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Save the children

Bambini in prigione con le madri, che a due anni si attaccano alle sbarre e dicono all’agente: aprimi, aprimi. Bambini allontanati dalle famiglie per valutazioni sbagliate dei servizi sociali, separati dai fratelli, messi a dormire su lettini di ferro in comunità dove i bulli li fanno precipitare all’inferno.

19 Aprile 2012 alle 12:17

Save the children

Bambini in prigione con le madri, che a due anni si attaccano alle sbarre e dicono all’agente: aprimi, aprimi. Bambini allontanati dalle famiglie per valutazioni sbagliate dei servizi sociali, separati dai fratelli, messi a dormire su lettini di ferro in comunità dove i bulli li fanno precipitare all’inferno. Il bambino ritratto ieri dal Corriere della Sera, in un articolo di Francesco Alberti: ha tre anni, sta a San Patrignano con la mamma e le educatrici, e adesso ride, finalmente; suo padre è scappato in Marocco, la sorellina è morta per una malformazione, lui crede che sia colpa sua perché li ha fatti arrabbiare, e il tribunale ha deciso che deve andarsene di nuovo, da solo, deve tornare a dormire nel posto dove è morta sua sorella, per essere, un giorno, adottato da qualcuno. Bambini come pacchi, come numeri, come niente.

A San Patrignano si sono ribellati, certi di fare la cosa giusta, tenere mamma e piccolo insieme e dare una possibilità a quell’unione, una stabilità amorosa a un bambino già troppe volte abbandonato, e ce l’hanno fatta: il tribunale ha appena sospeso la decisione, la madre ieri pomeriggio ha urlato di gioia: “Non mi tolgono più mio figlio”. Quante ribellioni ancora ci sono da fare. Ci sono incubi che cominciano per errori folli, come quando gli assistenti sociali strapparono due bambini di nove e tredici anni, il giorno del compleanno del più piccolo, alla famiglia, a Basiglio, per un disegno fatto da una compagna di classe, che inventava cose sessuali fra sorella e fratello. Li misero in due diverse comunità, dissero loro, in auto, subito dopo averli presi da casa, che se i genitori non facevano “un percorso”, avrebbero cambiato mamma e papà. Ci sono anche inferni creati da uno dei genitori, a volte da entrambi, durante la separazione, per amore finito che si trasforma in odio vendicativo, figli strappati a metà. Un libro di un’avvocato matrimonialista, Daniela Missaglia (“Scarti di famiglia”, uscito per Rizzoli), mette in fila storie che danno i brividi, in cui la lezione che i bambini imparano è una soltanto, oltre alla sofferenza, ed è la peggiore: non fidarsi degli adulti.

La fiducia totale che hanno i bambini viene tradita troppe volte, anche da periti, psicologi, assistenti sociali, giudici, estranei, decisioni provvisorie che durano anni e che mettono sullo stesso piano le vittime e i carnefici (una madre ha denunciato le violenze del marito su di sé e suoi figli, e l’educatore della comunità protetta in cui dovevano essere salvi le ha chiesto di essere carina con lui, quindi si è vista togliere i bambini, separarli, ha visto il maschio urlare: mi ammazzo, mentre entrava nell’auto dei servizi sociali, ha lottato come una leonessa e ha vinto la vita dei suoi figli). Ma quanto vale un anno nella vita di un bambino?, chiedono le storie di questo libro e tutte le storie di bambini dentro guerre di adulti. Quanto vale la tristezza di un bimbo di due anni che la mattina si sveglia e trova le sbarre di una prigione, oppure un educatore che gli dice che la sua mamma è cattiva, o una madre impazzita di rabbia che gli ripete che suo padre l’ha dimenticato. Chissà se riusciranno lo stesso, dopo, a essere adulti migliori di noi, a essere il nostro futuro.

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