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In mezzo ai guai libici entriamo in biblioteca con gli storici

Lawrence d’Arabia scriveva nei suoi dispacci tutto quel che oggi serve per decifrare la rivolta libica

Tutti gli uomini sognano, ma non allo stesso modo. Coloro che sognano di notte scavando nei più polverosi recessi della propria mente la mattina dopo si svegliano e scoprono che era soltanto una vana fantasia; ma coloro che sognano di giorno sono uomini estremamente pericolosi, perché possono cercare di trasformare in realtà i loro sogni a occhi aperti. Ed è proprio questo ciò che io ho fatto. Ho inteso creare una nuova nazione, ripristinare una perduta influenza, offrire a venti milioni di semiti le fondamenta sulle quali edificare l’ispirato e fantastico palazzo delle loro rivendicazioni nazionali.

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9 Aprile 2011 alle 10:30

Tutti gli uomini sognano, ma non allo stesso modo. Coloro che sognano di notte scavando nei più polverosi recessi della propria mente la mattina dopo si svegliano e scoprono che era soltanto una vana fantasia; ma coloro che sognano di giorno sono uomini estremamente pericolosi, perché possono cercare di trasformare in realtà i loro sogni a occhi aperti. Ed è proprio questo ciò che io ho fatto. Ho inteso creare una nuova nazione, ripristinare una perduta influenza, offrire a venti milioni di semiti le fondamenta sulle quali edificare l’ispirato e fantastico palazzo delle loro rivendicazioni nazionali. Un obiettivo così alto richiedeva il loro assoluto e sincero impegno e la loro coraggiosa e generosa partecipazione: ma quando abbiamo vinto, su di me è stata scaricata la colpa del fatto che i diritti di concessione britannici sul petrolio mesopotamico si trovavano in pericolo e che la politica coloniale francese nel Levante stava andando in frantumi. Temo che proprio questa sia la mia speranza. E’ troppo alto il prezzo che paghiamo per queste cose in termini di onore e di vite innocenti. Per me tutte le province che abbiamo assoggettato non valgono la morte di neppure un solo cittadino inglese”.

Questo brano, tratto dall’edizione del 1935 dei “Sette pilastri della saggezza”, è un’autobiografia scritta con il senno di poi, una creazione di quel romanzo medievale che Lawrence stesso voleva scrivere nello stile della “Morte d’Artù” di Thomas Malory, il libro che accompagnò Lawrence durante tutta la rivolta araba degli anni 1916-1918. Ma questo nuovo re Artù, Lawrence d’Arabia, è oggi presentato come una specie di antieroe del XX secolo con tendenze omosessuali: un intellettuale anticonformista combattente per la libertà, nemico delle grandi corporation e dell’imperialismo e quindi anche della guerra in sé.

Nei “Sette pilastri della saggezza” c’è anche Lawrence come autentico storico: per la sua stesura (terminata in appena tre mesi nel 1922) Lawrence aveva usato i rapporti ufficiali originali, dai quali lui esce fuori come un perspicace e pragmatico stratega imperialista, deciso a ottenere la vittoria contro la Germania e il suo alleato turco, ma anche a garantire il contenimento della Francia, alleata dell’Inghilterra, per ostacolare la sua espansione coloniale nel medio oriente. Il rapporto scritto nel gennaio del 1916 dal tenente in seconda T. E. Lawrence per spiegare le ragioni che consigliavano il sostegno britannico a una rivolta araba contro l’impero ottomano (che avrebbe dovuto essere guidata da Sherif Hussein, l’emiro della Mecca) era così conciso e convincente (malgrado l’opposizione del governo dell’India britannica, preoccupato dalla minaccia di un nazionalismo arabo in un’Arabia che voleva tenere come zona cuscinetto facendovi insediare cittadini indiani) che fu spedito al ministero degli Esteri per essere sottoposto all’esame del gabinetto: “Sherif Hussein non agisce nell’interesse britannico, se non quando coincide con i sogni e le speranze del partito politico al quale appartiene.

