Le ferraresi

Annalena Benini

La regina è Micòl. La più bella, la più sfuggente e tragica protagonista delle storie di Giorgio Bassani. La più erotica, anche, nonostante si lasciasse sfiorare soltanto le labbra, con aria di disgusto e pazienza insieme, come per un eccesso di buona educazione. “Mi staccai lentamente. Adesso lei era lì, il viso a venti centimetri dal mio. La fissavo senza parlare né muovermi, incredulo, già incredulo. Addossata allo stipite della porta, le spalle coperte da uno scialle di lana nero, anche lei mi fissava in silenzio.

La regina è Micòl. La più bella, la più sfuggente e tragica protagonista delle storie di Giorgio Bassani. La più erotica, anche, nonostante si lasciasse sfiorare soltanto le labbra, con aria di disgusto e pazienza insieme, come per un eccesso di buona educazione. “Mi staccai lentamente. Adesso lei era lì, il viso a venti centimetri dal mio. La fissavo senza parlare né muovermi, incredulo, già incredulo. Addossata allo stipite della porta, le spalle coperte da uno scialle di lana nero, anche lei mi fissava in silenzio. Mi guardava negli occhi, e il suo sguardo entrava in me dritto, sicuro, duro: con la limpida inesorabilità di una spada”. Fu quella la prima volta in cui lui, Giorgio, la baciò, e Micòl lasciò fare, per un istante, poi subito si mise a parlare della neve in giardino, della tesi, di Emily Dickinson, dei nazisti, del professore che si era impuntato a non darle la lode perché ebrea, e allora lei aveva accolto il voto con il più impeccabile dei saluti romani, e rideva allegrissima, squillante, però già avvolta dalla rassegnazione per qualcosa di indicibile che sarebbe successo di lì a pochi anni, qualcosa che lei non poteva sapere, immaginare, e che Giorgio Bassani non ha voluto nemmeno descrivere nel suo romanzo sul tempo andato. Solo poche parole secche sulla deportazione del settembre 1943. Bassani ha poi preteso, per contrarietà, che venisse tolto il suo nome dai titoli di coda del film “Il giardino dei Finzi-Contini”, in cui Vittorio De Sica ha aggiunto la scena dei repubblichini che vanno a prendere Micòl e la sua famiglia, nella villa in corso Ercole I d’Este, a Ferrara, e pronunciano male il suo nome, dicono: Mìcol. Lei, Dominique Sanda, li fissa con disprezzo dall’alto della scalinata, risponde altera: Micòl, e si consegna senza altre parole alla fine dei suoi giorni. Sono passati cinquant’anni (“Il giardino dei Finzi-Contini” fu pubblicato nel 1962 proprio in questi giorni), e Micòl Finzi-Contini, ventenne sul finire degli anni Trenta, è sempre l’archetipo biondo cenere della ragazza che fa innamorare senza sforzo, perfetta per provocare l’acutissimo desiderio di rivederla, prima, e l’amour fou, dopo. La donna che sorride e poi si ritrae, abile nel gioco giovane e crudele di esserci e sparire, prendere in giro e sorridere, lasciare che l’illusione cresca senza averne la consapevolezza, immaginando appena di stare provocando il terremoto del cuore, e poi stupirsi, sgranare gli occhi e rabbuiarsi: ma come, lei non ha mai fatto nemmeno un gesto, era solo affetto, era amicizia, e nessuno, nemmeno il più abile degli avvocati, riuscirebbe a provare il contrario. Sono gli anni, quelli della giovinezza più intensa, in cui si vive per ragazze così (gattemorte non è la parola giusta, non rende merito al talento per la seduzione e la fuga, gattemorte è termine usato soprattutto con astio dalle altre donne, quando non riescono a riprodurre il nonsoché che intrappola), a cui tutti gli uomini appartengono per diritto naturale. Micòl traduceva Emily Dickinson, leggeva romanzi francesi e inglesi, collezionava vetri, bicchieri, cocci, a Venezia si dice làttimi, faceva battute, scherzava in francese, sfotteva i fascisti e i comunisti, giocava a tennis, volteggiava nel suo giardino e non pensava al domani. Detestava il futuro, presagendolo, giurava che non gliene importava niente, e se non fu frivola e sfacciatamente libera quanto Zelda Fitzgerald, un po’ più vecchia di lei, fu forse soltanto perché non era una ragazza dell’Alabama ma di Ferrara, inchiodata in eterno alle buone maniere e abituata a una libertà esercitabile soltanto di nascosto, o almeno in silenzio (per questo bisognerà raccontare della scala a pioli appoggiata di notte all’interno del muro di cinta del suo giardino). Ma, interrogata per scherzo sul suo manifesto esistenziale, Micòl non aveva dubbi. “Lo sai cosa mi piacerebbe fare, caro te, invece che seppellirmi in biblioteca?”. “Sentiamo”. “Giocare a tennis, ballare, e flirtare figùrati”. Zelda diceva più o meno le stesse cose: “Non c’è molto altro oltre che bere, ballare e amoreggiare”. Zelda era viva, però, era carne e ossa, bellezza e follia, Micòl è la proiezione struggente di una giovinezza inventata, è la nostalgia del paradiso perduto, ma è anche un modello femminile irresistibile: la ragazza in tenuta da tennis (calzoncini corti, maglietta di filo, pullover bianco annodato al collo per le maniche) che parla una lingua tutta sua, una personale deformazione dell’italiano, soffermandosi sulle sillabe di certe parole di cui lei sola sembrava conoscere il vero significato. Amava follemente gli alberi del suo parco e si permetteva un’aria di superiorità piuttosto spiccia. Era gentile con le amiche ma si paragonava a loro soltanto per gioco: “Sono anch’io come tutte le altre: bugiarda, traditora, infedele… Non molto diversa da un’Adriana Trentini qualsiasi, in fondo”, dice a Giorgio, l’alter ego letterario di Bassani, mentre gli spiega che no, loro due non potranno mai amarsi perché stanno uno di fianco all’altro, non di fronte, mentre l’amore, come se lo figura lei, è roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, un sport crudele. E intanto lui sprofonda ancora di più nell’ossessione per lei che gli è entrata nella pelle. A tutti sarà successo di perdere la testa per una ragazza così, che dice: ti voglio bene come a un fratello, mentre l’altro è inginocchiato, inerme d’amore. E’ il ritratto, perfettamente realistico e verosimile, ma con in più la grandezza poetica della tragedia, della fanciulla in fiore di buona famiglia – e per Bassani tutte le ragazze ferraresi di buona famiglia erano bionde, di una bionditudine quieta, da fille aux cheveux de lin, e gli uomini che le guardavano si chiedevano invariabilmente: “Chi è? Di chi è figlia?”, perché la famiglia, il cognome, il palazzo in cui si abita, le cuginanze sono, da sempre a Ferrara, più assolute di qualunque folgorazione, ed ecco che il rimpianto di Bassani esce da ogni pagina dei suoi romanzi e dei racconti: non essere un borghese qualsiasi, non fare parte di quella cerchia ristretta, anche mentalmente, di borghesi ferraresi.

