Il nuovo custode della fede, una scelta in perfetto stile Ratzinger

Paolo Rodari

Perché il Papa l’ha nominata prefetto della Congregazione per la dottrina della fede? Voleva un tedesco, un teologo o un confidente? Risposta: “Non certo per la mia nazionalità, anche perché come cattolici apparteniamo tutti alla chiesa universale. Il Santo Padre conosce il mio lavoro teologico, non solo come autore ai Sinodi dei vescovi a Roma o in seno alla Conferenza episcopale tedesca”. Così l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, successore del cardinale William Joseph Levada e prima ancora di Joseph Ratzinger all’ex Sant’Uffizio, spiega a kath.net i motivi del suo arrivo a Roma.

    Perché il Papa l’ha nominata prefetto della Congregazione per la dottrina della fede? Voleva un tedesco, un teologo o un confidente? Risposta: “Non certo per la mia nazionalità, anche perché come cattolici apparteniamo tutti alla chiesa universale. Il Santo Padre conosce il mio lavoro teologico, non solo come autore ai Sinodi dei vescovi a Roma o in seno alla Conferenza episcopale tedesca”.
    Così l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, successore del cardinale William Joseph Levada e prima ancora di Joseph Ratzinger all’ex Sant’Uffizio, spiega a kath.net i motivi del suo arrivo a Roma. Una nomina tutta papale, che molto ricorda quella del 2006 del segretario di stato Tarcisio Bertone. Tanto che in curia dicono di lui: “Rimarrà dieci anni almeno. E’ una scelta del Papa. Qualcuno non ha condiviso, per i suoi presunti legami con la teologia della liberazione. Ma l’ha voluto Ratzinger. I detrattori si sono dovuti arrendere”.
    Nel 2006 quando arrivò Bertone in segreteria di stato in molti si sorpresero. Non appartenente al servizio diplomatico, il Papa lo scelse perché di lui, ex collaboratore al Sant’Uffizio, si fidava. E così ha fatto con Müller, al di là dell’amicizia con il prete peruviano Gustavo Gutiérrez uno dei pochi vescovi tedeschi in unità di sentimenti e intenti con la linea teologica del Pontefice. Qual è la priorità del suo lavoro? “Nel suo viaggio in Germania, il Papa ha parlato della necessità di portare Dio al centro. Si tratta di trovare il giusto equilibrio per portare questo messaggio nel mondo”.

    Anti curiale come era Bertone nel 2006, Müller deve anch’egli la nomina a una speciale confidenzialità maturata con Ratzinger. Da Ratisbona sovente, egli è sceso a Roma in compagnia del fratello del Papa, Georg Ratzinger. A lui confidava molte delle sue aspettative, si dice anche un certo dispiacere maturato nel 2007 quando nuovo arcivescovo di Monaco e Frisinga – cattedra che fu di Ratzinger dal 1977 al 1981 – venne scelto Reinhard Marx e non lui. Ma l’affidamento nelle sue mani dell’Opera Omnia di Ratzinger – lavoro prezioso per il Papa teologo e scrittore – gli fece comprendere che il futuro sarebbe stato comunque importante. Così è stato, il 2 luglio il Papa l’ha portato nel ministero più prestigioso, watchdog e promotore della fede.
    E’ stato il settimanale inglese Tablet a scrivere giustamente che Müller è “simile ma anche differente” da Ratzinger. E forse è proprio per questo motivo che il Papa l’ha scelto. Nel suo curriculum spicca l’amicizia teologica con un grande interprete della chiesa tedesca del quale si possono dire molte cose ma non che condivida in tutto la linea teologica del Pontefice: Karl Lehman. Se Ratzinger è un tedesco atipico in quanto fedelmente romano, Lehmann e molti altri insieme a lui mantengono nel proprio Dna quella anti-romanità tipica del mondo tedesco. Müller sta sostanzialmente nel mezzo: ha ottenuto il dottorato nel 1977 proprio con Lehmann, da sempre vicino a quel cattolicesimo tedesco affine al mondo del cristianesimo protestante. E dedicò la sua tesi dottorale al contributo dato alla teologia sacramentale ecumenica del teologo protestante Dietrich Bonhoeffer.
    Con l’arrivo di Müller alla Dottrina della fede, diventano molti i porporati di lingua tedesca. Oltre ai germanici Marx, all’emerito Walter Brandmüller, all’altro grande Walter Kasper e al porporato di Berlino Rainer Maria Wölki, ci sono l’austriaco Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, e lo svizzero Kurt Koch, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.