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Rinascita reale

A fine Ottocento per visitare l’Europa bastava un tavolo al Café Royal

Nell’ottobre del 1863 Daniel Nicholas Thévenon arrivò in Victoria Station, con appena quattro sterline in tasca, insieme alla straordinaria moglie (e cugina) Celestine (che di sterline ne aveva due e le teneva nascoste al marito). Nonostante l’elevato numero di francesi residenti nel quartiere londinese di Soho, quello non sembrava il momento più opportuno per aprire un café-ristorante francese. Costruttore di carrozze fallito e proprietario in bancarotta di un’enoteca a Parigi, Thévenon, contadino della Borgogna, stava scappando da una condanna a dieci anni di prigione per la frode di 250.000 franchi.

2 Aprile 2013 alle 06:59

A fine Ottocento per visitare l’Europa bastava un tavolo al Café Royal

Negli ultimi 20 anni aveva subìto un lento e inesorabile declino e 4 anni fa era stato chiuso per ristrutturazione dopo 143 anni di attività. Il Café Royal, in Regent Street, uno dei simboli di Londra e un tempo luogo di ritrovo di Oscar Wilde, Elizabeth Taylor e Virginia Woolf, è tornato dopo un lungo restauro che ha ridato vita al lussuosissimo hotel, al ristorante e agli arredamenti in stile Luigi XVI.
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Nell’ottobre del 1863 Daniel Nicholas Thévenon arrivò in Victoria Station, con appena quattro sterline in tasca, insieme alla straordinaria moglie (e cugina) Celestine (che di sterline ne aveva due e le teneva nascoste al marito). Nonostante l’elevato numero di francesi residenti nel quartiere londinese di Soho, quello non sembrava il momento più opportuno per aprire un café-ristorante francese. Costruttore di carrozze fallito e proprietario in bancarotta di un’enoteca a Parigi, Thévenon, contadino della Borgogna, stava scappando da una condanna a dieci anni di prigione per la frode di 250.000 franchi. Giunto a Londra, cambiò il nome in Nichols, divenne cittadino britannico nel 1865 e prese in affitto un negozio di tele cerate in Glasshouse Street, il cui retro si affacciava su Regent Street nel punto in cui la strada si collega a Piccadilly Circus. Da locale economico frequentato dai lavoratori francesi divenne il luogo prediletto della Londra bohémienne. Nichols aggiunse una “Grill Room” dai prezzi contenuti e un lussuoso ristorante interamente decorato in un inconfondibile stile francese a metà tra Luigi XVI e il Secondo Impero, con divanetti in velluto rosso, pilastri dorati avviluppati da figure femminili ampiamente svestite, riflesse in innumerevoli specchi, mentre sul soffitto i derrière delle driadi volteggiano insieme a compiaciute divinità, simili a dirigibili gonfiabili trasportati dal desiderio. L’ambizione di Nichols e la gestione di Celestine fecero sì che in poco tempo il Café Royal occupasse l’intero edificio, affacciandosi su Regent Street. Il semplice e telegrafico indirizzo era Restaurant, London.

Grazie al menu raffinato e a una cantina senza pari che permetteva di scegliere tra 600 tipi di vini, il Café Royal riuscì da solo a creare un’entente cordiale tra Gran Bretagna e Francia. Proprio come il famoso Rick’s Café di Casablanca, anche il Café Royal vantava una vastissima clientela, che includeva praticamente ogni europeo in visita a Londra, sia in ragione di un esilio politico, come nel caso di Boulanger, Rochfort o Kerenskij, o semplicemente per trascorrere del tempo insieme ai bohémien londinesi. Tra queste mura non era difficile incontrare Garibaldi, Rodin, Rossini, Gustave Doré, Caruso, Chaliapin, Anton Rubinstein, Hans Richter, Mark Twain, G. K. Chesterton o la famosa modella Nina Hamnett intenta a presentare James Joyce a Rodolfo Valentino.

E’ proprio ai tavoli del Café Royal, dove pranzava ogni giorno, che nel 1922, dopo aver perlustrato in lungo e in largo, la polizia britannica e quella irlandese trovarono Michael Collins, il leader del movimento indipendentista irlandese Sinn Féin. Ed è sempre tra quelle mura che nel 1936 il primo ministro Baldwin incontrò l’arcivescovo di Canterbury per discutere dell’abdicazione di un altro habitué del Café Royal, il Principe di Galles, divenuto in seguito Edoardo VIII e Duca di Windsor, che, in qualità di Grande Maestro, aveva utilizzato il Tempio Massonico del Café per iniziare il fratello, che gli successe come Giorgio VI, sia alla confraternita massonica sia a quella di cui facevano parte i Café Royalist. Ed è sempre nel Café Royal che il manager Mr Young ricordò a Re Leopoldo del Belgio che solo il sovrano britannico era escluso dalle leggi che regolamentavano la vendita di alcolici e ne proibivano l’acquisto dopo le 23,00.

