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Israele e la sua licenza di uccidere

I nomi dei candidati all’assassinio mirato finiscono su un archivio noto come “the bank”, la banca dati. Quando il target viene eliminato si traccia sopra il suo nome una grande “X”. Dieci giorni fa lo Shin Bet, il servizio segreto interno d’Israele, scova l’auto su cui viaggia Ahmed Jaabari, il capo militare di Hamas a Gaza. E’ una Kia argentata. L’intelligence avverte il capo di stato maggiore, Benny Gantz, e il premier Benjamin Netanyahu. Esiste l’opportunità di pochi secondi per assassinarlo.

23 Novembre 2012 alle 06:59

Israele e la sua licenza di uccidere

Roma. I nomi dei candidati all’assassinio mirato finiscono su un archivio noto come “the bank”, la banca dati. Quando il target viene eliminato si traccia sopra il suo nome una grande “X”. Dieci giorni fa lo Shin Bet, il servizio segreto interno d’Israele, scova l’auto su cui viaggia Ahmed Jaabari, il capo militare di Hamas a Gaza. E’ una Kia argentata. L’intelligence avverte il capo di stato maggiore, Benny Gantz, e il premier Benjamin Netanyahu. Esiste l’opportunità di pochi secondi per assassinarlo. Il capo dell’aviazione, Amir Eshel, dà l’ordine: “Kill the bastard”. Sempre così Israele ha eliminato l’ingegnere dei missili del Jihad islamico, Awad al Keek. Un palestinese ha usato una Sim card israeliana per telefonare al quartier generale dello Shin Bet a Tel Aviv. La password usata per comunicare con i superiori israeliani era “Yousef Ward”. 

“Targeted killing” in inglese, “sakum” in ebraico, omicidio mirato in italiano: è questo lo strumento più prezioso nelle mani dello stato ebraico nella lotta al terrorismo. Come spiega l’esperto di medio oriente Daniel Byman nel libro “A high price”, “gli omicidi mirati funzionano, hanno messo fuori uso Hamas, il Jihad islamico, le Brigate al Aqsa e hanno costretto gli operativi ancora in vita a spendere molto tempo per nascondersi”. L’operazione che ha messo fuori uso Jaabari fa parte di una decennale guerra di spie senza regole, spietata, sconosciuta.
Decisivo è il lavoro che lo Shin Bet, il cui motto è “Magen VeLo Yera’e”, scudo invisibile, fa con i suoi informatori palestinesi. L’agente di questi servizi è un mito vivente, persino i famigliari non sanno dove va, cosa fa, perché d’improvviso scompare e riappare. La gente gli tributa rispetto e timore perché corre immensi rischi personali infiltrandosi nei ranghi del terrore. Gli informatori sono chiamati “amil”, collaborazionisti (nei giorni scorsi da Gaza sono arrivate le terribili fotografie dei corpi trascinati per strada dai miliziani). Un anno fa la rivista specializzata Intelligence Newsletter, destinata alle agenzie di intelligence, riferì che a Gaza lo Shin Bet gestisce una “rete di centinaia di informatori”.

