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Oltre la Padania, oltre le ampolle

Tosi, per esempio. Dietro l’alluvione s’avanza una nuova Lega

Negli ultimi mesi, fino a qualche ora prima dell’alluvione, al sindaco Flavio Tosi hanno detto praticamente di tutto: lo hanno condannato per le intromissioni bancarie, lo hanno criticato per le ordinanze severe, lo hanno provocato per i rapporti con Bossi, lo hanno stuzzicato per le frasi su Gheddafi, lo hanno inchiodato per le tesi sui clandestini, lo hanno attaccato per le idee sugli immigrati, lo hanno punzecchiato per le contraddizioni leghiste e in un modo o in un altro, alla fine, lo hanno accusato di ogni cosa.

15 Novembre 2010 alle 12:48

Negli ultimi mesi, fino a qualche ora prima dell’alluvione, al sindaco Flavio Tosi hanno detto praticamente di tutto: lo hanno condannato per le intromissioni bancarie, lo hanno criticato per le ordinanze severe, lo hanno provocato per i rapporti con Bossi, lo hanno stuzzicato per le frasi su Gheddafi, lo hanno inchiodato per le tesi sui clandestini, lo hanno attaccato per le idee sugli immigrati, lo hanno punzecchiato per le contraddizioni leghiste e in un modo o in un altro, alla fine, lo hanno accusato di ogni cosa.

Gli hanno dato del fascista, dello xenofobo, dell’omofobo, dell’intollerante, del violento, dell’ambizioso, del populista, dell’estremista, del troglodita, del cavernicolo, del rozzo, dell’ignorante, del fanatico, dell’opportunista, dell’impresentabile e, quando gli è andata bene, semplicemente del provocatore. E la stessa accusa, a Flavio Tosi, sindaco di Verona, sindaco leghista e sindaco simbolo di tutti gli sceriffi d’Italia, è arrivata anche in questi giorni di piogge abbondanti, di campagne allagate, di alberi sradicati, di torrenti esondati, di fabbriche sgomberate, di macchinari distrutti, di vite soffocate, di famiglie sfollate e di paesini che, lì in mezzo all’alluvione, si sono ritrovati improvvisamente isolati.

Sì, è vero: Verona è stata una delle poche città del Veneto a sfuggire alle drammatiche conseguenze causate dalle piogge cadute nei giorni scorsi sopra le pianure di una delle regioni più ricche d’Italia. Ma nonostante ciò, il sindaco di Verona ha trovato ugualmente l’occasione per lanciare la sua ennesima e durissima provocazione. “Ci servono soldi – ha detto Flavio Tosi martedì scorso durante la contestata visita in Veneto del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e del leader della Lega Umberto Bossi – ce ne servono tanti, e se non ci danno quello che ci occorre siamo pronti a forme di protesta clamorose: siamo pronti a scendere in piazza, siamo pronti a trattenere le tasse e siamo pronti a prenderci, anche con le cattive, i quattrini che ci spettano. E questo, signori, questo spero sia molto chiaro”.

Ecco. Non è certo la prima volta che Tosi trova l’occasione per far parlare di sé e l’operazione in realtà al sindaco di Verona riesce piuttosto bene ormai da più di tre anni: da quando cioè nella primavera del 2007 mise per la prima volta piede al piano terra di palazzo Barbieri, in quell’antico palazzone in stile neoclassico – con frontone triangolare e fitto colonnato corinzio ispirato alle forme degli antichi templi romani, costruito a metà dell’Ottocento sul lato orientale di piazza Bra – divenuto oggi uno dei luoghi chiave per studiare la nuova Lega che avanza nel nord Italia. Una Lega ancora un po’ rozza e un po’ verace, certo, ma una Lega in grado ormai di muoversi con una certa autonomia rispetto ai leader nazionali. Una Lega che qualcuno considera persino potenzialmente alternativa alla generazione dei Bossi, dei Calderoli e dei Borghezio. E una Lega che sembra essere diventata l’espressione più sincera di quell’insofferenza vissuta dalla pancia più profonda del partito di Bossi anche nei confronti dei propri alleati di governo. Una Lega, poi, il cui politico di riferimento sembra essere divenuto quest’anomalo sindaco di quarantuno anni che affascina gli elettori di destra e di sinistra, che indigna la grande stampa di sinistra, che piace agli artigiani, che non dispiace ai commercianti, che non infastidisce gli industriali e che, giusto poche ore prima dell’alluvione, abbiamo deciso di incontrare per capire qualcosa in più su quello che oggi viene considerato da tutti, semplicemente, il sindaco più popolare d’Italia.