Micòl spigliata e misteriosa, ciarliera e improvvisamente silenziosa, è però il rimpianto più fatale di questo romanzo di Ferrara (“Il romanzo di Ferrara”, ripubblicato adesso da Feltrinelli, è l’opera della vita di Bassani, sono i romanzi e i racconti pubblicati fino al 1972 e rivisti da lui in una seconda edizione nel 1980, con la confessione della ferrarese lentezza e insicurezza: “No, purtroppo il famoso ‘dono’ io non l’ho mai posseduto. Ancora adesso, scrivendo, incespico su ogni parola, a metà di ogni frase rischio di perdere la bussola. Faccio, cancello, rifaccio, cancello ancora. All’infinito”, e Mario Soldati allora gli disse più o meno: ti ricordi la raccomandazione del vecchio Flaubert al giovane Maupassant: “Meno puttane e meno canottaggio”?, ebbene a te basterà meno bicicletta e più tavolino. Non so se Bassani lo prese come un complimento, comunque divenne più assiduo, ma sempre lamentandosi: “Che fatica, comunque, che fatica e che pena!”).
Nessuna è come Micòl, nessuna ha quel modo di guardare, di annoiarsi, di conversare al telefono, di arrabbiarsi e di raccontare affascinanti bugie, di fingersi santa e di scoppiare a ridere. Lui che lì sta morendo, e lei che mangia un gelato, insomma. Lei che si affaccia, all’improvviso, tredicenne, dal muro di cinta come da un davanzale, e lo chiama: “Ehilà, ma sei proprio anche cieco!”. Per via dei capelli biondi, di quel biondo particolare striato di ciocche nordiche, lui riconobbe subito Micòl Finzi-Contini, che lo conquistò per sempre scavalcando il muro, afferrandosi a un grosso chiodo arrugginito, cercando gli appigli con le scarpette da tennis e infine sbucciandosi un ginocchio. “Tirò su un lembo del vestito fino a scoprire la coscia stranamente bianca e forte, già da donna, e si chinò a esaminare l’abrasione. Due lunghe ciocche bionde, di quelle più chiare, sfuggite al cerchietto di cui si serviva per tenere a posto i capelli, ricaddero giù, a nasconderle la fronte e gli occhi”. Per nessun’altra donna da romanzare Bassani ha mai mostrato questo sgomento sensuale.