Monitorare la rete di cellulari serve a individuare la zona in cui si trova un capo del terrore. Ma è la spia a indicare l’abitazione precisa. Molti di questi informatori, dopo il ritiro israeliano da Gaza nel 2005, sono stati portati a vivere a Sderot, oltre la Linea verde, per proteggerli dalle vendette di Hamas. Hanno scelto le città sul confine per poter compiere occasionali visite ai famigliari. Alcuni informatori odiano l’islamismo che ha brutalizzato la popolazione palestinese. Altri sono semplicemente prezzolati, oppure sono diventati dei paria per via di “immoralità”, quali l’omosessualità o il consumo di droghe. Un rapporto di Amnesty parla di centinaia di palestinesi giustiziati per aver collaborato con Israele. E’ l’“Intrafada”, l’Intifada tra palestinesi. Khaled Abu Toameh, il miglior giornalista arabo-israeliano a seguire quello che accade nei territori, ha scritto sul Jerusalem Post che lo Shin Bet è riuscito a infiltrare uomini persino nelle Brigate Qassam, braccio militare di Hamas. In un’intervista alla televisione israeliana, il generale dei paracadutisti Herzl Halevi ha spiegato l’uso dei collaboratori durante “Piombo fuso”: “Se non fosse stato per gli informatori, non avremmo potuto concludere la guerra con poche perdite. I collaboratori ci hanno fatto scoprire le case minate e gli alberi dove avevano piantato bombe”. Il canale due ha raccolto poi le dichiarazioni di un ufficiale dello Shin Bet: “L’importanza dei collaboratori è cresciuta dopo il ritiro nel 2005. Sono le nostre orecchie e i nostri occhi”.
Tutti i grandi capi di Hamas – Ahmed Yassin, Saleh Shehada, Abd al Aziz al Rantisi e da ultimo Ahmed Jaabari – sono stati colpiti grazie agli informatori. L’attuale leadership israeliana, dal vicepremier Moshe Yaalon al ministro della Difesa Ehud Barak, è composta da veterani delle uccisioni mirate. Negli ultimi dieci anni, Israele ha realizzato 234 targeted killing in cui sono rimasti uccisi 387 palestinesi. Ecco il prezzo “accettabile” che Israele ha fissato per i civili palestinesi: 1,6 morti per ogni obiettivo del terrorismo. L’ex capo del servizio segreto e architetto di queste uccisioni, il ministro dell’Home Front Avi Dichter, ha detto che “non si tratta di occhio per occhio, significa prendere un terrorista a pranzo prima che lui ti prenda a cena”.

Durante la preparazione di un omicidio mirato Israele può ancora fare affidamento sulle “pressioni fisiche” negli interrogatori, ma in maniera molto più selettiva e rara che in passato. Nel 1987 la commissione guidata dal giudice Moshe Landau, il magistrato della Corte suprema che aveva presieduto il processo ad Adolf Eichmann, affrontò il problema degli interrogatori speciali. Il casus belli era stato il dirottamento di un autobus carico di civili da parte dei terroristi palestinesi: una volta che gli uomini dello Shin Bet riuscirono con un blitz a salvare i passeggeri (morì una ragazza), due membri del commando finirono nelle mani dei servizi, ma ne uscirono morti. Landau pubblicò una risoluzione: se l’interrogatorio serve a prevenire attentati terroristici, allora è ammessa una forma di “pressione fisica” (come lo scuotimento, il “tilul”). A Israele l’interrogatorio non serve per incriminare un individuo, ma per distruggere la sua cellula. Amnesty International e le organizzazioni israeliane per la difesa dei diritti umani accusarono Israele di essere “l’unico paese al mondo ad aver ufficialmente legalizzato la tortura”. Michael Koubi, il leggendario torchiatore israeliano dei capi del terrore, ha spiegato che l’interrogatorio avviene in tre fasi: “Ammorbidire” il prigioniero con condizioni ambientali sfavorevoli; conoscere particolari segreti della sua vita per ricattarlo; la “messa in scena”, cioè il colloquio deve avvenire in un posto spoglio, che non offra distrazioni, con luci dirette in faccia. Fra le misure adottate per fare pressione psicologica nei confronti dei capi di Hamas in prigione c’è il taglio della barba (anche l’Autorità palestinese ne ha fatto uso). L’umiliazione è tale che i capi del terrore si vergognano poi di apparire in pubblico. Anche Mahmoud Zahar, uno dei capi di Hamas a Gaza, l’ha subita.

