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I fuoriusciti

Manifesto morente, parla chi lo amò e lo lasciò

“Non una parola sul manifesto. Ci sono stato tre mesi, non lo leggo da vent’anni”, dice Giampiero Mughini. Mica facile parlare con i fuoriusciti. “Un giornale è un giornale è un giornale”, scriveva parafrasando Gertrude Stein uno dei padri del “quotidiano comunista”, Luigi Pintor. Ma il manifesto non è un giornale normale nemmeno in questa che sembra la crisi più difficile, segnata dall’addio della fondatrice Rossana Rossanda, mentre molte firme storiche rivendicano, anche con interventi sul giornale, un totale dissenso su come la direzione Rangeri-Mastrandrea sta affrontando l’incombente liquidazione della testata.

28 Novembre 2012 alle 14:48

Manifesto morente, parla chi lo amò e lo lasciò

Roma. “Non una parola sul manifesto. Ci sono stato tre mesi, non lo leggo da vent’anni”, dice Giampiero Mughini. Mica facile parlare con i fuoriusciti. “Un giornale è un giornale è un giornale”, scriveva parafrasando Gertrude Stein uno dei padri del “quotidiano comunista”, Luigi Pintor. Ma il manifesto non è un giornale normale nemmeno in questa che sembra la crisi più difficile, segnata dall’addio della fondatrice Rossana Rossanda, mentre molte firme storiche (Ida Dominijanni, Mariuccia Ciotta, Gabriele Polo, Angela Pascucci, Roberto Silvestri, Loris Campetti, Maurizo Matteuzzi, Astrit Dakli, Galapagos, Marina Forti) rivendicano, anche con interventi sul giornale, un totale dissenso su come la direzione Rangeri-Mastrandrea sta affrontando l’incombente liquidazione della testata.

Riccardo Barenghi (Jena), passato alla Stampa nel 2003 dopo un quarto di secolo al manifesto, di cui è stato anche direttore, vede nell’addio della Rossanda “l’esito dello scontro antichissimo tra chi voleva soprattutto fare un giornale (Pintor), e chi (Rossanda) lo pensava solo come strumento di un progetto politico”. Barenghi ricorda che, in una lettera indirizzata alla Rossanda nel 1973, Pintor scriveva: “Visto che il nostro giornale è fatalmente brutto, non sarebbe meglio rassegnarsi? Rassegnarsi vuol dire accettare non solo che sia brutto ma che sia, anche, un giornale: di modo che noi possiamo bensì scriverci come ‘uomini (o donne) politici’, ma occupandoci per il resto d’altro, e lasciandolo al suo volgare destino. Secondo me non cambierebbe nulla, e noi saremmo molto più felici. Io poi non ti dico… Con affetto. Bacioni, Luigi”. Era l’epoca in cui i contrasti diventavano dialettica creativa. Che cosa è cambiato? “Penso che il manifesto – risponde Barenghi – abbia cominciato a spegnersi con la morte del Pci. Ricordo che la reazione dei padri fondatori non fu di gioia ma di preoccupazione, perché il muro crollava da destra, non da sinistra. Mentre noi della redazione, educati politicamente proprio da loro a considerare il socialismo reale il nemico da abbattere, festeggiavamo”.
Le dimissioni polemiche di Marco d’Eramo sono di poche settimane fa, motivate dal fatto che “mai, ultimamente, è stato possibile discutere di ciò che sta accadendo, di una situazione in cui ci si contendono gli orticelli pietrosi dei nonni mentre si avvicina la liquidazione della testata, a fine dicembre. Dopo tanti anni, come altri  sono stato considerato alla stregua di un collaboratore esterno che vive in Australia. I redattori prepensionati, ai quali era stata promessa la possibilità di collaborare, non possono nemmeno più partecipare alla progettazione del giornale”. Ora, continua D’Eramo, “non vedo possibilità di un rilancio vero. Eppure ci sarebbe uno spazio immenso per un giornale di sinistra che si proponesse di interessare i propri lettori al mondo. Ma poi, come è possibile farlo conservando la testatina ‘quotidiano comunista’? Sono sempre contro il capitalismo, ma non so più che cosa sia il comunismo”.

Ritanna Armeni, che lasciò il manifesto nei primi anni Ottanta, spiega che “ogni singolo addio a quel giornale – e a quel mondo che assomiglia a un dramma famigliare perenne, in cui si incrociano vicende economiche, psicologiche, passioni, furori e amori finiti – fa storia a sé. Ma se devo trovare un peccato originale che valga per tutti, lo vedo nel fatto che il manifesto è stato vissuto come impresa eroica e un po’ come la negazione della legge di gravità: si può fare un giornale senza senza soldi e senza scrivanie, diceva Pintor, purché si abbiano delle idee. Tutto questo ha dato a chi l’ha fatto, vecchi e giovani, un senso di eroismo trasformato, nel tempo, in un elitarismo che riguarda allo stesso modo chi è rimasto e anche chi, come me, se ne è andato. Il concepirsi ‘a parte’ è diventato incapacità di stare al mondo tenendo conto di cosa è il mondo, fatto anche di compromessi e di mediazioni. Ognuno ha avuto i propri motivi per andarsene e io ho avuto i miei, ma al fondo c’è stata l’incapacità di stare insieme su un progetto meno che eroico”. Lucia Annunziata, direttrice dell’Huffington Post Italia, dopo dieci anni al manifesto lo lasciò per Repubblica, inseguita dall’anatema per avere scelto “un giornale borghese. Ricordo Pintor che mi disse: ‘Ci hai sfruttato e ci hai buttato’. Non so che cosa sia successo da ultimo, ma ognuno di noi che abbiamo vissuto quell’esperienza ha una sua interpretazione, un po’ come la religione, di che cosa è stato il manifesto. La mia è quella dello scontro insanabile tra chi voleva fare il giornalista, e quella di chi voleva fare politica. Nell’81 riuscii a fare un’intervista al capo degli squadroni della morte in Salvador. Eppure al manifesto la cosa creò scompiglio: una parte della redazione sosteneva che non bisognava far parlare un simile personaggio. Giornalismo come scoperta contro giornalismo formativo: per me non poteva durare”.

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