Nemmeno per la moglie del farmacista di “Una notte del ’43”, la sempre bionda Anna Repetto (“Una notte del ’43” appartiene alle “Cinque storie ferraresi” che vinsero il premio Strega negli anni Cinquanta), la ragazza liberissima che coi capelli gettati dietro le spalle e con le grosse labbra tinte, “mostrando fino alle cosce e anche più in su le lunghe gambe abbronzate, passava e ripassava davanti ai tavolini del Caffè della Borsa”. Aveva diciassette anni quando il farmacista la sposò, suscitando come sempre a Ferrara milioni di chiacchiere e di borbottii, in questo caso perché si era voluta subito sistemare invece di andare a Roma a fare la diva del cinema, così i piccolo-borghesi la accusarono di avidità piccolo-borghese e di puttanesimo. Il puttanesimo, nel senso filosofico ferrarese, un tempo veniva attribuito a qualunque ragazza non fosse totalmente di Ferrara, sospettabile quindi di estraneità e di esotismo (bastava arrivare da Chiavari) rispetto al circolo ambito e soffocante delle ferraresi di sangue, che intanto mettevano vagamente in atto le strategie studiate nella descrizione di Micòl Finzi-Contini, prendevano lezioni di tennis e per lo più tacevano, lasciando parlare gli sguardi. Comunque, Anna Repetto era andata a vivere con il marito nell’appartamento sopra la farmacia, davanti al Castello. E la notte del 15 dicembre 1943, mentre le Brigate nere ammazzavano undici persone e le addossavano al muretto della Fossa del Castello, proprio di fronte alla farmacia, Anna era nel letto di qualche amante, dove era corsa dopo avere messo a letto il marito, ma sentendo gli spari non poté rientrare a casa prima delle quattro del mattino. Tornò di corsa a piedi (il vantaggio di vivere in una piccola città addormentata) e vide i mucchi di cadaveri, che sembravano fagotti di stracci: si avvicinò, lasciando i portici, e in quel momento le venne in mente suo marito. Alzò gli occhi e lui era là, come sempre, immobile dietro i vetri della finestra, e la guardava. Si fissarono per qualche istante. Lui non le disse mai nulla, quando lei salì la scala a chiocciola era già a letto, girato verso il muro, col respiro da dormiente. Ma da quel momento non parlò più, stava solo alla finestra, col cannocchiale, a guardare il marciapiede di fronte (fu l’unico testimone, letterario, di quella notte di sangue e terrore che Ferrara ricorda con le due lapidi di marmo murate nella cinta del Fossato del Castello, e la corona d’alloro). Così Anna Repetto, che non aveva nemmeno trent’anni e nessuna voglia di impazzire insieme a lui, lo lasciò, prese un piccolo appartamento e ricominciò a fare la ragazza in bicicletta, si iscrisse all’Accademia di disegno, indossava maglioni accollati che le mettevano in evidenza le forme “prepotenti”, scrive Bassani (senza trasporto, perché le ragazze di buona famiglia non devono avere forme troppo prepotenti) e si truccava in faccia più che mai, sognava di imitare le ragazze esistenzialiste di Parigi e di Roma (ma i ferraresi avevano già deciso: “In realtà faceva la vita, altro che balle!”) e ogni tanto scompariva per poi rispuntare accompagnata da un’amica. Ora, lo sparire a Ferrara non è così complicato, come scrisse Bassani: anche se è un buco, un bellissimo buco, “si riesce benissimo, volendo, a sparire per anni e anni gli uni dagli altri, a convivere assieme come dei morti” (erano i tempi della nebbia fitta, quelli, ma d’inverno l’atmosfera è ancora la stessa, dalle sei di sera in avanti). Più che lo sparire, quindi, è il ricomparire, sfacciato, a braccetto di una ragazza non di Ferrara, che ancora risveglia ondate di interesse. Chi poteva mai essere quella brunetta dagli occhi maliziosi che stava adesso con l’Anna?, si chiedevano da tutte le parti, non era mica una bolognese? non era mica una romana? non era mica per caso una fiorentina o magari una straniera? L’interesse del ferrarese è sempre accompagnato almeno da una smorfia di sospetto e da un minimo di disgusto preventivo. Però in effetti Anna Repetto faceva la vita, riceveva in casa chi le bussava ai vetri della finestra, così intorno alle mezzenotti di luglio e agosto era normale vedere sul marciapiede sotto il suo appartamento tre o quattro uomini fermi, magari suoi ex compagni di liceo, tipi fra i trenta e i quaranta, con moglie e figli. Lei li faceva entrare, chiacchierava, e ferraresemente si lamentava di quanto aveva voluto bene a suo marito: “Se gli metteva le corna, gliele metteva di nascosto, con tutte le precauzioni possibili. E nemmeno tanto di frequente”.

