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Il giudice, Amanda e il dna ambiguo di Jessica Rabbit

E’ bella Amanda. E’ sexy e ambigua. Di più: è doppia. Non c’è un’Amanda sola, ce ne sono almeno due, o forse tre, o quattro. Sovrapposta alla personalità forte, trasgressiva, da protagonista, c’è quella fragile, tenera, a tratti disperata raccontata da chi l’ha conosciuta in carcere. Per l’avvocato Giulia Bongiorno è stata dipinta come una “Venere in pelliccia”. Ma anziché crudele e munita di frustino – come vuole il mito letterario masochista – lei nella realtà è una ragazza ingenua, dal cuore tenero.

di Gabriella Mecucci

29 Settembre 2011 alle 14:29

E’ bella Amanda. E’ sexy e ambigua. Di più: è doppia. Non c’è un’Amanda sola, ce ne sono almeno due, o forse tre, o quattro. Sovrapposta alla personalità forte, trasgressiva, da protagonista, c’è quella fragile, tenera, a tratti disperata raccontata da chi l’ha conosciuta in carcere. Per l’avvocato Giulia Bongiorno è stata dipinta come una “Venere in pelliccia”. Ma anziché crudele e munita di frustino – come vuole il mito letterario masochista – lei nella realtà è una ragazza ingenua, dal cuore tenero. Una Jessica Rabbit aggressiva solo all’apparenza: “Perché mi disegnano così”. Un fumetto che copre l’anima profonda: quella di una giovane donna innamorata.

Quante iperboli sono fiorite su Amanda. Perché è lei il personaggio vero di un processo sotto i riflettori di mezzo mondo. E’ su di lei che si sono scritti più di una dozzina di libri. E’ a favore o contro di lei che si è schierata la stampa internazionale, con gli americani innocentisti e gli inglesi colpevolisti. Lei presente, tutti gli altri diventano comparse. E’ stata l’oggetto dei giudizi più severi e delle più accorate difese. Condannata a essere notata, desiderata, ammirata. C’è da giurarlo: se ci sarà l’assoluzione, sarà lei l’Innocente; se ci sarà la condanna, sarà lei la Colpevole.

Adesso la sua vita è appesa a un filamento di Dna. Anzi a due. E’ il suo quello sul coltello, presunta arma del delitto? E’ di Raffaele Sollecito quello sul reggiseno di Meredith? E’ incredibile, uno pensa che una testimonianza si possa cambiare, che una confessione si possa ritrattare, ma la scienza è scienza. Non è il regno delle certezze? Una vulgata di stampo positivistico – più vicina a Odifreddi che a Karl Popper – ha accreditato l’idea che solo la scienza sa darci la verità. E, invece, è vero il contrario: la scienza è scienza proprio perché è “falsificabile”. Il processo di Perugia ne è – almeno di questo – prova inconfutabile: la polizia dice che i Dna in questione sono di Amanda e di Raffaele, ma i periti della Corte d’appello sostengono il contrario. E non risparmiano ai primi vibranti critiche per il loro agire approssimativo e poco professionale. Questa storia dei filamenti genetici diventa così una buona sceneggiatura per i telefilm ad alta audience: quelli dove in laboratorio – fra microscopi e camici bianchi – matura il colpo di scena e si scopre, “al di là di ogni ragionevole dubbio”, l’assassino. La realtà è diversa e dimostra che la scienza non può essere l’unica forma di conoscenza. Spunta la nostalgia per Maigret e per Poirot. Non si tratta di negare il valore del nuovo strumento d’indagine, ma di ridimensionarlo: può aiutare, e anche parecchio, ma non è il deus ex machina. Tanto è vero che, dopo il responso dei periti del tribunale di Perugia, l’accusa ha dichiarato che le vere prove non sono nel Dna, ma altrove. Siamo arrivati così a una strettoia da cui non sarà facile uscire.