Verona, sabato ventitré ottobre, ore undici e trenta. Flavio Tosi arriva di corsa in ufficio sfogliando incuriosito i ritagli appena raccolti dal tavolo della segretaria. Anche oggi i giornali parlano di lui e come capita spesso da un po’ di tempo a questa parte l’argomento alla fine è sempre quello: banche, banche e ancora banche. “Eddai, su, perlomeno adesso non scrivono più che me ne vado in giro con un leone al guinzaglio alla spietata ricerca di un terrone da azzannare…”. Ma a differenza di quanto letto negli ultimi tempi sui giornali, le notizie sul primo cittadino di Verona non riguardano né improbabili retroscena di macchinosi intrighi finanziari né indignati reportage sulle ultime malefatte di uno dei leghisti più famosi del paese. Riguardano piuttosto una notizia che il sindaco sembrava aspettare da tempo. Si parla di fondazioni, oggi, e Tosi sembra essere piuttosto soddisfatto.
“Lo vedi questo?”, dice il sindaco puntando l’indice della mano destra su una foto in bianco e nero stampata a tutta a pagina tra le cronache economiche del quotidiano l’Arena. “Lo vedi questo, sì? Questo qui è quello nostro”.

“Quello nostro” si chiama Giovanni Maccagnani, è un giovane avvocato veronese con pochi denti, con pochissimi capelli, con occhio furbo e con sguardo fiero, fotografato con un giubbotto di pelle nera, con un vecchio mocassino marrone e con una camicia senza cravatta infilata in un jeans piuttosto sfilacciato. A Verona, Maccagnani è conosciuto per essere il titolare dello studio d’avvocati che nel 2001 difese il sindaco in un famoso processo in cui l’allora consigliere regionale Tosi, dopo aver organizzato una raccolta firme per sgombrare un campo nomadi abusivo in città, fu condannato per “propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale”. Ma per Verona, oggi, Maccagnani non è soltanto il difensore legale del sindaco della città ma è soprattutto il simbolo di una progressiva conquista della Lega di una delle più importanti roccaforti finanziarie del nord est: la fondazione Cariverona.

La Cariverona, è noto, è il primo azionista italiano della più grande banca del paese (Unicredit, di cui ha il 4,6 per cento e di cui esprime anche uno dei due vicepresidenti) e negli ultimi mesi molti osservatori hanno attribuito al presidente della fondazione – Paolo Biasi – un ruolo chiave nel recente avvicendamento al vertice di Unicredit tra Alessandro Profumo e Federico Ghizzoni. Proprio con Biasi, a poco a poco, Tosi si è fatto portavoce della robusta insofferenza di quelle fondazioni italiane presenti in Unicredit preoccupate per l’eccessivo spazio lasciato nella banca ai fondi sovrani libici (oggi al 7,5 per cento del capitale azionario della banca) e, una volta incassato l’allontanamento di Profumo dalla banca, la partita sulla quale il sindaco ha cercato di giocare un ruolo da protagonista è stata quella legata al rinnovo dei consiglieri della fondazione veronese. Tra la fine di settembre e l’inizio di novembre, gli azionisti hanno rivisto la composizione di una buona fetta del cda e alla fine del mese hanno scelto di premiare i leghisti vicini a Tosi offrendo loro dieci dei venticinque posti previsti nel nuovo consiglio d’amministrazione. Ma in realtà la nomina che a Verona in molti attendevano con impazienza era quella legata alla figura che avrebbe dovuto gestire il controllo della cassaforte della fondazione. Chiunque almeno una volta abbia avuto la possibilità di fare due passi tra le strade di Verona (dopo Milano, il secondo polo finanziario d’Italia) si sarà accorto di come Unicredit sia una presenza massiccia nella vita della città – la banca sponsorizza i maggiori eventi organizzati dal comune, ha una sua sede operativa all’interno del comune, ospita nel suo auditorium le principali iniziative del comune e, attraverso la fondazione, ogni anno eroga sul territorio circa ottanta milioni di euro – e si capisce dunque che controllare la principale fonte di redistribuzione della ricchezza cittadina fosse in fondo il grande obiettivo del sindaco veronese.

