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Merda gnostica, arte, boiata o dramma shakespiriano?

Dopo un acclamato ma anche discusso tour in Francia, approda anche in Italia, con prima tappa a Milano, l'opera teatrale ideata e diretta da Romeo Castellucci "Il concetto del Volto di Cristo". A parlarne ci hanno pensato in molti, se non tutti, e i pareri sono stati molteplici. Dalle proteste contro "a priori" di chi non ha mai visto lo spettacolo, alle voci di cattolici che lo hanno apprezzato, alle domande su dove debba fermarsi in certi casi la libertà di espressione. Eccone alcune, apparse sul Foglio e no.

26 Gennaio 2012 alle 19:24

Merda gnostica, arte, boiata o dramma shakespiriano?

Dopo un acclamato ma anche discusso tour in Francia, è approdata in Italia con prima tappa a Milano (anche se aveva già debuttato nella capitale all’interno del Festival Romaeuropa il 7 ottobre 2010), l'opera teatrale ideata e diretta da Romeo Castellucci "Il concetto del Volto di Cristo". Il tema del volto di Cristo, raffigurato in scena da una proiezione della rappresentazione di Antonello da Messina, subirà nel finale della pièce alcune corruzioni definite da alcuni "blasfeme". A parlarne ci hanno pensato in molti, se non tutti, e i pareri sono stati molteplici. All'inizio, quando ancora dello spettacolo se ne conoscevano solo le date in programma a Milano, le polemiche che hanno preceduto la messa in scena si sono susseguite in un excalation di accuse. Sono stati soprattutto alcuni gruppi di cristiani a battersi affinchè Milano non accettasse di accogliere la nuova provocazione artistica di cui dalla Francia alcune eco insurrezionali hanno parlato di pura blasfemia.

Al punto che il regista si è sentito in dovere di orientare il pubblico e la stampa milanese a una visione meno intransigente, contestando la posizione di chi, evidentemente, non ha nemmeno assistito all'opera e che, nonostante questo, è corsa ai ripari con allarmismi preventivi. Negli stessi giorni in cui il quotidiano della Cei, Avvenire, si è smarcato con intervista a piena pagina a François Boespflug, esperto in iconografia religiosa, che difendeva Castellucci, lo stesso autore in una lettera ai giornali milanesi ha spiegato il suo messaggio: "Dove lo hanno visto? Che cosa hanno visto? Perché hanno creduto alle caricature mostruose apparse nei blog semplicistici dei nuovi fustigatori della società? Come e cosa hanno potuto giudicare? Le cose allucinanti e oscene di cui leggo NON sono il mio spettacolo che ho invece concepito come un de profundis".

Allo stesso modo Stefano di Michele sul Foglio invitava a restare cauti, riprendendo quanto scritto da Antonio Socci, cattolico schierato a favore di Castellucci, che si è domandato come sia stata possibile una reazione così estremista contro un'opera che in realtà non è di per sè blasfema. Soprattutto dopo avere ascoltato e compreso le dichiarazini tutt'altro che blasfeme del regista sul volto di Cristo.

E infatti, una volta che la prima ha avuto il suo corso regolare, le reazioni di chi ha assistito in prima persona a quello che doveva essere uno scempio della figura del Cristo, si è dovuta in qualche modo ricredere. Così Vito Mancuso sul quotidiano La Repubblica ha dato prova della sua testimonianza: "Sono stato al teatro Parenti di Milano. Quello che mi ha colpito innanzitutto è stata la polizia, tantissima, quale nessuno si aspetta di vedere davanti a un teatro". L'opera è blasfema? Mancuso dice di no, anche se ci si deve domandare fino a che punto la libertà di espressione possa essere tollerata, pur se mossa da fini artistici: "Non posso fare a meno di chiedermi come si reagirebbe se qualcuno mettesse in scena altre tesi. Davvero non ci sono limiti alla dissacrazione?".

Sull'Avvenire Davide Rondoni si chiede se sia giusto avvilire a tal punto la dignità non solo dell'uomo, ma anche del sacro volto di Cristo, per esporre un tema che ben conosciamo, la repulsione per un corpo sfinito dagli anni e dalla malattia. E avverte Rondoni: il limite del regista, nel suo tentativo di essere controcorrente, è quello di non riuscire a cogliere esplicitamente la figura dell'uomo in quanto essere umano, scadendo nella banalità. Vedendo l'uomo come entità fragile, il concetto di Dio non riesce a essere tollerato dall'autore: "A una vita ridotta a tale semplificazione Dio non serve, e dà fastidio". 

Sul suo blog Robe da chiodi, ospitato dal sito dell'Associazione Testori, Giuseppe Frangi ha parlato di un pro e un contro: "L’intuizione semplice e potente che dà avvio allo spettacolo avrebbe chiesto un epilogo che mantenesse fede all’attesa". La seconda parte è invece deludente, ma – conclude Frangi – Sul concetto di volto nel Figlio di Dio, con quei suoi emozionanti e strazianti primi 40 minuti, davvero, per quel che mi riguarda, ha rimesso il teatro nel circolo della vita".

Rodolfo Casadei e Luigi Amicone sul settimanale Tempi si pongono un interrogativo che, al di là della polemica ideologica, affronta un tema esistenziale, la rappresentazione artistica come viatico per proporre il tema shakespeariano del senso della vita, che si distrugge a poco a poco: "Nel trionfo della società dell’immateriale e delle relazioni umane in remoto, il regista ci ricorda in modo elementare, e assai brutale, questa cosa che si chiama vita nel momento del suo estremo disfacimento".

Ancora sul Foglio Antonio Gurrado ha difeso "Il concetto del Volto di Cristo", non condividendo la polemica intorno all'opera, sottolineando come certe opere vengano stigmatizzate negativamente dall'opinione pubblica, mentre altre ben più "rivoluzionarie" passino inosservate: "Da un anno, per esempio, Marco Paolini porta in giro per l’Italia un monologo (molto ben fatto, molto documentato, molto coinvolgente) in cui racconta la vita di Galileo, auspicando che ogni giorno si dedichi un minuto alla rivoluzione, intesa non solo come moto della Terra attorno al Sole ma anche come capacità di cambiare idea".

Più radicale l'articolo di Francesco Agnoli "Merda gnostica": "La pièce di Romeo Castellucci sul volto di Cristo è una sacrilega boiata. Tutta incentrata su una sorta di 'merdosofia', una vera filosofia degli escrementi. Per il regista, Romeo Castellucci, come ripete spesso, 'la merda è la materia per definizione'. Alla Stampa ha, per esempio, dichiarato: 'Ma la merda è la materia per antonomasia, ciò che rimane' (la Stampa, 21 gennaio). Non sono un esperto del tema, ma penso di aver afferrato il concetto. Trattasi, semplicemente, di gnosi: della vecchia dottrina secondo cui la materia è il principio del male, il corpo una prigione, questa nostra vita terrena lo scherzo di un Dio Creatore non buono ma maligno".

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Elisa Adelgardi

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