Da Telecom a Fiat, perché il capitale italiano ora fa meno l'autarchico

Ugo Bertone

“Agli attuali livelli di capitalizzazione molte imprese italiane rischiano di diventare preda”. Questo l’allarme che Franco Bernabè, presidente esecutivo di Telecom Italia (Ti), lanciava cinque mesi fa, il 6 giugno scorso. Da allora le capitalizzazioni delle imprese italiane non sono cambiate granché. Ma il giudizio del manager, almeno all’apparenza, sì. Di fronte all’offerta di Naguib Sawiris, pronto a investire 5 miliardi in aumento di capitale Telecom, Bernabè si è detto “felice”, aggiungendo che “è una prova di fiducia nei confronti dell’Italia”.

    Milano. “Agli attuali livelli di capitalizzazione molte imprese italiane rischiano di diventare preda”. Questo l’allarme che Franco Bernabè, presidente esecutivo di Telecom Italia (Ti), lanciava cinque mesi fa, il 6 giugno scorso. Da allora le capitalizzazioni delle imprese italiane non sono cambiate granché. Ma il giudizio del manager, almeno all’apparenza, sì. Di fronte all’offerta di Naguib Sawiris, pronto a investire 5 miliardi in aumento di capitale Telecom, Bernabè si è detto “felice”, aggiungendo che “è una prova di fiducia nei confronti dell’Italia”. Certo, il numero uno dell’ex incumbent ha ottime ragioni, industriali e strategiche, per promuovere l’offerta dell’ex proprietario di Wind. Soprattutto dopo che ieri Sawiris ha annunciato al Financial Times che è pronto a fare anche un’offerta sulla francese Sfr che possiede la brasiliana Gvt, tanto cara a Bernabè. In prospettiva, dunque, si profila un progetto industriale coi fiocchi, un salto di qualità dalle miserie della Ti attuale alle prese con i debiti. Ieri anche l’ad di Ti, Marco Patuano, che finora aveva detto di non ritenere necessario un aumento di capitale, ha dichiarato: “Se il cda deciderà che l’acquisto di Gvt è un’opportunità, valuterà l’offerta di Sawiris”.

    D’altronde l’impressione è che ci sia un cambio d’umore, se non di rotta, nelle opinioni della classe dirigente. Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, per esempio, da ex banchiere regista delle operazioni Alitalia e Parmalat a difesa dell’“italianità”, ha così commentato l’offerta dell’imprenditore egiziano: “Ogni volta che investitori istituzionali dicono di essere interessati all’Italia, io sono contento”. Insomma, sono passati i tempi del colbertismo alla Tremonti che per la verità non ha raccolto, da Parmalat a Edison, molti successi. Oggi il numero uno della Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini, espone un’idea  diversa di italianità: “Non ci poniamo una questione di identità di nostri partner – ha detto a Sky – ma di cosa succede all’impresa. Possono esserci casi in cui gli azionisti possono essere esteri e vanno benissimo: casi classici in Italia sono stati General Electric con Nuovo Pignone, Lamborghini, Ducati. Casi in cui l’azionista estero si pone il tema centrale dello sviluppo dell’impresa. Allora deve essere non solo il benvenuto ma il più possibile incentivato ad arrivare”. Così, forse in maniera inconsapevole, Gorno Tempini, della scuola di Giovanni Bazoli, ha gettato le basi teoriche dell’“internazionalizzazione contrattata” del nostro sistema. Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le possibili relazioni tra quel che resta del salotto buono del capitalismo italiano e le centrali finanziarie internazionali. Marco Tronchetti Provera, ad esempio, dopo il divorzio tempestoso dalla famiglia Malacalza, ha dato mandato a Gerardo Braggiotti di cercare un nuovo partner: possibile che sia un privato italiano, più facile che sia il belga Albert Frère o il fondo sovrano del Qatar o di Singapore.

    I piani Marchionne (Fiat) e Greco (Generali)
    Lo stesso Sergio Marchionne, di fronte al ritocco del prezzo chiesto dai sindacati americani per la parte restante del capitale Chrysler, sta riflettendo sull’ipotesi di alleanze che rafforzino la struttura patrimoniale e la forza contrattuale del gruppo italiano, troppo malmesso per essere accolto a braccia aperte negli Stati Uniti, nonostante il grande rispetto per il suo ceo. Ieri l’ad del Lingotto ha escluso la cessione del marchio Alfa, poi è tornato a ribadire la necessità della fusione con Chrysler entro il 2014: “E’ un’operazione inevitabile”. Passiamo alla finanza: le Generali, per ora, non si toccano. Ma non è un mistero che Mediobanca, presto, dovrà ridurre la sua quota. Per ora l’ad Mario Greco si adegua, vendendo “le partecipazioni non più strategiche”. Ma è consapevole che la compagnia di Trieste avrà bisogno di spalle più larghe per dire la sua sul mercato delle polizze. Insomma, Telecom è ancora una volta il laboratorio degli esperimenti (spesso non riusciti) del capitalismo italiano: Sawiris è l’espressione della nuova internazionalizzazione del capitale nostrano; Telefonica, entrata a suo tempo in Telecom per bloccare Carlos Slim, è l’eredità di una stagione solo finanziaria, quando il made in Italy non aveva ancora toccato un’amara realtà: nelle casse delle nostre banche non ci sono più soldi.