Un obiettivo raggiunto da Tosi giusto pochi giorni fa, poco prima che arrivasse l’alluvione, quando gli azionisti della Cariverona hanno scelto alla “guida del comitato finanza dedicato agli investimenti” proprio l’avvocato con il jeans sfilacciato e il giubbotto di pelle nera.
“Vedete – racconta Tosi mentre si dondola soddisfatto sulla sua poltrona al piano terra di palazzo Barbieri – in tutta questa storia di Unicredit io sono davvero orgoglioso per il ruolo che ho avuto, e sono felice di essere riuscito a dare rilievo nazionale alle esigenze territoriali della nostra fondazione. Non ho paura a riconoscere che, in alcune circostanze, per la politica è importante riuscire a mettere più di un piede in quelle strutture bancarie all’interno delle quali è possibile dare un contributo importante per la vita delle nostre città. E’ evidente che in Cariverona siamo riusciti a raggiungere un buon risultato, e di questo non ci vergogniamo. Quanto a Unicredit, beh, personalmente mi potrò considerare soddisfatto soltanto nel momento in cui verranno davvero fermate le scalate straniere alla banca. Penso ai libici, certo, ma penso anche agli azionisti tedeschi e a quelli inglesi. Perché finché questi saranno generosi investitori non c’è alcun problema, ma se qualcuno di loro dovesse invece tentare di lavorare a un’operazione di scalata per provare a prendere il controllo della banca, ecco, quella, secondo me, sarebbe un’operazione semplicemente inaccettabile”.

Alle tredici e trenta, il sindaco si infila un fazzoletto verde nel taschino della giacca, esce dall’ufficio, supera un corridoio, fa un cenno al suo portavoce, saluta un giornalista, risponde al telefono, scende una rampa di scale, si lascia alle spalle palazzo Barbieri, attraversa il lato sinistro di piazza Bra, stringe le mani ad alcuni ragazzi, sale un’altra rampa di scale, supera il porticato del palazzo della Gran Guardia, prende l’ascensore, arriva al primo piano, entra in una sala convegni, si avvicina a un palco, saluta i presenti e alla fine ritira una piccola scultura in vetro di Murano sulla cui base rettangolare sono incise tre parole che Tosi legge con un certo orgoglio: “Premio Oriana Fallaci”. Motivazione: “Per la fermezza del sindaco a difesa delle regole della legalità della nostra città in tema di immigrazione”.
Già, l’immigrazione.

Uno degli argomenti che finora ha maggiormente eccitato gli osservatori che si sono occupati del sindaco di Verona – e che in un certo senso ha reso il laboratorio politico veronese famoso in tutto il resto d’Italia fino a ispirare persino i piani sulla sicurezza elaborati negli ultimi due anni dal ministro dell’Interno Roberto Maroni – riguarda l’approccio particolarmente severo utilizzato da Tosi per regolare la permanenza in città dei cittadini stranieri. La storia è nota: Verona è uno dei comuni italiani in cui la presenza degli immigrati supera di gran lunga la media nazionale (sono l’undici per cento sul totale della popolazione residente, tre punti percentuali in più del resto dell’Italia, e con un numero di nuovi cittadini stranieri arrivati sul territorio cresciuto negli ultimi vent’anni con una velocità doppia rispetto alle altre regioni del paese) e non può dunque sorprendere se, su questo campo, il sindaco ha utilizzato un approccio molto diverso rispetto a quello adottato dagli altri comuni italiani.


