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Così Landini ha trasformato la Fiom in un movimento politico

Il sindacato può essere un movimento? Assolutamente no, secondo Susanna Camusso, che ha spesso stigmatizzato la tendenza della Fiom a tracimare su altri sentieri rispetto a quelli tradizionali di una rappresentanza di interessi. Del tutto opposta la posizione di Maurizio Landini, intenzionato a condurre la categoria a operare su un raggio ben più ampio rispetto a quello in cui normalmente si muove una organizzazione sindacale.

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9 Marzo 2012 alle 06:59

Così Landini ha trasformato la Fiom in un movimento politico

Il sindacato può essere un movimento? Assolutamente no, secondo Susanna Camusso, che ha spesso stigmatizzato la tendenza della Fiom a tracimare su altri sentieri rispetto a quelli tradizionali di una rappresentanza di interessi. Del tutto opposta la posizione di Maurizio Landini, intenzionato a condurre la categoria a operare su un raggio ben più ampio rispetto a quello in cui normalmente si muove una organizzazione sindacale. Ma per capire il movimentismo attuale della Fiom occorre fare un salto indietro nel tempo fino al luglio 2001, quando l’allora leader Claudio Sabattini schierò le tute blu al fianco dei No Global al G8 di Genova. Erano gli anni di Seattle, del movimento alter mondialista, e la Fiom vi aderì trascinando con sé anche la Cgil di Sergio Cofferati.

Poi, con l’uscita del “Cinese’’ dalla confederazione di Corso Italia e di Sabattini dalla Fiom-Cgil, sostituiti rispettivamente da Guglielmo Epifani e Gianni Rinaldini, assai più tradizionalisti, quella stagione si chiuse, almeno per quanto riguarda il primo sindacato italiano. Un decennio dopo lo stesso filone è stato recuperato da Landini: non appena arrivato alla guida della Fiom, alla fine del 2010, ha intrapreso la strada già battuta in passato. Con qualche variazione sul tema: questa volta, al movimentismo si è unita una estrema attenzione alla mediaticità, ritenuta fondamentale strumento di diffusione delle proposte e del messaggio. Del resto in armonia con lo spirito di un tempo in cui la comunicazione è determinante per la leadership, in politica come nel sindacato. E se parlare di sindacato in termini di marketing può sembrare una forzatura, è tuttavia proprio a questo che occorre riferirsi per definire quello che è diventata nell’arco di appena un anno la Fiom: un brand di successo. Una categoria, occorre sottolinearlo, che fino a non molto tempo fa veniva definita “residuale’’.

Gli stessi addetti alla comunicazione delle tute blu, fino a non molti mesi fa, lamentavano la difficoltà di far passare, nei media, i propri messaggi e istanze. Ma nel corso del 2011 la questione si è del tutto rovesciata: la Fiom è riuscita non solo a rendersi protagonista sui palcoscenici dei mezzi di informazione, tv in primo luogo, come raramente era accaduto in passato, ma ha attratto personaggi fortemente mediatici, come star della televisione (che prestano i loro volti e la loro partecipazione a titolo gratuito) o della magistratura, fino agli emergenti della politica come il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, o il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Sulla scia della battaglia contro la Fiat, inaugurata con il no all’accordo di Pomigliano nell’estate del 2010, e poi proseguita nei mesi con l’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, attorno alle vecchie tute blu si è andato creando un movimento al di là della rappresentanza sindacale, in sintonia con il vento nuovo della politica, più o meno quello che nella primavera del 2011 ha soffiato a favore della sinistra su Milano, Napoli, Cagliari, e sui referendum per l’acqua pubblica o contro il nucleare.

In questo modo, parlando un linguaggio non più solo sindacale, la categoria è riuscita ad attrarre soggetti diversi dalla sua base storica, cui si sono via via aggregati gruppi e individui che non si ritrovavano più in un partito politico tradizionale e che quindi guardano con favore a un soggetto che ispiri fiducia e ribellione ad alcuni standard dominanti. E’ difficile capire se si è trattato di una casualità o se sia stato studiato a tavolino. Di certo, per alcuni mesi, la Fiom si è ritrovata a essere centrale in un percorso che fa da sfondo a un progetto politico complessivo che parte dalla difesa dei diritti per allargarsi alla ridefinizione di un’idea di economia, lavoro, paese. Questo dal punto di vista politico; dall’altro fronte, quello sindacale, la spinta impressa da Landini alla categoria ne ha fatto una sorta di “seconda confederazione’’, una Cgil bis, in autonomia e spesso deciso contrasto rispetto alla “casa madre’’.