Di nascosto è la parola magica di tutta l’opera di Bassani su Ferrara. Pensieri nascosti, idee nascoste, persone nascoste dietro le finestre, relazioni nascoste, giardini nascosti. La fredda, l’irraggiungibile Micòl che vedeva di nascosto, di notte, l’amico milanese di suo fratello, quel Giampi Malnate che di giorno ignorava e trattava con sarcasmo, trovandolo troppo grande, troppo grosso, troppo “costituzionalmente matrimoniale”, troppo comunista. Ma la scala a pioli appoggiata al muro di cinta era per lui, la linea telefonica in camera da letto (una vera modernità) serviva forse a prendere accordi per la notte senza dover andare in corridoio davanti a tutti. O forse no, perché un segreto non esiste finché non viene davvero svelato, e l’aristocratica leggerezza di Micòl maneggiava silenzi, collere e pensieri amorosi. E quando Malnate, dopo una partita di tennis, cominciava i suoi comizi politici, Micòl non gli dava mai retta. Lo prendeva in giro, ridacchiava, lo punzecchiava. Era superficiale, era una ragazzina sciocca, brava soltanto a flirtare? Micòl sentiva il peso di quello che sarebbe accaduto, era così affascinante perché non aveva speranze. Ripeteva di continuo anche al fiducioso Malnate che “a lei del suo futuro democratico e sociale non gliene importava un fico, che il futuro, in sé, lei lo aborriva, ad esso preferendo di gran lunga le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui”, e poiché anche il presente cominciava a scolorire, non avendo più molto di cui nutrirsi, preferiva il passato ancora di più, “il caro, il dolce, il pio passato” di ragazzina a cavalcioni di un muro di cinta che scappava sulle Mura, dove si faceva portare sui tubi delle biciclette da una banda di ragazzi. Scappava sempre, scappava dagli amori noiosi, troppo devoti, scappava da Venezia, dove si era laureata, non scappò soltanto dal suo destino. Avrebbe potuto, avrebbe dovuto. Non volle. O forse, come tutte le farfalle che corrono dietro al vento, non gliene importava granché.

  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.