“Il punto – suggerisce Tosi mentre scende dalle scale del palazzo della Gran Guardia – è molto semplice: gli stranieri devono sapere che non possono vivere a casa nostra come se fossero a casa loro. L’Italia non è un paese razzista, ci mancherebbe, ma chi non è in regola deve essere punito. Non si discute”.
Se è vero che i duri provvedimenti portati avanti dal sindaco – ordinanze anti prostituzione, sgombero di campi rom, norme contro l’accattonaggio, misure severe contro le occupazioni abusive dei luoghi pubblici ed espulsione per gli immigrati sorpresi per due volte di seguito senza lavoro, senza stipendio e senza regolare permesso di soggiorno – hanno permesso al sindaco di rafforzare il consenso nella propria città, ecco, fuori da Verona Tosi non si può dire che abbia trovato altrettanti riscontri positivi.

Nel novembre del 2007, tanto per fare un esempio, Marco Travaglio si fece portavoce di un certo malcontento cresciuto rapidamente in una buona parte dell’opinione pubblica nazionale e, di fronte a un’affollatissima platea, si chiese come mai “una città europea e moderna come Verona si sia consegnata in mano a un troglodita, a un cavernicolo come Flavio Tosi”. Ma tra i tanti articoli dedicati al primo cittadino veronese, quelli che Tosi ricorda con più affetto riguardano una serie di lunghe cronache (una del 2007 e una del 2009) realizzate da Alberto Statera, nelle quali l’inviato di Repubblica raccontò un episodio particolare relativo a questo strano “leghista estremista”. Secondo Statera, Tosi “un giorno si presentò in Consiglio comunale con una tigre al guinzaglio” e il sindaco di Verona, in quell’occasione, giustificò la curiosa presenza del felino spiegando ai presenti che quello era “el leòn che magna el teròn”. Risate generali in comune, querela per Statera e rapporti a lungo compromessi con il quotidiano di Largo Fochetti.

“Vedete – dice Stefano Vallani, 31 anni, veronese, dirigente del Pd che a dicembre correrà alle primarie per conquistare la carica di leader cittadino del Partito democratico – sbaglia chi descrive Tosi come se fosse un mezzo criminale. Pur con tutte le sue contraddizioni (vedi per esempio la scelta di affidare a un nazi-fascista dichiarato come Andrea Miglioranzi, esponente della Fiamma tricolore, l’incarico di capogruppo della Lista Tosi in consiglio comunale; vedi la sua incapacità a portare a termine progetti concreti per la città come la costruzione per la tav; vedi la sua scarsa competenza per le grandi partite industriali che si giocano a Verona), Tosi non è un nazista, non è un fanatico, non è un ignorante, non è un impresentabile ma più semplicemente è un abile politico che è stato capace di costruire attorno a sé un’immagine che forse non piace alla intellighenzia di sinistra ma che in fin dei conti risulta essere decisamente vincente. Con Tosi, poi, una buona parte della sinistra ha commesso il classico errore fatto in questi anni per contrastare le politiche dei nostri avversari: perché demonizzare il nemico significa in un certo senso santificarlo. Semmai, il vero punto è che, nonostante il sindaco diverse cose buone le abbia fatte, con Tosi Verona ha perso quel carattere internazionale che aveva reso la nostra città un punto di riferimento culturale per tutto il resto del mondo. Verona è diventata una città provinciale come non lo era mai stata prima. Quanto al resto mi sembra solo inutile chiacchiericcio”.