Il suo obiettivo è la creazione di un califfato per se stesso e l’affrancamento dei popoli di lingua araba dalla loro attuale irritante sudditanza ai popoli di lingua turca. I suoi obiettivi sono dunque diametralmente opposti a quelli del partito panislamico (i nazionalisti arabi), che comunque appare meno pericoloso per i suoi piani; le sue iniziative sembrano vantaggiose per noi, perché corrispondono ai nostri fini immediati, ossia la spaccatura del ‘blocco’ islamico e la sconfitta e la frantumazione dell’impero ottomano, ma anche perché lo stato cui egli darebbe vita per prendere il posto dei turchi sarebbe nei nostri confronti altrettanto inoffensivo di quanto lo era la Turchia prima che diventasse uno strumento nelle mani dei tedeschi. Gli arabi sono ancora meno stabili dei turchi. Se sono ben manovrati resteranno in una situazione di mosaico politico, un tessuto formato da piccoli principati, incapaci di qualsiasi coesione e tuttavia sempre pronti a unirsi per combattere ogni forza esterna. La sola alternativa a questa prospettiva sembra essere quella del controllo e della colonizzazione a opera di una potenza europea che non sia la nostra, cosa che, inevitabilmente, entrerebbe in conflitto con i nostri già consolidati interessi nel vicino oriente”.

E ancora: “Sherif Hussein si è già dimostrato alquanto utile per noi. Ha impedito l’attacco ad Aden, ha tenuto tranquillo il mullah in Somaliland, ha spartito i consigli di Ibn Rashid. Si è rifiutato di predicare il jihad contro gli inglesi in India, o di permettere che fosse legalmente dichiarato; ha contrastato (e continua a contrastare) l’influenza turca nell’Hijaz (che oggi è la parte occidentale dell’Arabia Saudita, dove ci sono Mecca e Medina, ndt); ha impedito il reclutamento di volontari e ha proibito l’affissione di notizie antibritanniche nei luoghi pubblici della Mecca. Tutto questo, ovviamente, è stato fatto con la speranza di poter un giorno prendere egli stesso il ruolo del governo turco nell’Hijaz. Se noi riuscissimo a fare in modo che questo mutamento politico avvenisse in modo violento, neutralizzeremmo ogni minaccia dell’islam, facendolo dividere al suo interno. Avremmo così un califfo in Turchia e un califfo in Arabia, impegnati in una guerra teologica, e l’islam non sarebbe più potente di quanto lo era il papato quando il Papa risiedeva ad Avignone”.

Queste non sono certo le parole di un futuro salvatore del popolo arabo. Sono piuttosto il brillante e lucido calcolo di un giovane funzionario dell’intelligence per promuovere gli interessi dell’impero britannico. In seguito, nei “Sette pilastri della Saggezza”, egli stesso scrisse: “Preferivo rischiare l’inganno, sulla base della mia convinzione che l’aiuto arabo era necessario per ottenere una rapida e non costosa vittoria in oriente, e che fosse meglio non mantenere la parola data e vincere, anziché mantenerla e perdere”.

Un conciso tour de horizon e una dichiarazione d’intenti altrettanto chiara è proprio ciò di cui avrebbero bisogno oggi le forze guidate dalla Nato per mettere in atto la risoluzione 1.973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in Libia.

Il Comando britannico in medio oriente desiderava che gli arabi attaccassero direttamente la guarnigione turca a Medina. Lawrence ebbe una specie di epifania che gli fece capire perché una decisione come questa avrebbe portato un esercito arabo tribale irregolare a un sicuro disastro. Bisognava invece sferrare l’attacco contro il vero punto di forza dei turchi: la linea ferroviaria Damasco-Medina, che attraversava il deserto per mille chilometri, dove gli arabi erano in posizione di grande vantaggio. Come disse lo stesso Lawrence: “La controinsurrezione turca era come mangiare la minestra con un coltello”.

Il fascino esercitato sugli inglesi dal deserto, con i suoi cammelli al posto delle navi, è del tutto naturale per una nazione marinara, e Lawrence paragonò la guerra di manovra da lui condotta tra Suez e Damasco a un’operazione navale: “I plotoni su cammello, esattamente come delle navi, possono incrociare tranquillamente lungo i margini coltivati del territorio nemico, sicuri di potersi ritirare indisturbati nel deserto, dove i turchi non si arrischiano a entrare”. Tatticamente la formula da seguire era questa: “Toccata e fuga: non attacchi su vasta scala ma incursioni fulminee. Dovremmo usare la minor quantità di forza possibile, nel modo più rapido e nei luoghi più remoti. Il nostro obiettivo dovrebbe esssere quello di trasformare la nostra battaglia in una serie di combattimenti individuali, e i nostri ranghi in una felice alleanza di agili comandanti in capo”.