Quando il futuro è imperscrutabile, ci si rifugia nel passato. La brutta storia dell’assassinio di Meredith inizia due mesi prima della notte di Ognissanti. Parte nel settembre del 2007, quando Amanda arrivò a Perugia e in pochi giorni finì al centro dell’attenzione: a corso Vannucci, come all’Università per Stranieri, i ragazzi facevano la fila per conoscerla, per invitarla. La città dei giovani era ai suoi piedi. E lei scandalizzò le ventenni locali per la facilità con cui faceva sesso con i numerosi corteggiatori. Prendeva tutti quelli che voleva con quel pizzico di arroganza e teatrale spacconeria che la contraddistingueva. Era anticonformista sino alla platealità. Poco dopo il suo arrivo, non era un mistero che possedesse un vibratore: lo teneva ben in vista, senza provare alcun imbarazzo.

Il volto d’angelo di Amanda non impiegò molto a varcare le mura medievali del capoluogo umbro e a finire nelle case di tutti gli italiani. Frequentava l’ateneo da meno di due mesi, quando una brutta notte la sua amica e convivente inglese, anche lei studentessa, Meredith Kercher venne uccisa. Sgozzata con un coltello. Il giorno dopo tutti i telegiornali mandarono un filmato dove apparivano due bei ragazzi – lei con un volto dolce e il sorriso inquietante, lui inespressivo, imbambolato, gli occhi persi – dedito solo ad accarezzarla, abbracciarla, baciarla. Carini, ben vestiti, appassionati: erano Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Da lì a poco sarebbero diventati i “fidanzatini diabolici”. La tv impazzava: dai plastici di Bruno Vespa alle dirette di “Chi l’ha visto”. I giornali sfornavano due o tre pagine al giorno sull’argomento. In quel filmato, che ha fatto il giro d’Italia e del mondo, si vedeva anche la casa del delitto: triste e isolata, appena fuori dalle mura medievali della città. C’era un’atmosfera cupa, fredda, proprio da scena del delitto, che strideva con le calde effusioni dei due ragazzi. E il dolore per la morte di un’amica appariva in contraddizione anche con il racconto di un negoziante di corso Vannucci: disse alla polizia che Amanda e Raffaele erano andati ad acquistare biancheria intima e che si promettevano una notte di “sesso selvaggio”. Esibizioni giovanili? Amore e morte che si tengono per mano? Oppure crudo cinismo da veri assassini? Considerazioni banali come queste apparvero su tutti i giornali in quei giorni. Fu un’orgia di racconti a base di sesso, alcol e droga. E Perugia, la città un tempo provinciale e tranquilla, diventò nelle cronache una sorta di Ibiza, di regno della trasgressione giovanile. Al netto di qualche esagerazione, la rappresentazione non è poi così lontana dal vero.

Nel “pasticciaccio” di via della Pergola c’è dentro tutto questo. E prima di tutto c’è la personalità dirompente di Amanda. Basta vedere il suo blog: fiumi di parole, cascate di foto. Eccola in posa provocante col vestito scollato e le gambe nude, eccola seducente col dito in bocca e lo sguardo da gatta, eccola in un filmato che la ritrae ubriaca fradicia. Accompagnata dalla fama di divoratrice di uomini, la notte gira per pub e va nella Red Zone – un luogo fuori Perugia nei pressi di Casa del Diavolo (nome altamente evocativo). Il giorno – così raccontano – studia l’italiano, legge Italo Calvino, ascolta i suoi adorati Beatles e innaffia le piantine di marjuana di un amico. La notte, canne e sesso. Raffaele descriverà l’ambiente in cui vivono così: “In Erasmus conosci tanta di quella gente da tutte le parti del mondo che alla fine senza rendertene conto entri in un giro di feste, viaggi, punti di ritrovo comuni e organizzazioni solo a scopo di divertimento che non ti lascia in pace nemmeno un secondo della giornata. A quel punto cosa fai? Puoi dire no la prima, la seconda, la terza ma poi non ce la fai più ed entri anche tu nel gioco del fancazzismo”. Lo sventurato rispose sì, anche perché imprigionato dal fascino esplosivo di Amanda. Condannati entrambi a divertirsi e a trasgredire.

