Sushi e placenta. Quanto è difficile fare il mercato libero con la Cina

Giulia Pompili

La prossima settimana Giappone, Cina e Corea del sud si troveranno di nuovo intorno a un tavolo per discutere sul patto di libero scambio annunciato nella prima riunione istituzionale del 13 maggio scorso. Integrazione economica, la chiamano i tre leader Yoshihiko Noda, Wen Jiabao e Lee Myung-bak, terrorizzati dall’idea che la crisi dell’euro possa contagiare anche l’Asia. Ma non è facile fare accordi commerciali con la Cina. L’integrazione più difficile è infatti quella culturale.

La prossima settimana Giappone, Cina e Corea del sud si troveranno di nuovo intorno a un tavolo per discutere sul patto di libero scambio annunciato nella prima riunione istituzionale del 13 maggio scorso. Integrazione economica, la chiamano i tre leader Yoshihiko Noda, Wen Jiabao e Lee Myung-bak, terrorizzati dall’idea che la crisi dell’euro possa contagiare anche l’Asia. Ma non è facile fare accordi commerciali con la Cina. L’integrazione più difficile è infatti quella culturale.

I giapponesi ridono quando sentono parlare di sushi made in China. Eppure da qualche tempo i ristoranti cinesi hanno iniziato a servire maki e nigiri (anche in Italia succede spesso ultimamente: c’è cascato una volta anche Luca Zaia, governatore del Veneto, che passò il Capodanno di qualche anno fa in un ristorante cinese mangiando pesce crudo. Gli esercenti veneti non glielo perdonarono. Noi non gli abbiamo perdonato di aver confuso la cucina giapponese con quella cinese). Non ci sarebbe niente di male a mangiare sushi nello stesso piatto degli involtini primavera, se non fosse che le ferree regole imposte dal ministero della Salute giapponese spesso non coincidono con quelle cinesi. E così capita che la pregiatissima carne di balena giapponese, per esempio, resti in gran parte invenduta – quest’anno circa il 75 per cento del totale. Colpa (o merito) delle campagne animaliste di Greenpeace, ma anche dei prezzi proibitivi del commercio di carne di balena in Giappone che ha lasciato sviluppare un mercato parallelo – e decisamente a costi più bassi – su siti internet cinesi. Qualche settimana fa anche la Corea del sud ha avuto i suoi problemi con un carico proveniente dalla Cina: una fornitura da diciassettemila pillole sospette, una specie di vitamine ricavate da resti umani. Il portavoce del ministero della Salute di Pechino, Deng Haihua, ha spiegato che “anche la Cina dispone di norme severe sullo smaltimento dei resti di neonati deceduti, di feti abortiti e della placenta, che sono classificati come resti umani e per i quali è vietato lo smaltimento come rifiuti medici”, ma un reportage dell’Afp ha riportato alla luce la prassi consolidata della zuppa di placenta cinese, piatto tipico consumato dalle donne che hanno appena partorito ma anche come energizzante.

La Cina è il principale partner commerciale di Tokyo e Seul. Come riportato dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, Pechino potrebbe registrare un incremento di pil fino al 2,9 per cento dall’approvazione di un accordo sul libero scambio con i due paesi asiatici. E martedì il primo ministro cinese, Wen Jiabao, in visita a Buenos Aires ha detto di voler creare un accordo simile anche con i paesi sudamericani del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay). Basta che stiano attenti a quello che importano.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.