detesta le nostalgie. Ma orrendi zombie si potrebbero agghindare per andare a infastidire i mercanti che ballano sulla sua tomba. E scommetto che al Met “Belsen was a Gas” sarà bandita dalla colonna sonora della festa inaugurale.

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