Fu proprio questa tattica a garantire i sorprendenti successi degli arabi nella conquista di Tafilah in Yemen, nell’accerchiamento di Deraa, in Siria, nella sconfitta della quarta armata turca in ritirata e infine nella conquista di Damasco. Quest’ultima vittoria fu ottenuta perché Lawrence riuscì a persuadere il futuro re Faisal a non attaccare in massa; tuttavia, come si evince dal suo rapporto iniziale, Lawrence aveva un quadro strategico chiaro già prima che, con le sue straordinarie doti di empatia, la sua passione, la sua capacità persuasiva, e grazie all’oro inglese, desse inizio alla rivolta araba nel 1916.

“Le capacità delle tribù sono soltanto di tipo difensivo, e la loro vera specialità è la guerriglia. Sono intelligenti e vivaci, addirittura temerari, ma troppo individualisti per sottostare a comandi, combattere in formazione o aiutarsi reciprocamente. Penso che sarebbe possibile farne una forza organizzata. La guerra dell’Hijaz è una guerra tra dervisci e truppe regolari – e noi stiamo dalla parte dei dervisci. I nostri manuali non contemplano una simile situazione”. Continua Lawrence: “Presi insieme non sono una forza particolarmente formidabile, perché non hanno alcuno spirito di disciplina e nessuna fiducia reciproca. Ma presi singolarmente vanno piuttosto bene. Direi che quanto più piccola è un’unità di combattimento tanto maggiore sarà il suo rendimento. Un’accozzaglia di migliaia di loro sarebbe inefficace contro un numero nettamente inferiore di truppe addestrate; ma anche soltanto tre o quattro di loro, assiepati nelle loro valli e sulle loro colline, valgono come una dozzina di soldati turchi. Se se ne stanno seduti a non far niente diventano nervosi e ansiosi di tornare a casa. Quando, invece, hanno un compito da svolgere, e si muovono in piccole squadre per attaccare improvvisamente le truppe turche e ritirarsi immediatamente non appena i turchi avanzano, ricomparendo subito dopo in un altro punto, fanno quello che sanno fare meglio e sono capaci di lasciare sgomenti i propri nemici”.

Questa stupefacente chiarezza di visione era il frutto di uno studio spassionato su come un funzionario dell’intelligence potesse comprendere come lavorare con gli arabi. Il celebre “Arab Bulletin” scritto da Lawrence subito dopo la conquista di Aqaba (20 agosto 1917) è ancor oggi utilizzato come manuale d’istruzione per le forze speciali britanniche in medio oriente e nel Golfo Persico – dove non è praticamente mai passato un solo anno in cui non siano state impiegate in qualche azione.
Oggi che tutto è di nuovo in movimento e la legittimità dei regni sorti per iniziativa di Lawrence in Siria, Giordania, Iraq e Arabia Saudita al fine di prendere il posto dell’impero ottomano è rimessa in discussione, sembra opportuno rileggere l’“Arab Bulletin” che Lawrence inviò all’Arab Bureau britannico all’indomani della straordinaria presa di Aqaba.

La primavera araba può ben essere una richiesta di democrazia e trasparenza – e posti di lavoro. Ma può anche essere, come in Bahrein, la rivolta della maggioranza sciita contro la monarchia sunnita, o anche la possibile rivolta di due milioni di sciiti in Arabia Suadita contro la dinastia sunnita dei Saud. Tuttavia proprio la democrazia potrebbe portare alla richiesta di un ritorno all’autonomia tribale, soprattutto in Libia. Per questo coloro che cercano di cavalcare la tigre della creazione di nazioni libere devono essere consapevoli del fatto che la fase iniziale di questo processo potrebbe determinare la rinascita di una immemorabile “blanda confederazione di tribù guerriere”. Così come l’Europa, di fronte alla prospettiva di un rincaro del petrolio fino a oltre duecento dollari al barile e a un conseguente aggravamento della crisi finanziaria, si rinchiuderà nuovamente nelle sue ancora profondamente sentite componenti “tribali”.

Quindi i militari, i politici e le popolazioni che si trovano a contatto con questo nuovo Risorgimento farebbero bene ad ascoltare i consigli dell’esperto Lawrence, espressi con la chiarezza di un archeologo di Oxford. Ecco alcuni dei suoi ventisette punti:

1) Procedere con cautela nelle prime settimane. E’ molto difficile rimediare a un cattivo inizio, e gli arabi formano i giudizi sulla base di fattori esterni che noi ignoriamo. Ma quando si riesce a raggiungere la cerchia più interna di una tribù, si può ottenere tutto ciò che si vuole.