Se questi fatti realmente accaduti possono sembrare più bizzarri di alcuni romanzi, è anche vero che sono poche le storie scritte a partire dal 1880 e ambientate a Londra che non citino il Café Royal, ambiente frequentato da scrittori, poeti e pittori, molti dei quali hanno anche dipinto il locale. Esempi ne sono “The Murderous Attack on Sherlock Holmes”, “Donne innamorate” di David Herbert Lawrence e altri romanzi di William Somerset Maugham, G. K. Chesterton, Arnold Bennett, Evelyn Waugh, Max Beerbohm, Wyndham Lewis, Ronald Firbank e Anthony Powell.
Questa “casa delle chiacchiere sulle cause perse” era anche il luogo d’incontro del Gruppo di Bloomsbury (Virginia e Leonard Woolf, E. M. Forster, Clive e Vanessa Bell, Maynard Keynes, Duncan Grant, Lytton Strachey ecc.), contraddistinto dal rigore intellettuale dietro a una fulgida cornucopia di donne mature determinate a non essere scioccate.

Tuttavia, sia Filippo Tommaso Marinetti, con il suo “Manifesto del Futurismo”, sia il pittore e romanziere Wyndham Lewis, con il suo esplosivo manifesto vorticista pubblicato sulla rivista Blast – con cui ha dato vita al “movimento inglese parallelo al cubismo e all’espressionismo, l’Imagismo in poesia, che ha dato il colpo di grazia all’impressionismo e al futurismo e ha rappresentato il rifiuto totale dell’arte naïf” – erano assolutamente decisi a determinare la “scossa del Nuovo”. Il ricchissimo Marinetti era stato molto munifico nell’offrire da bere ai frequentatori del Café Royal; tuttavia nessuno si accorse di lui quando, in smoking, declamò a gran voce il suo manifesto in piedi su un tavolo, a eccezione delle 3 sgualdrine al tavolo vicino che chiamarono la polizia. Quando lesse il testo per la seconda volta, dopo averlo infarcito di parolacce che scioccarono persino i frequentatori del Café Royal, almeno fu notato.
Il Café Royal fu teatro dell’“amore che non osa pronunciare il proprio nome”, che sfociò inesorabilmente in quella vera e propria tragedia greca che vide protagonisti quel Re del Café Royal – Oscar Wilde – e “Bosie” Lord Alfred Douglas. Il padre di Bosie, l’impetuoso marchese di Queensberry, che era solito utilizzare una frusta per cani per risolvere le sue dispute, fissò le Regole di Queensberry, che tuttora disciplinano la “nobile arte” del pugilato, praticata, oggi come in passato, in incontri organizzati dal National Sporting Club nella Grill Room del Café Royal, impreziosita da specchi dorati, di fronte a spettatori in abito da sera.

La strada verso la rovina fu costellata di pranzi al Café Royal. Wilde conobbe il ventiduenne Bosie nel 1891 e per i successivi 4 anni la coppia consumò insieme pranzi al Café Royal che costarono a Wilde complessivamente 5.000 sterline e si scambiò lettere che furono poi dichiarate legalmente compromettenti. Nel 1892, durante un incontro casuale con Wilde al Café Royal, il sospettoso marchese ne rimase affascinato. Tuttavia, con uno slancio di generosità, Bosie donò un abito a un giovane disoccupato che si guadagnava da vivere come prostituto e che, dopo aver trovato in una tasca della giacca un biglietto contenente una poesia in prosa, si mise a ricattare Wilde. Lo scrittore pagò, ma una copia della poesia fu spedita al marchese. La poesia recitava: “Ragazzo mio, il tuo sonetto è adorabile, ed è una meraviglia che quelle tue labbra rosse come petali di rosa siano state create per la musica delle canzoni non meno che per la follia dei baci. La tua sottile anima d’oro incede tra passione e poesia”.
Il marchese scarlatto lasciò un biglietto al club frequentato da Wilde che recitava: “A Oscar Wilde, che posa da sodomita”. Wilde citò in giudizio il marchese per calunnia. Il marchese vinse la causa e Wilde fu il primo a essere processato ai sensi della nuova legge che condannava gli “atti osceni” rappresentati dalla sodomia.
Durante l’attesa del processo, al Café Royal si tenne il pranzo più drammatico dai tempi della sua apertura. In tale occasione, il grande editore di tabloid Frank Harris, amico di Wilde, nonché persona acuta e casanova, cercò di convincere lo scrittore a fuggire all’estero. George Bernard Shaw – che secondo Wilde “non è diventato abbastanza importante per avere dei nemici, ma nessuno dei suoi amici lo ama” – era d’accordo, mentre Bosie cercò di trattenere il compagno affinché lottasse contro il suo odiato padre.

Oscar Wilde, ormai schiavo di Bosie, accusò Harris di “non comportarsi da amico”, venne processato e dichiarato colpevole dalla giuria. Una lista di ragazzi di vita che Bosie aveva fornito a Wilde divenne una prova d’accusa e a Wilde venne comminata la pena massima di 2 anni di lavori forzati. Quando lasciò Reading Gaol, Wilde abbandonò l’Inghilterra, e con essa il Café Royal, che vanta una rosa di 8 aficionados (tra cui il fondatore Daniel Nichols) con almeno un trascorso in prigione. “Il Chiostro o il Caffè: lì è il mio futuro. Ho provato il focolare, ma è stato un fallimento”, scrisse Wilde in un aforisma. Lo scrittore non poté più trovare il suo solito conforto nella certezza che “al Café Royal si pranza sempre all’una”.

Richard Newbury

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