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Arthur Wharton e una storia d'integrazione iniziata centoventi anni fa

Da Alex Oxlade-Chamberlain a Ashley Young passando per Ashley Cole, Jermain Defoe o Balotelli, almeno il 25 per cento dei calciatori della Premier League inglese sono oggi neri. Dal lontano 1982, anno dell’exploit mondiale del Camerun, l’Africa è considerata la terra del calcio del futuro, anche se al primo mondiale in casa (Sudafrica 2010) ha un po’ deluso. D’altra parte già nel 1966 un africano fu la stella del mondiale, anche se il mozambicano Eusebio allora era schierato con la nazionale portoghese. E d’altra parte il calciatore più grande di tutti i tempi è dai più considerato il nero brasiliano Pelè. Ma il primo fu Arthur Wharton.

15 Gennaio 2013 alle 11:45

Arthur Wharton e una storia d'integrazione iniziata centoventi anni fa

Da Alex Oxlade-Chamberlain a Ashley Young passando per Ashley Cole, Jermain Defoe o Balotelli, almeno il 25 per cento dei calciatori della Premier League inglese sono oggi neri. Dal lontano 1982, anno dell’exploit mondiale del Camerun, l’Africa è considerata la terra del calcio del futuro, anche se al primo mondiale in casa (Sudafrica 2010) ha un po’ deluso. D’altra parte già nel 1966 un africano fu la stella del mondiale, anche se il mozambicano Eusebio allora era schierato con la nazionale portoghese. E d’altra parte il calciatore più grande di tutti i tempi è dai più considerato il nero brasiliano Pelè. Ma il primo fu Arthur Wharton. Avvertono i più pignoli, non il primo nero o africano in assoluto a giocare a calcio: prima di lui c’era stato Andrew Watson, un difensore (all’epoca i ruoli non erano così precisi) nato nell’allora Guyana Britannica. Ma fu Wharton il primo professionista. Portiere nella Fotball League inglese tra 1885 e 1902, in squadre come il Darlington, il Preston North End, il Rotherham Town, lo Sheffield United, lo Stalybridge Rivers, l’Ashton North End, lo Stockport Country. Da segnalare in particolare il passaggio per il Preston North End, squadra oggi decaduta in League One (l’equivalente inglese della serie C), assente dalla massima serie dal 1961 ma capace di aggiudicarsi i primi due campionati, nel 1889 e 1890 e tuttora la quarta squadra ad aver vinto più partite nella storia della Premier League. Insomma, un misto tra gli equivalenti inglesi di Genoa e Pro Vercelli. Che ha peraltro anche il – poco invidiabile -  record storico del primo club i cui tifosi furono condannati per atti di teppismo sportivo.

Nato a Jamestown nella colonia inglese della Costa d’Oro, attuale Ghana, il 28 ottobre 1865, Wharton morì il 13 dicembre del 1930. Dotato nelle foto di un paio di tipici baffi a manubrio vittoriani, figlio di una principessa della casa reale dei Fante Akan, suo padre era a sua volta di sangue misto grenadiano e scozzese, ed era arrivato in  Africa come missionario. A sua volta Arthur arrivò in Inghilterra per diventare un missionario metodista, ma quando al college scoprirono le sue doti atletiche finì per dedicarsi agli sport a tempo pieno. Sport al plurale, perché  nel 1886 fu anche il primo detentore del record mondiale sulle 100 yard, che corse in 10 secondi: il che dimostra che il suo vigilare tra i pali non dipendesse certo dalla mancanza di fiato. L’anno dopo conquistò anche un record di corsa ciclistica tra Preston e Blackburn, giocò come professionista a cricket, e fu anche rugbysta. Se pure non possediamo filmati sulle sue performances, questo curriculum garantisce comunque sulle sue doti, che dovevano comprendere anche forti doti di umana simpatia, se si pensa al fatto di esser riuscito a farsi accettare da tifosi e dirigenti in un’epoca in cui i non bianchi non erano neanche ammessi alle Olimpiadi.    

Per celebrarlo e ricordare al tempo stesso questo esempio di integrazione, una fondazione a lui intitolata e la Bbc hanno appena iniziato una campagna, che si aggiunge a una serie di altre iniziative il cui numero è andato intensificandosi negli ultimi mesi: una lapide fu lui intitolata su una tomba senza nome nel 1997 su iniziativa dell’altra campagna “Football Unites, Racism Divides”, nel 2003 fu ammesso nella  English Football Hall of Fame e nel 2011 gli venne intitolata una borsa di studio. Infine, e siamo ai giorni nostri, Sepp Blatter ha lui dedicato una statua di bronzo nella sede della Fifa lo scorso giugno e una targhetta, a Manchester, dallo scorso settembre porta il suo nome.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri" e, per ultimo, "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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