A metà pomeriggio, dopo aver conversato a lungo con l’avvocato Maccagnani di fronte al parchetto comunale costruito nel cuore di piazza Bra, Tosi rientra in ufficio, raccoglie un plico di fogli stampati dalla segretaria, accende il computer, controlla le agenzie, risponde al telefono, poi ci pensa un attimo, lancia uno sguardo di complicità al suo portavoce, allunga la mano sul tavolo, estrae un foglio da una cartellina gialla e inizia a leggere un documento di tre pagine datato 26 aprile 2010.
“Guarda qui”, dice Tosi.
“Qui” è un paragrafo evidenziato in giallo di un dossier elaborato pochi mesi fa dall’Università Bocconi e dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti (fondazione che visto il nome del suo presidente – Carlo De Benedetti – dirà sicuramente qualcosa ad Alberto Statera) secondo il quale, dice Tosi leggendo ad alta voce, “Verona è la città italiana in cui gli stranieri residenti si sentono meno discriminati… la città italiana in cui la stragrande maggioranza degli immigrati svolge una regolare attività lavorativa… e la città italiana in cui gli immigrati regolari hanno una media occupazionale superiore rispetto a quella degli italiani (83 per cento contro una media del 55 per cento). Razzisti noi? E dai, su”.

Ma nella storia di Flavio Tosi un capitolo a parte lo merita il rapporto non semplice costruito con il leader della Lega. E, quando gli parli di Bossi, Tosi ti guarda muovendo leggermente il capo in avanti e indietro, ti fissa incassando impercettibilmente la testa in mezzo alle spalle e ti osserva allargando i palmi delle mani come per volerti dire: “Oh, beh, insomma, ma che cosa vuoi che ti dica?”. Come racconta un leghista che conosce bene il sindaco e il leader del Carroccio, da diversi anni a questa parte la Lega vive nel grande equivoco dell’essere il partito di lotta che combatte contro i soprusi del governo centrale, e in questa non sempre facile sintesi caratteriale capita spesso che sul territorio crescano degli amministratori capaci di muoversi anche autonomamente rispetto ai leader nazionali. Tosi è certamente uno di quelli, e non è un mistero che oggi Bossi nutra nei suoi confronti lo stesso sentimento ondivago coltivato dai grandi capi di partito nel momento in cui si accorgono di aver allevato sotto il proprio tetto un figlio che lentamente inizia a muoversi ben al di fuori della stretta sfera di influenza esercitata dal padre.
“Sono convinto – dice Andrea Bolla, presidente della Confindustria veronese – che il caso di Verona sia un modello, non solo politico, che andrebbe approfondito meglio. Personalmente, come industriale, tocco con mano la popolarità di un sindaco come Tosi e la sua disponibilità a dare risposte il più delle volte immediate ai suoi interlocutori. Ci sono diverse cose che ancora non sono state fatte, è vero, e ci sono una serie non indifferente di promesse ancora da mantenere (e i prossimi due anni saranno decisivi). Io non sono qui per dare giudizi, ci mancherebbe, ma credo che Verona oggi sia una città in cui, per esempio, il mondo delle imprese non ha trovato ostacoli nel relazionarsi con un sindaco leghista. Un leghista, poi, che a mio modo di vedere sembra far parte di una generazione diversa rispetto a quelle viste in giro negli ultimi tempi”.

“Ormai in Veneto – racconta Maurizio Battista, capocronista veronese del quotidiano l’Arena – è un fatto che una parola di Tosi conti molto di più di una parola di Bossi. Tra i due, un momento di tensione c’è stato poco prima delle ultime elezioni regionali, quando tutti credevano che il candidato naturale per succedere a Giancarlo Galan alla presidenza della regione fosse il quarantunenne sindaco veronese e quando invece Tosi scoprì che l’aspirante governatore sarebbe stato Zaia. Ma detto questo va anche ammesso che dietro il profilo di Tosi si nasconde un leghismo che forse testimonia la crescita di una classe di governo diversa dalla generazione dei Bossi, dei Calderoli, dei Borghezio e dei Maroni. Non è un caso se all’ultima assemblea dei comuni italiani che si è tenuta a Padova Tosi era in prima fila a fianco di Renzi, il sindaco di Firenze che sta terremotando il Pd. Che Tosi, che ha fiuto politico, giochi a tutto campo, consapevole anche di entrare in competizione con il governatore Zaia, è un dato da non sottovalutare e forse può spiazzare i leghisti più ortodossi e risultare poco simpatico all’establishment leghista tanto che la Padania preferisce celebrare altri nomi piuttosto che il suo sindaco più popolare”.