Il progetto di questo nuovo protagonismo nasce nel triangolo Bologna-Modena-Reggio Emilia, suggerito e organizzato da un gruppo ristretto di intellettuali: Tiziano Rinaldini, fratello dell’ex leader Fiom Gianni, Marco Revelli, Francesco Garibaldo, Paolo Flores d’Arcais. Tuttavia, il maggiore artefice del successo, anche personale, di Landini è Sergio Marchionne, che lo ha scelto come proprio antagonista conferendogli, in automatico, lo status di leader. La visibilità maggiore, riconosce lo stesso Landini, è stata ottenuta proprio in seguito allo scontro con l’amministratore delegato della Fiat, personaggio di grande carisma e leadership cui l’uomo più potente del mondo, e cioè il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si rivolge chiamandolo affettuosamente “my friend Sergio’’; e che a sua volta, da una sponda all’altra dell’oceano, si rivolge direttamente a Maurizio Landini, “my favorite enemy’’.

Un nemico che peraltro ha saputo tenere testa al Gigante, risultando così come il cavaliere coraggioso e solitario che non teme di sfidare il simbolo stesso del capitalismo. Di fatto, riportando di moda la vecchia “lotta di classe’’, ma in un senso più ampio che in passato e più comprensibile al grande pubblico, rivalutandola come il riscatto del povero verso il ricco, del debole verso il potente. Il successo di immagine, alla fine, è stato sancito dallo stesso Marchionne, che all’indomani del referendum di Pomigliano, dall’esito deludente per la Fiat, ha commentato: “Siamo stati sconfitti sul piano della comunicazione’’.

Il clou di questa particolarissima stagione è stato raggiunto con i festeggiamenti organizzati per celebrare in grande stile i 110 anni della Fiom. Ed è sufficiente scorrere la lista degli ospiti alle varie iniziative di Bologna e Sesto San Giovanni, delle parole d’ordine, dei temi in discussione (oltre a quelli tradizionali come il lavoro e i diritti, anche la giustizia, la legalità, la mafia, ecc.) per intravvedere il programma di una organizzazione “generale’’, che ambisce a parlare a tutto il mondo del lavoro e anche oltre. La presenza sui palchi della Fiom di personaggi di richiamo televisivo, come Michele Santoro, Marco Travaglio, Serena Dandini, Roberto Benigni, o di esponenti di “laboratori’’ culturali e politici come Paolo Flores d’Arcais e MicroMega, o di pm d’assalto come Antonio Ingroia, o dello stesso Pisapia (che ha scelto proprio il palco Fiom di Sesto San Giovanni per la sua prima uscita pubblica dopo l’elezione a sindaco di Milano) nonché dell’intera tribù del Fatto quotidiano diretto da Antonio Padellaro (altro brand di successo, che rappresenta il più naturale “media partner’’ dei metalmeccanici Cgil), definiscono il profilo di una organizzazione che cerca nel mondo della cultura, dello spettacolo, della tv, della magistratura, del giornalismo militante, della “nuova politica’’, una propria legittimazione come soggetto a tutto campo. Qualcosa di simile lo aveva tentato Cofferati quando era alla guida della Cgil, che volle aperta alla partecipazione di movimenti di ogni genere, puntando a trasformare ogni manifestazione in un evento grazie anche all’apporto di volti noti dello spettacolo, della cultura, ecc. E forse non è un caso se proprio l’ex segretario generale, oggi parlamentare europeo, è tra i più convinti sostenitori della politica di Landini, che affianca in molte iniziative e di cui difende ogni presa di posizione.