2) Cercate di imparare tutto quanto possibile sui vostri Asraf e Bedu. Cercate di conoscere le loro famiglie, i loro clan e le loro tribù, i loro amici e vicini, i loro pozzi, le loro colline e le loro strade. Fate tutto questo limitandovi ad ascoltare e per vie indirette. Non fate mai domande. E all’inizio mantenete un atteggiamento piuttosto rigido.

3) Nelle questioni di affari trattate soltanto con il comandante dell’esercito, del plotone o dello squadrone nel quale prestate servizio. Non date mai ordini a nessuno, e comunicate i vostri consigli soltanto all’ufficiale in comando, per quanto grande possa essere la tentazione (in nome di una maggiore efficienza) di trattare direttamente con i suoi sottoposti. Il vostro deve essere un ruolo consultivo, e i vostri consigli devono essere indirizzati esclusivamente al comandante.

4) Conquistate la fiducia del vostro leader. Rafforzate il suo prestigio davanti agli altri e a vostre spese. Non contestate o rifiutate mai i suoi piani d’azione, ma fate in modo che vi siano prima esposti privatamente. Approvateli sempre, e dopo averli elogiati modificateli in modo impercettibile, facendo sì che le nuove proposte sembrino uscire direttamente da lui, fino a quando corrispondono al vostro giudizio. Una volta raggiunto questo obiettivo, fatelo rimanere saldamente ancorato a esso, e fatelo procedere in tal senso con la massima determinazione, ma segretamente, in modo che nessuno tranne lui stesso (e nemmeno troppo chiaramente) si renda conto delle vostre pressioni.

5) Rimanete in contatto con il vostro leader nel modo più costante e discreto possibile. Vivete con lui, in modo da essergli accanto durante i pasti e le udienze nella sua tenda. Visite ufficiali per fornire consigli sono molto meno utili di una continuata somministrazione di idee durante colloqui informali. Quando arrivano per la prima volta sheikh di altre tribù per offrire la loro alleanza e prestare i propri servizi, uscite dalla tenda. Se la loro prima impressione di voi è quella di uno straniero entrato in confidenza con lo Sherif, ciò sarà un grave danno per la causa araba.

8) Gli Sherif sono al di sopra di tutte le faide e le rivalità locali e costituiscono il solo principio di unità fra gli arabi. Assicuratevi che il vostro nome sia sempre accostato a quello di uno Sherif e condividete il suo atteggiamento nei confronti delle tribù. Quando arriva il momento di agire ponetevi pubblicamente ai suoi ordini. Tutti i beduini vi seguiranno.

11) Stranieri e cristiani non godono certo di grande popolarità in Arabia. Per quanto vi possano trattare amichevolmente e cordialmente, ricordatevi sempre che poggiate i piedi su fondamenta estremamente fragili. Non cercate di fare troppe cose con le vostre mani. Meglio che le facciano gli arabi in modo sostanzialmente accettabile, piuttosto che le facciate voi in modo perfetto. E’ la loro guerra, e voi siete lì per aiutarli, non per vincerla al posto loro. E d’altra parte, considerando gli antichissimi modi di vita dell’Arabia, il vostro lavoro pratico non sarà probabilmente così buono come voi stessi pensate”.
Che parole di grande saggezza, per tutti noi. Lawrence era un masochista, era consapevole del fatto che le invenzioni inserite nei Sette pilastri sarebbero risultate trasparenti nella propria dinamica di gloria e disonore. In effetti, Lawrence aveva bisogno che le sue storie ricamate fossero scoperte proprio per completare la sua umiliazione masochistica. Come disse benissimo un suo amico, lo stratega Basil Liddell Hart: Lawrence era come una donna con il volto coperto dal velo ma il seno nudo.

Ma per il suo amico Winston Churchill, e per moltissimi altri, Lawrence fu la figura più ispiratrice della sua epoca. Dopo gli infiniti massacri della Prima guerra mondiale, ecco finalmente un cavaliere crociato che mortificava la sua carne e la sua anima posto alla guida di un esercito musulmano medievale per realizzare lo stato moderno in nome del più grande impero musulmano che il mondo abbia mai conosciuto: l’impero britannico. E il tratto più peculiarmente caratteristico di el Aurens sta proprio nel fatto che fu spinto dai suoi demoni interiori ad arricchire con elementi romanzeschi questo epico racconto.

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Richard Newbury

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