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La tribù di Bossi, il suo cerchio magico e i suoi segnali di fumo

Domenica, al comizio finale di Venezia, dove i seguaci di Umberto Bossi arriveranno per concludere la festa dei popoli padani, si dovrà osservare con attenzione la foto di gruppo della nomenclatura leghista. E leggere fra le righe del discorso del leader, visto che nel suo caso non si tratta mai solo di spazi bianchi. I duri e puri, che attendono da anni di mettere la parola fine sul travagliato sodalizio con Berlusconi, rimarranno delusi.

12 Settembre 2010 alle 08:00

Domenica, al comizio finale di Venezia, dove i seguaci di Umberto Bossi arriveranno per concludere la festa dei popoli padani, si dovrà osservare con attenzione la foto di gruppo della nomenclatura leghista. E leggere fra le righe del discorso del leader, visto che nel suo caso non si tratta mai solo di spazi bianchi. I duri e puri, che attendono da anni di mettere la parola fine sul travagliato sodalizio con Berlusconi, rimarranno delusi anche se il Capo dovrà trovare uno stratagemma per rassicurarli, dopo la frenata sul voto, mentre i più ragionevoli sanno che quel salto al 12-13 per cento profetizzato dai sondaggi in caso di elezioni, porterebbe alla Lega più scranni in Parlamento, più poltrone da spartire, ma non aiuterebbe il Carroccio a uscire dall’imbuto in cui si trova da mesi. Chissà se è vero, come invece affermano i cultori della doppia tattica leghista, che il tira e molla di Bossi sia concordato con Berlusconi per lasciare aperta ogni ipotesi di soluzione. O se la frenata, dopo la spinta sull’acceleratore verso le urne, sia solo una strategia per logorare il premier. Concordata sì, ma solo con Giulio Tremonti. Ogni valutazione politica ora assume il valore di un oroscopo. Compresa quella sui rumors, abbastanza insistenti in Lombardia come a Roma, secondo i quali la Lega, dopo aver cercato di forzare la mano al premier, davanti all’ostilità di tutta la maggioranza, cambi le sue alleanze e cerchi un ponte futuro con il Pd.

“Nelle segreterie del nord se ne parla anche se in modo molto discreto da settimane”, dicono alcuni leghisti, “i nostri voti fanno gola a chiunque”. Se così fosse, il nuovo patto (avveneristico) si dovrebbe chiamare “il patto dello spiedino”. Sì, perché alla controversa festa nazionale del Pd a Torino, Pier Luigi Bersani, per sottolineare le comuni radici popolari del suo partito con la Lega, ha dichiarato che lui e Bossi, a differenza di Berlusconi, sanno quanto costa uno spiedino (una volta il metro di misura era il prezzo di un litro di latte, ma forse ci è sfuggita un’importante mutazione culturale). In ogni caso una cosa è certa: il popolo padano sa che il suo sogno, il federalismo dell’avvenire, non può realizzarsi a breve. L’ipotesi più probabile è che Bossi debba aspettare che l’iter parlamentare della legge delega sul federalismo venga bloccato anche dal Pdl, non solo dai finiani, che strizzano sempre di più l’occhio al sud per liberarsi dal giogo di Bossi. Questa sarebbe l’unica strada percorribile per poter assumersi la responsabilità di togliere il sostegno a Berlusconi, senza pagarne le conseguenze.

Nel frattempo, dietro l’immagine corale dei popoli padani, si usano codici e linguaggi che fanno pensare piuttosto a una tribù. Infatti basta avvicinarsi al “cerchio magico” dei vertici della Lega per capire che le guerre intestine non si sono ancora sopite. E se alla fine di agosto sembrava che la compagine ministeriale della Lega di governo avesse avuto la meglio sulla fronda familiare formata da Manuela Bossi, il figlio Renzo, il figlioccio Marco Reguzzoni e Rosi Mauro, che si comportano come i cavalieri della Tavola rotonda per assicurarsi la successione a re Artù (pretendendo di essere più ortodossi di chiunque altro), la resa dei conti non è ancora avvenuta. Ai più avvertiti infatti non è passato inosservato il giallo padano estivo. E cioè la temporanea assenza di Rosi Mauro, l’amazzone di Bossi, e soprattutto del capogruppo di Montecitorio, Marco Reguzzoni, da tutti gli incontri importanti di partito e di coalizione. Dopo che per mesi avevano fatto la guerra al ministro Roberto Calderoli per difendere il Capo da eventuali trappole dei colonnelli. “Giocare a fare i puri è un rischio: finisce che arriva sempre qualcuno più immacolato di te”, osservano, beffardi, gli avversari della cordata familiare, che considerano la guerra fra i diversi clan svincolata da obiettivi politici, ma semmai legata solo a interessi personali che si basano sulla custodia del corpo malato del Capo. Nessuno sa cosa sia veramente successo al centro del cerchio magico, ma i dissapori sono nati dopo la candidatura alle elezioni regionali del marzo scorso del figlio Renzo, che ha suscitato molte proteste alla base del movimento e critiche dirette, inedite, a Bossi. Anche da parte del segretario nazionale della Lombardia, Giancarlo Giorgetti, che ha subito intuito il mal di pancia che avrebbe provocato una scelta di carattere nepotista.