Rispetto al passato, però, va riscontrato un paradosso: a questa nuova crescita di immagine si è accompagnata una sostanziale emarginazione della Fiom in quello che è il core business di un sindacato, e cioè la contrattazione e la rappresentanza; ma proprio l’elevata mediaticità ha consentito che restasse ugualmente sulla scena come protagonista. Come del resto sottolinea Aris Accornero ricordando che proprio la battaglia dei diritti caratterizzò la stagione di Bruno Trentin: “Ma l’azione sindacale è anche altro, i diritti devono essere salvaguardati da altre realtà. Il conflitto portato avanti dal sindacato deve essere quello che gli è proprio”.  “Questo allontanamento dall’alveo sindacale della Fiom, e l’occupazione di un alveo politico – aggiunge Accornero – costituisce una grossa distorsione del modo di intendere il sindacato. E ne soffre il tipo di azione sindacale normalmente condotta da chi firma intese, raggiunge accordi. Il movimento sindacale può essere tutto meno che un movimento. Fa il suo mestiere confrontandosi con la sua controparte per cercare di raggiungere intese che cambino positivamente la condizione dei lavoratori. E’ comprensibile che in una situazione del genere la Fiom riscuota apprezzamento. Ma un movimento sociale non è la forma giusta di esprimersi per un sindacato’’.

Ma come si ripercuote in concreto tutto questo impatto mediatico-movimentista? Pochissimo sul tavolo di trattativa: la Fiat e la Federmeccanica hanno mostrato di non  impressionarsi solo perché Landini è una star delle piazze, della tv e del Web. I molti contratti non firmati hanno inoltre portato al rosso economico la Fiom, venendo a mancare le quote di relativa spettanza, fonte primaria di approvvigionamento economico per i sindacati. E infatti, la Fiom tira avanti grazie a un prestito di due milioni di euro concessole dalla Cgil; prestito che viene rimborsato mese dopo mese, come un mutuo. Ma anche a questa improvvisa miseria si è cercato di rimediare con strumenti nuovi, come la campagna di sottoscrizioni via Internet e pagamento con Paypal e carta di credito che ha consentito, tra l’altro, di contribuire a finanziare la grande kermesse bolognese dal titolo “Tutti in piedi, entra il lavoro’’ del 17 giugno 2011.

Se dai sottoscrittori entrano soldi, gli introiti delle tessere sono stabili. Sugli iscritti, dunque, il movimentismo non ha ancora dato effetti calcolabili. Le cose cambiano nelle elezioni delle Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie): lì la visibilità mediatica ha avuto un peso, la Fiom vince in molte aziende piazzando più delegati che in passato. Ma secondo lo storico del sindacato Bruno Manghi “si tratta di successi di breve respiro. E’ comprensibile che in un momento di debolezza generale dei sindacati si cerchi compensazione nelle piazze, nella mediaticità. Ma un sindacato trova la sua legittimazione, e risponde, solo a coloro che pagano le tessere e votano ai congressi’’. E dunque, cosa resterà alla fine di questa entusiasmante stagione di lotte&media? Ricorda Manghi: “Negli anni Settanta è accaduto molte volte che i sindacati fossero anche movimenti: ma al centro c’era sempre il lavoro. Oggi mi pare che la Fiom si limiti a cavalcare una protesta, mettendo da parte la vocazione sindacale. Ma del resto, in un momento in cui il sindacato, nel suo complesso, è in declino in tutto il mondo occidentale, la tentazione di allargarsi ad altri campi di azione è comprensibile.  Ai nostri tempi, inoltre, il conflitto tra capitale e lavoro era al centro del problema della giustizia sociale, oggi è diverso, basta una tempesta finanziaria in qualche parte del mondo per spazzare via sia il capitale che il lavoro. E’ cambiato tutto, oggi è la finanza che comanda, e quella stagione degli anni Settanta è irripetibile’’.   

(articolo tratto da Annuario del lavoro, pubblicato da Edizioni Diario del lavoro)

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Nunzia Penelope

Per qualche tempo ha vissuto di teatro, poi ha deciso di fare la persona seria ed è diventata giornalista, specializzandosi in economia e altre cose non esattamente artistiche. Ha imparato il mestiere consumando i marciapiedi per l’Adnkronos, ha lavorato per settimanali, radio, Tv e per chiunque paghi bene e puntualmente. Ha pubblicato alcuni libri; nell’ultimo, ‘’Vecchi e Potenti’’, racconta la gerontocrazia italiana. Non ha la patente; pero’ ha un marito interista (Tullio), due figlie assai belle (Rosa e Marianna) e un cane tibetano (Luna). E’ profondamente romana, beve molti tè e cappuccini, legge solo romanzi (non italiani), sceglie i film in base ai consigli di Mariarosa Mancuso, sogna di vincere un Oscar per la migliore sceneggiatura. Ama moltissimo scrivere per Il Foglio, il giornale piu’ artistico che c’è.

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