Storia di un tipaccio duro e giusto

Donald Rumsfeld non si pente di nulla. Chi pensava l’ex segretario della Difesa, il falco più rapace dopo l’11 settembre, avesse preso ad addolcirsi rimane deluso Ma l’impostazione rumsfeldiana ha potenti avversari

Donald Rumsfeld non si pente di nulla, nemmeno della copertina del suo libro di memorie, “Known and unknown”, dove è ritratto appoggiato a una staccionata con un gilet di goretex e la maglia della salute che fa capolino dalla camicia marrone. Le ottocento pagine per cui i giornalisti di Washington fremono da mesi saranno in libreria martedì prossimo, ma ieri alcuni estratti sono comparsi su Washington Post e New York Times, mentre Drudge Report – il leggendario aggregatore della destra conservatrice – parafrasa alcuni passaggi cruciali.

  

Chi pensava che a 78 anni l’ex segretario della Difesa, l’uomo più duro dell’Amministrazione Bush, il falco più rapace dopo l’11 settembre, avesse preso ad addolcirsi e, sentendo lo spirito della pensione soffiare in lui, avrebbe fatto concessioni retrospettive, rimane deluso. L’unica resipiscenza riguarda le sue dimissioni dal Pentagono dopo l’uscita delle foto della prigione irachena di Abu Ghraib, nel 2004, con le torture e tutto il resto. Rumsfeld ha consegnato al presidente Bush due lettere di dimissioni nel giro di cinque giorni, entrambe rifiutate. “Guardandomi indietro, riconosco che ci sono alcune cose circa il trattamento dei prigionieri di guerra che l’Amministrazione avrebbe potuto fare diversamente”, scrive Rumsfeld, usando un eufemismo che farà ribollire il sangue alla sinistra dalla faccia pulita.

  

Questo è il pentimento al massimo grado, per il resto l’incedere delle memorie è all’altezza del personaggio: marziale, realista, vendicativo, un gigantesco tipaccio che non gira attorno alle cose ma va dritto al punto, soprattutto quando l’operazione fa più male. Sulle armi di distruzione di massa in Iraq, quelle di cui diceva “sappiamo dove sono”, c’è l’eco di una smentita nei fatti, ma la campagna per sradicare Saddam Hussein e la sua satrapia ospitale verso il terrore è rivendicata senza tentennare: se il governo di Saddam fosse ancora al potere, il medio oriente “sarebbe un posto più pericoloso di quanto non sia oggi”.

 

Rumsfeld racconta il clima nell’Amministrazione durante il dibattito sull’invasione dell’Iraq, racconta di decisioni univoche e scontri mortali, di una Casa Bianca colonizzata da bande che volevano mettere il proprio sigillo sulle operazioni. Il primo incontro in cui si è parlato di Iraq è stato il 15 settembre 2001, quando il mondo aveva a malapena un’idea di dove fosse l’Afghanistan. E’ Bush che chiede al suo segretario della Difesa una review sul regime di Saddam, e Rumsfeld assolve il compito con il suo fare soldatesco. Studia, s’industria, mette in campo la sua esperienza strategica e nel frattempo fioccano le leggende nere attorno a lui, l’artefice della guerra più odiata d’America. E’ nel mezzo del dibattito sulle armi di distruzione di massa che riprende Confucio: “Ci sono cose che sappiamo e sappiamo di sapere, ci sono cose che sappiamo di non sapere, ma ci sono anche cose che non sappiamo di non sapere”. 

 

L’impostazione rumsfeldiana ha potenti avversari. Il segretario di stato Colin Powell è una specie di sabotatore delle politiche di Bush; Condoleezza Rice sbaglia approccio più o meno su tutti gli scenari, John McCain ha soluzioni sbagliate (e fra l’altro è il primo a rispondere: “Grazie a Dio se n’è andato”), la Casa Bianca è un posto oscuro dove troppa gente ha le “mani sul volante”. La tenerezza, per dir così, arriva soltanto quando Rumsfeld ricorda gli sforzi di due dei suoi figli per uscire dalla dipendenza della droga. Qualche settimana dopo l’11 settembre, piange nello studio ovale dopo una domanda del presidente sulla salute del suo Nick.

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