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Occupy Piazza Affari

Quando si dice lo spirito del tempo. Sulle scrivanie dei giornali venerdì facevano bella mostra di sé l’anteprima del nuovo volume di Giulio Tremonti, intitolato “Uscita di sicurezza” (da Ignazio Silone), e l’ultimo numero dell’Economist con la copertina dedicata all’“ascesa del capitalismo di stato, il nuovo modello dei paesi emergenti” illustrata da un Lenin con sigaro avana. La via di fuga dal “fascismo finanziario” consiste, secondo l’ex ministro dell’Economia, nel “mettere lo stato sopra la finanza e la finanza sotto gli stati”.

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22 Gennaio 2012 alle 08:00

Occupy Piazza Affari

Quando si dice lo spirito del tempo. Sulle scrivanie dei giornali venerdì facevano bella mostra di sé l’anteprima del nuovo volume di Giulio Tremonti, intitolato “Uscita di sicurezza” (da Ignazio Silone), e l’ultimo numero dell’Economist con la copertina dedicata all’“ascesa del capitalismo di stato, il nuovo modello dei paesi emergenti” illustrata da un Lenin con sigaro avana. La via di fuga dal “fascismo finanziario” (definizione che piacerebbe agli indignati di Occupy Wall Street) consiste, secondo l’ex ministro dell’Economia, nel “mettere lo stato sopra la finanza e la finanza sotto gli stati; fare prevalere le regole sull’anarchia; avviare grandi progetti di investimento pubblico per il bene comune”. Tutto ciò, ironia della storia, per il terzo mondo rappresenta la porta d’ingresso nel mercato globale. I fondi sovrani comprano imprese occidentali. Le banche pubbliche stampano moneta senza limiti. I governi alzano barriere protezionistiche. I salari vengono tenuti bassi dai sindacati gialli e dalla polizia.

Non è facile sottrarsi alla contraddizione palese tra il cosmopolitismo del capitale e il nazionalismo della politica. Anche se in tanti oggi cercano un’exit strategy. La contessa Marta Brivio Sforza lunedì sera ha messo la propria abitazione a disposizione di ResPublica, la fondazione vicina a Tremonti, per la cena annuale. C’erano banchieri ed esponenti illustri della base produttiva. Tra questi, Bernardo Caprotti il patron di Esselunga, nemico giurato delle cooperative, Marcello Sala (Intesa Sanpaolo), Carlo Secchi (docente alla Bocconi), Gabriele Galateri (Generali), l’industriale Sergio Dompé (ex Farmindustria), Massimo Ponzellini (Impregilo) defenestrato dalla Banca Popolare di Milano, Andrea Colombo (Enel), Ruggero Magnoni di Nomura, già Lehman Brothers, protagonista della scalata Telecom insieme a Roberto Colaninno; più alti esponenti di Edf, Sea, Consob, Ansaldo. Non esattamente “Occupy Piazza Affari”. Lasciando da parte le scelte del governo Monti, l’attenzione s’è concentrata sull’Europa e Tremonti ha ricordato che non esiste un solo governo che non abbia pensato a un break-up dell’euro. Non sarà certo la Cina a salvare questo vecchio continente, visto che “quando vai dai cinesi per vendergli il debito, ti guardano come per dire: ma perché dobbiamo crederci noi se non ci credete nemmeno voi?”.

E’ una delle grandi delusioni del Tremonti al governo, insieme agli Eurobond ampiamente trattati nel suo libro. E qui si arriva alla ferita che brucia più di ogni altra, illustrata icasticamente dal titolo del capitolo X: “Germania !?”, perché “tutto oggi riporta all’enigma Germania, alla crisi che ne avvolge il mistero”. Tremonti condivide il fine: la stabilità. Non il mezzo: “Quella che si sta facendo in Europa, e spesso influenzata proprio dalla Germania, è infatti una politica che non produce stabilità”. Così, proprio lui che non è mai entrato in sintonia con la cultura anglo-americana, culla del disprezzato “mercatismo”, vorrebbe che l’Italia chiedesse aiuto al Fondo monetario internazionale (ipotesi respinta sia da Berlusconi sia da Monti) e si schiera per una Bce che funzioni come la Bank of England o la Federal Reserve.

Bestemmia pura per Otmar Issing, custode dell’ortodossia monetaria. Eppure, anche l’economista tedesco è influenzato dal nuovo senso comune. Sul Financial Times si chiede “fino a che punto la finanza contribuisce al benessere della società ed è indispensabile per un’economia dinamica”. Lui milita sotto la bandiera di Friederich von Hayek non di Karl Marx, scrive in nome del libero mercato e del dovere di fallire perché nessuna impresa o banca va considerata “troppo grande”. Tuttavia, chiede il primato delle regole e della “economia reale”, rilancia la nazionalizzazione della moneta e affida ai governi “un convincente sistema di regolazione e supervisione”. In ciò, Issing si trova in sintonia con Tremonti. Dalla crisi della rivoluzione liberista spunta, dunque, la voglia di un nuovo ordine statalista e conservatore? “L’uscita di sicurezza – risponde l’ex ministro – è nascosta nel nostro passato prossimo”. Che ne direbbe il conte de Maistre?

(ha collaborato Alberto Brambilla)

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Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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