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Arrivano le sorelle di Allah

Il re saudita Abdullah bin Abdul Aziz ha annunciato che le donne entreranno a far parte della Shura (il Consiglio consultivo) del regno a partire dalla prossima sessione e che potranno candidarsi alle prime elezioni municipali. Cosa c’è dietro a questo cambiamento di status della donna nel più misogino paese islamico del mondo? Lo chiamano “femminismo islamico” in contrapposizione a quello secolarista e antireligioso in voga in occidente. Ne parla anche l’ultimo numero della rivista americana Wilson Quarterly.

27 Settembre 2011 alle 11:21

Il re saudita Abdullah bin Abdul Aziz ha annunciato che le donne entreranno a far parte della Shura (il Consiglio consultivo) del regno a partire dalla prossima sessione e che potranno candidarsi alle prime elezioni municipali. Cosa c’è dietro a questo cambiamento di status della donna nel più misogino paese islamico del mondo? Lo chiamano “femminismo islamico” in contrapposizione a quello secolarista e antireligioso in voga in occidente. Ne parla anche l’ultimo numero della rivista americana Wilson Quarterly.

Le femministe islamiche sostengono che il Corano non assegni alla donna una posizione supina e di reietta, ma la veda invece come strumento della “dawa”, la diffusione della religione islamica. Le femministe predicano il velo come “liberazione”, sono contrarie alla “promiscuità sessuale” ma anche alle pene corporali, chiedono la partecipazione democratica ma anche un regime religioso fondato sulla segregazione di genere. Attaccano l’occidente “unisex” e reclamano una supremazia femminina nell’islam all’insegna del motto “separate, ma uguali”. Le ha raccontate l’americana Isobel Coleman in un libro dal titolo emblematico: “Il Paradiso sotto i piedi”. Rasha Alduwaisi, la donna saudita paladina di Facebook, si è espressa a favore della sharia come sistema legale. La prima a teorizzare questo femminismo islamico fu la saudita Mai Yamani, che nel 1996 ha pubblicato “Feminism and Islam”. Poi sono arrivate le turche Yesim Arat e Feride Acar, le marocchine Fatema Mernissi e Asma Lamrabet, impegnate a riscoprire il valore liberatorio dell’islam delle origini, e Amina Wadud, teologa afro-americana in prima fila per portare le donne a un ruolo di primo piano nelle moschee.

Nel 2009, per la prima volta dalla fondazione della Repubblica islamica, in Iran tre donne sono salite al governo con Mahmoud Ahmadinejad, il quale da un anno va ripetendo che “le donne sono pioniere nella Rivoluzione islamica”. La moglie dell’ex candidato presidente Hossein Moussavi, Zahra Rahnavard, è la principale teorica di questo femminismo iraniano. Per molti anni è stata cancelliere della più grande università iraniana per “sole donne”. E’ una matrona khomeinista che si definisce “seguace di Fatimah”, la figlia del profeta Maometto. Sostiene che “il valore fisico della donna islamica è riservato alla casa e al marito, non ai capitalisti e agli stranieri”, e che “le donne nel mondo islamico sono le più libere del mondo”.

In Turchia la moglie del primo ministro, Emine Erdogan, è la prima first lady ad aver indossato il velo islamico, è una attivista dei diritti delle donne e parla spesso nei forum sull’“emancipazione femminile”. La campagna per riportare il velo nelle università turche non è guidata da un islamista, ma da una femminista, Hidayet Sefkatli Tuksal, per la quale “Erdogan è il vero volto della Turchia”. Il ministro con delega alle donne e alla famiglia è una femminista islamica, Selma Aliye Kavaf, nota per aver auspicato che dalle telenovelas venissero tolte le scene più passionali. La responsabile delle politiche familiari del partito di Erdogan è la femminista Sibel Uresin, che a giugno ha persino proposto la reintroduzione della poligamia (bandita da Atatürk allo scioglimento del califfato).

In Egitto sta emergendo da due anni un’ala femminile dei Fratelli musulmani, le chiamano “sorelle” e sono guidate da Zahraa El-Shater: velate, orgogliose, impegnate politicamente, fondamentaliste. Si dice che negli anni più duri della repressione di Mubarak abbiano tenuto vivo il movimento, prendendosi cura dei prigionieri, organizzando marce di protesta, raccogliendo fondi per gli avvocati.

La legittimazione teologica a questo neofemminismo islamico, votato ad Allah e all’urna, è arrivata dal Qatar dal più influente teologo musulmano, Yusuf al Qaradawi, che ha emesso una fatwa per dichiarare lecito il canto delle donne e il loro reclutamento come attentatrici suicide. 

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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