Gira che ti rigira si arriva a quella terribile notte del primo novembre. L’accusa sostiene che in tre, “strafatti” di droga e alcol (insieme a Raffaele e Amanda c’è anche Rudy Guede, il ragazzo nero già condannato per omicidio in concorso, con sentenza passata in giudicato) volevano costringere Mez a un’orgia. Lei si sarebbe rifiutata. Pressioni, violenze, urla. Poi, la coltellata secca, al collo. Passano due giorni e Amanda confessa: racconta che nella notte del primo novembre era nella casa di via della Pergola e che con lei c’erano il proprietario del pub dove lavorava, un nero trentacinquenne di nome Patrick Lumumba, e Meredith. I due a un certo punto si appartano in camera da letto. Amanda riferisce di aver sentito urla terribili, di aver sospettato cosa stesse accadendo, ma di non essersi mossa dalla cucina. Per non sentire lo strazio aveva preferito tapparsi le orecchie. Vero? Falso? Lì per lì, il questore di Perugia prende tutto per buono. Commenta soddisfatto: “Il caso è chiuso”. Una dichiarazione affrettata dovuta alle pressioni di quei giorni? Può darsi. Nel capoluogo umbro, infatti, tutti vogliono essere rassicurati. Tutti – dai palazzi del governo locale e da quelli dei due atenei – chiedono che la città torni a essere nell’immaginario collettivo la capitale dell’Umbria felix: ricca, elegante, tranquilla. Il delitto Kercher del resto ha avuto un impatto disastroso sull’immagine: basti dire che da allora gli iscritti all’università sono calati di circa un terzo. E gli studenti per Perugia sono un grande business. Ce n’è abbastanza per mettere fretta al questore e convincerlo a ostentare certezze. Non l’avesse mai fatto. Di lì a poco si saprà che Patrick con quella storiaccia non c’entra proprio niente. Ci sono prove incontrovertibili che si trovasse altrove. Quanto ad Amanda smentisce tutto. Dice che ha raccontato una balla perché chi la interrogava l’ha spaventata, l’ha picchiata (due scappellotti), e poi lei non capiva bene l’italiano e quindi potrebbe aver frainteso il senso delle domande. Vuol dimostrare una cosa ben precisa: il nome di Patrick lei non lo voleva fare, sono stati gli agenti a suggerirglielo. Più avanti, in un interrogatorio davanti al giudice, smentirà anche questo.
 Comportamento insondabile il suo. Le confessioni – si sa – si possono ritrattare: non è la prima volta che accade. E chi l’ha interrogata in questura potrebbe anche essere andato per le spicce, ma perché accusare di un omicidio efferato uno che non c’entra proprio niente? Perché calunniare? E’ il sintomo di una personalità distorta? O di una raffinata furbizia? O di entrambe? Oppure è la difesa di una ragazza spaesata, precipitata in un gorgo spaventoso? Le amiche di Amanda buttano olio sul fuoco quando riferiscono che in questura – prima e dopo gli interrogatori – è fredda, padrona di sé, non versa una lacrima per la morte di Mez. In attesa di parlare, fa la spaccata, mette su arie da consumata seduttrice, dice senza batter ciglio che l’amica è stata sgozzata, che la morte è stata lenta e dolorosa, che lei l’ha vista nello specchio. Mitomania? Voglia di essere protagonista a tutti i costi? Narcisismo? Oppure lo sa perché era presente all’omicidio? Con Amanda è sempre così: si va sull’ottovolante. E’ tutto un dire e un disdire, un raccontare a metà fra il sogno e la realtà, disseminando la narrazione di una lunga teoria di “non ricordo”. Oppure di onirici “mi vedo quella sera…”. E quando si sente persa, allora arriva il pianto come un uragano, i singhiozzi che squassano il petto. Lo psichiatra Vincenzo Maria Mastronardi descrive così le sue caratteristiche psicologiche principali: “Accentuato narcisismo, rabbia e notevole aggressività, teatralità e tendenza alla trasgressione, scarsa empatia, anestesia affettiva”. Di Raffaele Sollecito invece dice: “Tratti di personalità dipendente… si rende disponibile da succube ad affrontare anche situazioni spiacevoli pur di ottenere l’approvazione degli altri”. Chi nel rapporto sia il dominus è facile da intendere. Ma basta una personalità borderline per fare una colpevole?