La pratica delle “pressioni fisiche” era diventata così comune che nel 1999 la Corte suprema israeliana l’ha revocata. Michael Sfard, avvocato nelle cause dei diritti umani in Israele, di recente ha detto che “negli anni Novanta la pressione fisica era routine”, mentre oggi avviene “soltanto in casi eccezionali”. Di recente, alla Knesset, ufficiali dello Shin Bet hanno detto che in alcuni casi uomini di Hamas sono stati sottoposti a “misure straordinarie”. Dopo il 1999, spetta al procuratore generale indagare sugli eventuali abusi, ma in dieci anni non è stata aperta un’inchiesta, per ragioni di sicurezza. Gli interrogatori dello Shin Bet funzionano a tal punto che anche l’ex capo militare di Hamas, Saleh Shehada (in seguito ucciso da un missile), si dice abbia collaborato agevolmente agli interrogatori.
Due anni fa le ong dei diritti umani accusarono lo Shin Bet di “tortura psicologica”. Il riferimento è all’uso di famigliari per esercitare pressioni su presunti terroristi. Un caso ha riguardato Mahmud Soweti, arrestato tre anni fa e accusato di essere un leader del braccio armato di Hamas. Durante gli interrogatori lo Shin Bet gli fece credere che erano stati arrestati anche il padre e la moglie. Dalla cella Mahmud li vide in un cortile, circondati dai soldati, ma era una messinscena per indurlo a parlare.
La Corte suprema nel 2006 ha stabilito la legalità delle esecuzioni extragiudiziali. “E’ un dilemma”, ha detto il generale Amos Yadlin sugli omicidi mirati. “Un terrorista sta per uccidere venti persone in un ristorante. Ma se facciamo saltare in aria la sua macchina, tre innocenti moriranno. Come lo giustifichiamo?”. A testimonianza dei dubbi morali ci sono le lettere dei piloti obiettori che si sono rifiutati di partecipare alle esecuzioni mirate. Fra di loro anche il generale della riserva Yiftah Spector, aviatore pluridecorato che ha abbattuto quindici aerei nemici. L’establishment militare ha fatto muro contro le defezioni e anche l’ex presidente Ezer Weizman, uno dei simboli del laburismo israeliano, ha accusato i piloti di piangere su se stessi: “Devono essere congedati, è come un cancro che si diffonderà se non è eliminato”. L’ex capo dell’aviazione Dan Halutz, decisivo in esecuzioni emblematiche, ha detto ai piloti impegnati in simili azioni: “Potete dormire bene la notte, avete fatto un lavoro superbo”.

Sul piano internazionale Israele paga care le operazioni. Il generale Doron Almog doveva arrivare a Londra con un volo della El Al, quando l’ambasciata israeliana lo ha avvertito che c’era un ordine di arresto emesso da un magistrato inglese. Almog non scese neppure dall’aereo e tornò a Tel Aviv. Il giudice spagnolo Fernando Andreu ha cercato di incriminare l’ex ministro della Difesa israeliano, Benjamin Ben-Eliezer, e sei funzionari militari accusati di aver organizzato omicidi dei capi di Hamas. Nel dicembre 2007 il ministro Dichter rinunciò a partecipare a una conferenza in Gran Bretagna per non rischiare di essere arrestato. Un anno prima anche Yaalon rischiò la detenzione in Nuova Zelanda.
Saleh Shehada, fondatore dell’ala militare di Hamas, è stato definito da Shimon Peres, oggi presidente d’Israele, “un Osama bin Laden locale”. Il 22 luglio 2002, poco prima di mezzanotte, agendo in base a una segnalazione arrivata ai servizi da un informatore palestinese, i caccia israeliani si alzano in volo su Gaza alle 23.55. L’appartamento fu ridotto a un ammasso di polvere. Shehada morì sul colpo, insieme ad altri sedici civili, tra cui nove bambini. Yaalon, già capo di stato maggiore, avrebbe rivelato che l’esercito aveva già sospeso l’eliminazione di Shehada ben otto volte perché ritenuto in compagnia della famiglia. L’informazione su Shehada arrivò da Akram al Zotmeh. Non era sposato e viveva a Rafiah, con i fratelli e le sorelle. Suo padre possedeva un negozio di alimentari, ma lui aveva progetti più ambiziosi e si iscrisse all’Università al Azhar di Gaza. Studente di Letteratura inglese, Zotmeh era andato al British Council a Gaza per fare qualche ricerca sul Re Lear di Shakespeare. Incuriosito da uno straniero che leggeva un quotidiano inglese, Zotmeh si presentò. L’uomo gli disse di chiamarsi “Terry”, di essere canadese, di insegnare all’Università di Ottawa e che si trovava a Gaza per studiare le condizioni di vita dei palestinesi. Alla fine della conversazione, Terry aveva assunto Zotmeh per fargli da interprete, offrendogli cento dollari al mese. Terry lo presentò a un altro “canadese”, di nome David. Scoprì in seguito che Terry e David erano agenti israeliani. Zotmeh ebbe il compito di tenere d’occhio Shehada e la sua abitazione, la gente che andava a fargli visita e le auto che guidava. Venti minuti dopo che Zotmeh aveva riferito al supervisore israeliano la posizione di Shehada, l’F-16 sganciò la bomba.