Di questi argomenti Tosi ancora non parla, del domani della Lega non crede sia possibile discuterne ma del futuro del governo, del futuro immediato del Carroccio e della complicata situazione politica in cui è precipitata la maggioranza berlusconian-bossiana qualcosa da dire invece ce l’ha. “Un governo tecnico oggi? Una pazzia, non esiste, è una follia pensarci. Se sia il caso di andare a votare? Sì, credo di sì, credo sia arrivato il momento. E’ ovvio: Berlusconi non vuole apparire come colui che porta al voto il paese senza un motivo valido, ed è evidente che il Cavaliere continui a sperare che il cerino resti nelle mani di qualcun altro. Ma alla fine sarà quella la strada che ci aspetta. Resta solo da capire come si è arrivati a questo punto. Risposta ovvia: per colpa della maggioranza. Ecco, pensateci: eravamo sicuri di avere i numeri per portare a termine i nostri punti programmatici e ora invece siamo tutti i giorni lì a darci botte da orbi. Sì, è vero, nella pancia del nostro partito c’è grande insofferenza per quello che sta succedendo in questi giorni e per il modo improvviso in cui governo si è autoflagellato. Se il nostro partito avesse il 51 per cento dei voti non avremmo questi problemi, non sarebbe necessario allearsi con nessuno, ma oggi non è così e quindi siamo costretti a fare i conti con quello che succede nel Palazzo. Che cosa penso di Fini? Beh, secondo me Berlusconi ha fatto male a sottovalutare l’ambizione del presidente della Camera, ma dall’altro lato io credo che Fini oggi si ritrovi in una situazione molto pericolosa. Con Berlusconi non può più andare, è evidente. Se va al voto da solo è morto. Se va col centrosinistra è ugualmente finito. E allora che cosa fa? Come crede di impensierire il presidente? Sì, d’accordo: il centrodestra è in difficoltà, ma secondo me Fini, a guardar bene, oggi lo è decisamente più degli altri. Se è possibile trovare un accordo? Non ci credo. La lite è stata così violenta, anche a livello personale, che è impossibile che si trovi una soluzione. Si andrà a votare, e noi, noi della Lega, sinceramente, di questo non abbiamo affatto paura: il tempo gioca per noi”.

Ad ascoltare con attenzione le parole di Flavio Tosi, seduto su una poltroncina gialla nell’ufficio del sindaco di fronte alla parete bianca che ospita la foto di Giorgio Napolitano (foto appesa da pochi mesi dopo essere stata staccata dal muro da Tosi non appena eletto a palazzo Barbieri), c’è una persona piuttosto conosciuta dalle parti di Verona: un potente dirigente comunale di nome Roberto Bolis, di professione portavoce del sindaco, di aspetto vagamente simile al cattivo di Roger Rabbit (baffo fino fino e cappello a tesa larga), considerato non solo uno dei principali artefici della creazione dell’immagine del sindaco sceriffo ma anche l’esempio di una discreta contaminazione culturale del mondo legato a Tosi. In particolare, la caratteristica di Bolis, così come quella di alcuni collaboratori del sindaco, è la natura ibrida del suo percorso politico: un percorso che lo ha portato al comune dopo aver militato a lungo negli organi dirigenti del Partito comunista prima da consigliere del Pci al comune di Treviso, poi da capogruppo al comune ai tempi di Giancarlo Gentilini e infine da corrispondente veneto dell’Unità.
“Personalmente – dice Tosi – non ho difficoltà a riconoscere di non sentirmi affatto né di sinistra né di destra. Sono uno dei pochi politici di livello nazionale a essere nato dopo il 1968 e considero il mio percorso politico davvero ibrido. Anche per questo, quando mi chiedono se il futuro del nostro elettorato sia destinato a essere frutto di un rimescolamento tra forze provenienti da diversi schieramenti, ecco, posso dire che qui a Verona qualcosa del genere lo stiamo sperimentando”.

