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A Torino un padrone segreto

Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, qualche volta va a far visita a Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, nel suo ufficio al quarto piano del Lingotto. Una stanza arredata sobriamente, com’è tradizione della casa: una lunga scrivania, un tavolo rotondo, un imponente apparato informatico (tre computer) perché il personaggio è ipertecnologico.

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26 Dicembre 2010 alle 15:30

Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, qualche volta va a far visita a Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, nel suo ufficio al quarto piano del Lingotto. Una stanza arredata sobriamente, com’è tradizione della casa: una lunga scrivania, un tavolo rotondo, un imponente apparato informatico (tre computer) perché il personaggio è ipertecnologico. I due Sergio vengono raggiunti da Tom Dealessandri, vicesindaco ed ex segretario della Cisl provinciale, e da Gianni Coda, capo degli acquisti del gruppo e fidatissimo del capo. Dalla buvette aziendale arrivano alcuni piatti per una cena fredda consumata senza perder tempo.

Poi si sgombra il tavolo e i quattro si mettono a giocare a carte, scopa o scala 40. Fine. Nel senso che sugli attuali rapporti del numero uno Fiat con la città, le sue istituzioni, la sua vita sociale e mondana non c’è molto altro da dire. “A Torino lo si vede proprio poco – dice al Foglio Evelina Christillin, direttore del Teatro Stabile cittadino – Mai comparso a una prima del Regio o di uno spettacolo; non lo si incontra da nessuna parte. E’ tutto concentrato nel lavoro. Fa una vita da frate trappista”. Un collaboratore molto stretto, uno dei pochi sopravvissuti alle sue epurazioni, approfittando di un momento di particolare buonumore, ha osato chiedergli: “Ma non le pare di fare una vita di m...?”. Lui ha allargato la braccia e ha risposto: “Mi pare proprio di sì”.

In effetti una sua giornata tipo torinese, raccontata per sommi capi, non è invidiabile. Naturalmente al mattino molto presto in ufficio, lavoro e riunioni; spuntino alla buvette; riunioni e lavoro. La sera cena con la scorta a Eataly, il centro enogastronomico fondato da Oscar Farinetti che è a 200 metri dal suo ufficio. Oppure in pizzeria, in via Nizza (anche quella a due passi) o in alternativa da Cristina, in corso Palermo: più distante, ma indicata da madama Talli, la cerimoniera della Fiat, come la migliore della città. La mattina dopo, magari appuntamento sulla pista di Caselle alle 4,30 per sfruttare il fuso e arrivare a Detroit in tempo per riunioni e lavoro. Se qualcuno gli manda un sms o una e-mail la sera, spesso riceve la risposta verso le due o alle tre della mattina perché lui, da casa, è ancora operativo. Non ha tempo, o non se lo concede, per nient’altro, neppure per andare dal dentista: ha perso un incisivo, in tv si vede, ma ancora non ha messo in agenda le cure odontoiatriche. Trova invece qualche minuto per passare dal parrucchiere. Ne frequenta due: Nico e Michele, nella centrale via Carlo Alberto, e Tony and Guy, dalle parti di Mirafiori, un locale trendy che offre tisane rilassanti durante il taglio dei capelli.

E’ persino un nonsenso parlare di una vita sociale e mondana, di frequentazioni per un personaggio così. Questo è un capitolo che non esiste nella vita di Marchionne. E la cosa, all’inizio, un po’ è dispiaciuta al milieu che conta. Sei anni fa quando è arrivato a Torino, alcune signore si sono prodigate per accoglierlo come avevano fatto in precedenza con Cesare Romiti o Paolo Fresco che ne erano stati ammaliati. Fra queste le sorelle Puccetta e Gianna Recchi. Discendenti di una famiglia di grandi costruttori (la diga di Assuan, tanto per dire) che hanno conosciuto poi momenti difficili con Tangentopoli, hanno sempre animato i salotti più ambiti in città. Gianna, in un passato remoto fidanzata del filosofo Gianni Vattimo, prima che questi facesse coming out, e poi legata a Gianluigi Gabetti, da decenni uomo di fiducia della famiglia Agnelli, è un punto di riferimento obbligato. Marchionne, pur sempre gentile nei rapporti umani, nel suo salotto non è mai entrato.

In città vive da solo, la moglie sta vicino a Ginevra con i figli e lui li raggiunge, in elicottero, quando il lavoro gli concede un fine settimana libero. Abita in piazza Vittorio, quella tutta porticata, fatta a U che protende le sue braccia verso il Po, la chiesa della Gran Madre e la collina. Ha un appartamento molto informatizzato per permettergli di essere sempre operativo, come in ufficio. Nelle immediate vicinanze abitano alcuni personaggi della Torino che conta: Gabriele Galateri, ex manager del gruppo Agnelli e ora presidente di Telecom Italia; Domenico Siniscalco, ex direttore generale del Tesoro ed ex ministro dell’Economia, adesso alla Morgan Stanley; lo stesso Chiamparino. Ma lui non li riceve e non va a casa loro. Una giovane signora che abita nel suo palazzo ama, la sera verso le 11, andare ai Murazzi, le arcate sugli argini del Po una volta ricovero di barche e oggi teatro di quel po’ di movida che passa l’austera Torino. Ogni tanto lo vede arrivare con la scorta che lo accompagna fino alla porta dell’appartamento; lui entra e chiude. Inaccessibile.