Sin qui il primo tempo del giallo, nel secondo tempo – quello del carcere e del processo – emerge un’altra Amanda: faccia pulita, abiti color pastello, nessuna esibita sensualità. Anzi, occhi bassi, toni pacati, rari sorrisi. Il massimo dell’ammiccamento è fare l’occhietto a Raffaele. Dietro le sbarre scrive diari che trasudano amore per Mez e dolore per la sua scomparsa, con quella sua grafia rotonda e sensuale, unica impronta rimasta della precedente personalità. Incontra un sacerdote. Parla con lui di Dio. Riflette sugli angeli. Canta, suona la chitarra. Stringe un forte legame con un parlamentare del Pdl: il giovane eugubino Rocco Girlanda. Tanto incuriosito da Amanda e tanto convinto della sua innocenza che pubblicherà un libro, a tratti toccante, sulle loro conversazioni in carcere.

Mentre la ragazza un tempo aggressiva e spregiudicata sta cambiando pelle, la sua famiglia riesce a creare negli States una forte corrente d’opinione a lei favorevole. In tanti cominciano a seguire l’andamento del processo: nasce una vera e propria lobby che la sostiene. Ci sono dentro personalità del mondo del giornalismo, della cultura, della politica. Arrivano sino al segretario di stato Hillary Clinton che fa una dichiarazione cauta ma inequivocabile, subito dopo la condanna in primo grado (26 anni): “Sono pronta a incontrare chiunque abbia dei timori su come il caso è stato gestito”. E persino Giorgio Napolitano, sollecitato da un’accorata lettera dell’onorevole Girlanda, diventato presidente della Fondazione Italia-Usa, fa sapere che “il capo dello stato si tiene costantemente al corrente di questa complessa vicenda”. Intanto, dall’inizio della storia, sono stati pubblicati una quindicina di libri. Ci sono poi i documentari e i film.

Qualche mese fa negli States è uscito un lungo racconto (oltre quattrocento pagine) di una giornalista newyorchese, Nina Burleigh, collaboratrice del New Yorker e del New York Times. Il titolo esprime efficacemente la tesi che vi è sostenuta: “Il fascino fatale della bellezza”. In modo elegante e colto si esprimono in realtà giudizi molto pesanti sull’Italia, su Perugia e sul sostituto procuratore Giuliano Mignini che ha condotto l’inchiesta sin dall’inizio. Il nostro paese è – secondo l’autrice – caratterizzato da un’idea di femminilità diversa da quella americana: al centro viene messa la famiglia e il ruolo di madre. Ciò comporta un marcato fastidio per lo charme e l’erotismo aggressivo di Amanda. Perugia è una città chiusa fra esoterismi massonici e cattolicesimo. Il sostituto Mignini è un conservatore, un tradizionalista legato alla chiesa di Roma. In questo contesto culturale, la giovane americana di Seattle avrebbe pagato il suo essere molto attraente e altrettanto spregiudicata. La bellezza per lei è stata una vera maledizione. Nina Burleigh non sostiene l’innocenza contestando le motivazioni della condanna a 26 anni, ma piuttosto analizzando il costume di una società – a suo parere – misogina e sessuofoba.

In realtà, di recente, Amanda una seria rassicurazione l’ha avuta proprio dall’andamento del processo: il responso dei periti del tribunale. Dal carcere di Capanne escono racconti che parlano della giovane americana sempre più ottimista, sempre più attiva nei lavori che fa insieme alle altre carcerate, molto impegnata a scrivere i suoi diari mentre attende l’assoluzione. L’accusa però non molla. A giorni, le decisioni della Corte d’appello di Perugia. Le telecamere avranno ancora tutto l’agio di indugiare su Amanda. Sul suo bel volto, sul suo look, sui suoi sguardi. Sarà misurata o teatrale? Cercherà di incontrare gli occhi di Raffaele? Converserà con lui? La sfida è fra lei e quel sostituto sessantenne che da quattro anni lavora in silenzio: non un’intervista, non una dichiarazione. Sulla scena ci saranno lei e il suo irriducibile avversario. Il caso non è affatto chiuso.

di Gabriella Mecucci

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