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Non voglio sapere quante calorie (e metafore) ci sono in un cheeseburger

Non voglio sapere quante calorie ci sono nel cheeseburger, quanto colesterolo cattivo, grassi saturi, piombo fuso, non mi interessa quanti mesi di vita vengono polverizzati da una cena ricca di formaggi, salame e carboidrati. Anche la ginnastica di Michelle Obama, il suo orto e la metafisica del cibo sano e delle verdure lesse, tutta la voluttà per i pomodori anticancro: dev’essere magnifico, anche nutrirsi di germogli e di lavande gastriche, ma bisognerebbe risparmiare almeno il dibattito attorno agli anti radicali liberi contenuti nel radicchio rosso.

19 Marzo 2013 alle 18:08

Non voglio sapere quante calorie (e metafore) ci sono in un cheeseburger

Non voglio sapere quante calorie ci sono nel cheeseburger, quanto colesterolo cattivo, grassi saturi, piombo fuso, non mi interessa quanti mesi di vita vengono polverizzati da una cena ricca di formaggi, salame e carboidrati. Anche la ginnastica di Michelle Obama, il suo orto e la metafisica del cibo sano e delle verdure lesse, tutta la voluttà per i pomodori anticancro: dev’essere magnifico, anche nutrirsi di germogli e di lavande gastriche, ma bisognerebbe risparmiare almeno il dibattito attorno agli anti radicali liberi contenuti nel radicchio rosso. E’ un argomento così di moda, così deprimente, identico al disvelamento della dipendenza chimica che provocano zuccheri e grassi nel nostro cervello. Si parla sempre di cibo: per attaccarlo, rimpiangerlo, trasformarlo in un complotto delle industrie alimentari, nel veleno che ci porterà alla malattia, nel grande nemico dell’occidente. Le bevande gassate detestate dal sindaco Bloomberg, scrive il New York Times, sono considerate più pericolose per la vita umana della povertà stessa, e la povertà viene riconosciuta e combattuta soprattutto come un problema di salute e obesità (i poveri, hanno stabilito gli esperti, mangiano cibo spazzatura e bevono letale roba gassata in grandi confezioni risparmio).

I premi Pulitzer dedicano seri e allarmanti libri inchiesta ai grassi saturi (Michael Moss, “Salt Sugar Fat”), in cui denunciano il terribile scandalo alimentare: “Nelle mani dei produttori, il formaggio è diventato un ingrediente” (nel senso di: patatine al formaggio, cracker al formaggio, pizze al formaggio, surgelati al formaggio, maccheroni al formaggio), e questo ingrediente denso e grasso provoca un breve senso di beatitudine che a poco a poco trasforma l’intera popolazione in un branco di tossici che svaligiano i supermercati, perché non possono resistere a quel sapore drogato e preconfezionato. Il complotto mondiale del cibo grasso è un’ossessione, e anche quando si prova a combatterla, come Ron Rosenbaum sul Wall Street Journal, che scrive di “un’isterica crociata contro il grasso”, si resta comunque schiacciati, fra insinuazioni freudiane (chi opera la volontaria privazione del cibo avrebbe un problema con il sesso e con le gioie orali) e inviti alla disobbedienza civile attraverso il burro di arachidi e l’oca arrosto. E’ diventata una faccenda politica, il contrasto fra il puro piacere e il puro dovere, fra l’assuefazione e la ribellione.

Il mondo occidentale sembra essere diviso fra gli ignoranti che mangiano, i colti che digiunano, a parte qualche gambo di sedano, e i ribelli che ogni tanto si abbuffano di cibi proibiti (carboidrati, cioccolato, pancetta), soltanto per mostrare il proprio consapevole e coraggioso anticonformismo. Però il premio Pulitzer, dopo avere spiegato i danni dell’Impero del Male (industria alimentare) si lascia sfuggire la semplice verità: “E’ solo cibo. Dopotutto, decidiamo cosa comprare. Decidiamo quanto mangiare”. E’ solo cibo, ma siamo così sazi che l’abbiamo trasformato in metafora, e così affamati che è diventato cultura.

Annalena Benini

Annalena Benini

Nata a Ferrara nel 1975, laureata in Legge, è al Foglio dal 2001. Scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede. Cura per il Foglio un inserto settimanale, Il Figlio, che esce ogni venerdì. Vive a Roma, è sposata e ha due figli.

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