Gli avversari della cordata familiare affermano che la vera “anima nera” sia l’esuberante e sveglio Marco Reguzzoni che, protetto dalla moglie di Bossi, per arrivare troppo vicino al sole si potrebbe bruciare le ali, come Icaro “ma si tratta solo di un auspicio”, concordano i più informati. Reguzzoni, dopo aver voltato le spalle al sacro territorio pochi mesi dopo la sua elezione a presidente della provincia di Varese per andare a Montecitorio con il compito di difendere gli interessi di Malpensa, è riuscito a sostituire Roberto Cota alla guida del gruppo leghista alla Camera, nonostante tutti i parlamentari avessero firmato una petizione per chiedere di dare la nomina a un bergamasco, Giacomo Stucchi. Una scelta che ha provocato molti dissensi all’interno del gruppo dei deputati. Dopo la sua temporanea assenza dal cerchio magico, Reguzzoni è tornato insieme a Rosi Mauro sotto l’ala protettiva del capo tribù, ma vigilato a vista da Cota, che non è mai mancato alle riunioni più importanti a fianco di Bossi. Un’assenza che la vecchia guardia dei colonnelli leghisti (Maroni, Calderoli e Giorgetti) aveva visto come una speranza di cambiamento. “Purtroppo la partita non è ancora decisa”, dicono in tanti a Varese, infastiditi dalla rete che Reguzzoni ha costruito anche intorno al corpo del figlio del capo, Renzo. Tutti si concentrano sul ruolo chiave di Rosi Mauro, che gestisce l’agenda di Bossi ed è garante degli interessi familiari della moglie di Bossi, ma la posta in gioco è un’altra: Marco Reguzzoni punta a sostituire Giancarlo Giorgetti alla guida della segreteria nazionale della Lombardia. Un ruolo importantissimo, soprattutto in caso di elezioni.

Ed ecco perché lui ha alzato una cortina di fumo, facendo scoppiare un caso intorno all’associazione culturale Terra Insubre. Frequentata dai suoi avversari, sta da sempre sul confine del cerchio magico, con una passione esoterica per l’anima originaria e pagana della Lega e una netta inclinazione politica a destra, che però riscuote molta simpatia nel territorio di Varese per il suo movimentismo spinto. Una faccenda che si può capire solo se si pensa che il Capo è una specie di variante padana di Toro Seduto, che usa un triplo linguaggio del fumo e dei segni: uno politico anche se dirompente, uno territoriale di lotta, e uno familiare, che può essere capito solo dai guerrieri del cerchio magico. Altrimenti è impossibile capire cosa significhi la battaglia di Reguzzoni, che prima dell’estate è riuscito a far votare il Consiglio federale leghista (la vetta della piramide del Carroccio) sull’incompatibilità fra la tessera di militante leghista e l’appartenenza a Terra Insubre. Un’espulsione dal partito di un piccolo gruppo di militanti, che però non può essere attuata perché chi frequenta un’associazione non ha alcuna tessera né un segno somatico preciso. Anche perché, poi, all’università estiva organizzata in un rifugio montano da Terra Insubre, a cui partecipano ogni anno militanti e simpatizzanti varesini accampati in tende, poche settimane fa c’erano tutti i dirigenti della Lega varesina, deputati compresi, uniti da un misterioso spirito carbonaro.

Se non si capisce che la comunità leghista
è una famiglia allargata, ora divisa in diversi clan, non si può interpretare quest’altra faccenda curiosa della Padania taroccata. E cioè il sito internet Padania.org che, approfittando della distrazione estiva e del sito in perenne “costruzione” dell’organo di partito, La Padania, ha lanciato in rete l’amo di un sondaggio sull’annessione di Lampedusa alla Padania, bufala ripresa poi da un quotidiano, senza che la Lega facesse alcuna smentita. Anche se poi sul sito è apparsa la precisazione che Padania.org non c’entra nulla con la Lega nord. Si tratta di un giornale online, fatto con le agenzie e commenti molto irriverenti verso Bossi e i suoi colonnelli, probabilmente costruito da dissidenti fuoriusciti e qualche link con quelli interni, con la passione per i celti e l’imperativo morale di costruire la Padania. E che ora ha un solo grido di battaglia che risuona nelle praterie padane virtuali: “Leghisti, scendete dalle poltrone romane!”. Così come va decodificata la voce sul rinnovo della tessera di partito negato alla moglie di Bossi, qualche mese fa. Una voce falsa, secondo gli avversari alla cordata familiare, soffiata come una pozione al veleno sui guerrieri del cerchio magico.

A Venezia bisognerà guardare bene la fotografia per capire dalle sfumature cosa succede nel cerchio magico; ma è ovvio che Bossi ha bisogno più che mai di offrire un’immagine coerente e compatta della sua tribù. Davanti a una base riconquistata con grande fatica dopo aver girato tutte le sagre estive per rinserrare le file di tutti i guerrieri che considerano il federalismo sinonimo di secessione. Se non altro fiscale, come si augurano molti gruppi nati su Facebook con uno slogan che assomiglia a un mantra, “voto-federalismo-secessione-Padania”. Un mantra recitato anche dai sindaci leghisti, amareggiati dal decorso delle legge sul federalismo. Così, mentre Luca Ricolfi insinua sulla Stampa che la Lega in realtà federalista non è già più, gli amministratori locali hanno rispolverato una vecchia idea: ritirarsi da Roma, rafforzarsi, arrivare a avere un serbatoio elettorale tale da non dover più fare alleanze con il Pdl e governare da soli. Un sogno impossibile per i realisti, consapevoli che un ritorno alle urne non li aiuterebbe a uscire dall’imbuto in cui si trovano tutti. Cordata familiare compresa.

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