In casa, oltre ai sistemi informatici di cui si è detto, si è fatto installare un sofisticato impianto stereo. Perché il capo della Fiat ama la musica. Classica, ma soprattutto jazz. In particolare è fan di Bob McFerrin il cantante statunitense diventato famoso dopo lo straordinario successo internazionale della cover “Don’t worry, be happy”. Devono piacergli davvero molto questo pezzo e il suo messaggio: tre anni fa alla presentazione del piano strategico del gruppo ha voluto che fosse messo come sottofondo in sala. Inusuale per la Fiat.
Dicono – ma non ci sono riscontri – che sia anche andato a qualche concerto di questo McFerrin. Così come è stato, e questo è certo, a un concerto di Paolo Conte ad Asti; lo accompagnava Simone Migliarino, capo ufficio stampa della Fiat da tantissimi anni, astigiano come Conte e molto apprezzato da Marchionne che è diventato padrino di suo figlio nato poco più di un anno fa. Le mondanità torinesi, se così si possono chiamare, del capo della Fiat e della Chrysler sono tutte qui.

Le altre uscite dal bunker del Lingotto sono tutte legate a occasioni di lavoro. Partecipa spesso alle riunioni con gli ex dirigenti del gruppo, osservando una radicata tradizione Fiat. Ha presenziato all’ultima festa dei carabinieri: e qui una componente personale-sentimentale c’era, visto che suo padre è stato maresciallo dell’Arma. Recentemente ha assistito al Politecnico alla laurea honoris causa concessa a Giorgetto Giugiaro, uno dei più grandi designer d’Italia (e del mondo). Come si sa, Giugiaro ha venduto la sua società, Italdesign, alla tedesca Volkswagen e dunque i vertici della casa di Wolfsburg erano tutti lì ad applaudire il neolaureato. E forse quella è stata un’occasione per Marchionne per parlare della possibile cessione dell’Alfa Romeo alla Vw di cui i giornali hanno scritto e che lui ha (quasi) escluso: “Potrei vendergliela solo in cambio di 20 miliardi”.

Molto frequenti, assidui i suoi interventi all’Unione industriali di Torino. E’ una sede importante, strategica per lui con tutti i fronti che ha aperto sul piano sindacale e della Confindustria. Negli anni della crisi più buia, la Fiat era stata estromessa dalla stanza dei bottoni dell’associazione. Sotto la gestione Marchionne quella situazione non poteva continuare. E infatti nel 2008 è riuscito a far nominare alla presidenza un candidato a lui gradito, Gianfranco Carbonato, proprietario della Prima Industrie, azienda di sistemi laser. E in più ha fatto entrare del direttivo il suo Gianni Coda. Posizione riconquistata, dunque.

Con la finanza torinese i rapporti non esistono, in quanto non esiste la finanza torinese dopo la fusione del Sanpaolo con Intesa che ha spostato a Milano il vero centro decisionale del nuovo gruppo. Il resto (fondazioni e poco altro) sono troppo piccoli, irrilevanti per attirare interesse e attenzione di un signore che ha trattato finanziamenti per 12 miliardi di dollari direttamente con l’Amministrazione di Barack Obama. Si sono anche ridotte ai minimi termini le relazioni con il mondo sindacale torinese. E questo è un tasto dolente. Torino è una città operaia o che, per lo meno, fa finta di amare gli operai. Quando Marchionne è arrivato ha detto di essere “rimasto allibito dalle condizioni di lavoro cui erano costretti i dipendenti del gruppo”. Di conseguenza ha ordinato di rifare le mense, ha creato l’asilo a Mirafiori, gli spacci, ha migliorato tutti i locali a partire dai bagni. Si è parlato – ma forse era una battuta – del welfare di Marchionne. E questo è piaciuto, ha generato consenso. Così come è stata apprezzata la durezza del nuovo capo che ha tagliato senza pietà le teste dei vertici aziendali e non ha fatto pagare le difficoltà soltanto alla base. Ma oggi quel favore quasi entusiastico si è raffreddato: i progetti restano nel cassetto e Mirafiori è appesa a un filo. Il capo con il maglione non potrebbe più, come faceva all’inizio, andare tranquillamente a mangiare alla mensa assieme agli operai.

Proprio sul tema Mirafiori, Marchionne può contare ancora sull’appoggio di Chiamparino. Il sindaco lo ha sempre fiancheggiato politicamente: anche recentemente ha preso le sue difese contro la Fiom, il che non è neutro per chi è stato eletto dalla sinistra. Ma l’appoggio che gli ha fornito è stato fin dall’inizio anche molto concreto, tangibile: il comune, per volontà del sindaco, ha varato la delibera per l’acquisto di alcune aree dismesse di Mirafiori. E’ stata creata una società Tne (Torino Nuova Economia) che avrebbe dovuto far nascere su quei terreni un polo tecnologico. Il polo è tuttora un’idea astratta; concreto invece il pacchetto di milioni (stimati attorno ai 70-80), passati dal comune alle casse della Fiat all’epoca sull’orlo del fallimento. In questi sei anni a Torino Marchionne ha avuto tanti soprannomi. Si va da salvatore, a nuovo Valletta per passare a goffo, stropicciato, etc.

La città, nel 2004, aveva visto in lui l’insperata possibilità di evitare quel declino industriale al quale si era ormai rassegnata. E comprensibilmente lo ha osannato. Ora c’è qualche perplessità e il dubbio che abbia dedicato poco del suo tempo al paziente, quotidiano, oscuro, ma decisivo lavoro di fabbricare buone automobili. Dubbio che le continue perdite di quote di mercato accrescono. A sostenerlo, comunque, c’è la proprietà guidata dal presidente John Elkann con il quale è in perfetta sintonia. E ovviamente, come detto, c’è un sindaco importante come Chiamparino. Che però fra pochi mesi non sarà più lì.

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Gianni Gambarotta

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