Allo Shin Bet esiste un’unità specializzata per gli informatori, la numero 504. Una volta reclutati, Israele li porta in una fattoria al nord, non lontano dalla città di Nahariya. Li addestra e li fa rientrare a Gaza. Grazie a una informazione, l’esercito due anni fa è riuscito a eliminare Amir Mansi, uno dei produttori dei razzi Qassam. Un colpo per l’intelligence arrivò con il processo di Oslo, quando nell’euforia dei negoziati Israele dismise il quaranta per cento delle risorse destinate agli interrogatori.
Israele aspetta sempre che i capi di Hamas commettano un errore. Quello fatale di Abd al Aziz al Rantisi fu di tornare per una sera in famiglia. La moglie Rasha ha raccontato alle telecamere di al Arabiya le ultime ore di vita del marito, che viveva in totale clandestinità e aveva l’abitudine di non dormire mai nello stesso posto per due notti di seguito. “Era tornato a casa per la prima volta in tre mesi, i ragazzi erano contenti di averlo per loro dopo tanto tempo. Hanno scherzato e parlato di tante cose. Mio marito era sereno. Calata la sera è andato via e, poco dopo aver lasciato casa, gli israeliani lo hanno ucciso”.
Il punto debole dei ricercati di alto livello sono gli spostamenti. Gli informatori lo hanno imparato, li seguono e li studiano. E non è escluso che Israele sia riuscito a infiltrare uomini tra le guardie del corpo dei capi di Hamas. Nel caso di Rantisi, il sospettato principale è una delle sue guardie del corpo, Akram Nassar. Anche Yusef Zahar, fratello del leader di Hamas a Gaza, ha denunciato uno dei bodyguard come “informatore”. “Gli israeliani che lavorano con gli informatori – ha scritto in un libro di memorie l’ex capo dello Shin Bet, Yaakov Perri – mettono a rischio la propria vita ogni giorno, ogni ora. La possibilità che anche l’informatore più fedele abbia un ripensamento e riveli alle organizzazioni terroristiche le proprie attività resta sempre sospesa a mezz’aria. A volte i terroristi uccidono l’informatore, ma altre volte lo costringono a espiare le sue colpe uccidendo un agente israeliano”.

Gideon Ezra, vicecomandante dello Shin Bet, ha detto che “i nostri informatori sono sottoposti quotidianamente a pressioni enormi, occorre mantenere con loro contatti costanti, quotidiani, avvertire i loro sbalzi di umore. Si tratta di un lavoro molto complesso”.
L’uccisione, a Gerusalemme, dell’agente Haim Nahmani mise in luce per la prima volta uno degli aspetti di questa lotta segreta, gli incontri con informatori in insospettabili stabili borghesi. “Lavorare sul terreno – disse al quotidiano Hadashot un agente dello Shin Bet – è come camminare in un nido di serpenti. La tensione nervosa del ‘mestiere’ è tale che quando arriviamo a quarantacinque anni, l’età del congedo, siamo esauriti e non valiamo molto”. Per eliminare l’agente israeliano Oded Sharon, padre di tre figli, un dottorato in Criminologia, che lavorava nelle casbah, nei campi profughi, Hamas ha usato un infiltrato con indosso “mutande esplosive”. Hamas l’ha chiamata “Operazione puntura al cuore”.
Il dilemma d’Israele è racchiuso nelle parole di Rami Gershon, uno dei capi delle unità che partecipano alle esecuzioni: “Liquidiamo, il nostro lavoro è liquidare. Se non liquido, un bus esploderà e diciassette bambini saranno liquidati”.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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