Difficile pensare che le frasi del sindaco si riferiscano a una particolare forma di ouverture applicata all’interno della sua giunta comunale. Piuttosto, il discorso di Tosi segnala la condizione particolare in cui si ritrova a vivere la regione governata oggi dal leghista Luca Zaia. Il Veneto, si sa, è una delle realtà italiane in cui negli ultimi anni la Lega ha raggiunto – fuori dal Cremlino varesino – i suoi risultati migliori (35 per cento alle ultime regionali, undici punti in più del Pdl, quindici punti in più del Pd e casi notevoli come quello di Treviso in cui i leghisti hanno raggiunto il triplo dei voti ottenuti dal Pdl); ma allo stesso tempo è anche una delle regioni in cui gli elettori hanno costruito un rapporto sempre più disincantato con le parole chiave del lessico leghista. E a parte la diffidenza di Tosi per le ampolle sacre, pratiche druidiche e la letteratura celtica (e tra l’altro il sindaco di Verona non ama neppure farsi vedere troppo spesso a via Bellerio, a Milano, alla sede della Lega), un’ulteriore testimonianza del rapporto distaccato del Veneto con la tradizionale morfologia del Carroccio è arrivata qualche giorno fa anche da uno studio pubblicato da un gruppo di ricerca dell’Università di Verona. Uno studio in cui si dimostra che nove veronesi su dieci, di fatto, non credono al mito della Padania.
“Vedete – dice al Foglio Luca Ricolfi, editorialista della Stampa e responsabile scientifico dell’Osservatorio del Nord Ovest – io credo che quello che sta succedendo in Veneto testimoni uno scenario difficilmente riscontrabile in altre parti d’Italia. La storia ci insegna che Liga veneta ha da sempre avuto alcuni tratti marcatamente autonomi rispetto al movimento nazionale. Ma osservando con attenzione il caso Veneto, e in particolare il caso Tosi, io credo che siamo di fronte a una realtà che va ben al di là di quella Lega che abbiamo imparato a conoscere in questi anni. Una Lega effettivamente eterogenea che usa concetti simili a quelli del Partito democratico ma che li utilizza con una forma diversa, senza inibizioni, in modo non sempre educato ma decisamente molto efficace; ed è davvero molto difficile dire che le idee che girano da quelle parti siano necessariamente idee di destra. Se non ricordo male, fu Massimo Cacciari il primo a notare che un giorno in Veneto le strade percorse dalla sinistra e dalla Lega si sarebbero inevitabilmente incrociate, se non sovrapposte. Bene: io credo che quel giorno oggi potrebbe essere arrivato”.

Così, non può dunque sorprendere che lo stesso governatore del Veneto Luca Zaia ripeta spesso che uno dei suoi sogni proibiti sia quello di dare vita non tanto a un movimento politico rigidamente ancorato sugli storici percorsi della destra ma piuttosto “a una sorta di new labour padano capace di farsi portavoce delle esigenze anche del disilluso popolo del centrosinistra italiano”. Tosi non arriva ad affermare tanto ma – partendo anche da alcune statistiche relative ai flussi di voti raccolti alle elezioni di tre anni fa, quando Tosi sconfisse al primo turno Paolo Cannotto raccogliendo il 45 per cento dell’elettorato comunista – qualcosa di simile, alla fine, il sindaco la dice. “Io credo che la Lega sia destinata a vivere nel futuro svincolata dalle singole appartenenze di partito. La Lega, secondo me, dovrà cercare di ispirarsi sempre più agli insegnamenti europei di Angela Merkel e di Nicolas Sarkozy, questo è evidente, ma sono convinto che tra le tante persone che un buon leghista di oggi dovrebbe considerare fonte di ispirazione del proprio pensiero vi sono anche molti soggetti appartenenti alla storia della sinistra. Penso per esempio a quello che credo sia stato uno dei più grandi e lungimiranti esempi di leadership carismatica del nostro paese, Enrico Berlinguer. E penso soprattutto a un altro personaggio che, almeno per me, costituisce un fondamentale punto di riferimento politico. Una persona che ha avuto il coraggio di traghettare gli Stati Uniti in uno dei suoi momenti storici più difficili di sempre. Un politico che se fossi stato americano avrei votato di sicuro. Penso a lui naturalmente. Penso al presidente, a Barack Obama”.
 

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