cerca

La morale del libertino

Omofobo sì, ma con giudizio. La cronologia del cospicuo Meridiano Mondadori dedicato ad Alberto Arbasino è l’autobiografia mascherata del mio maestro di stile (confesso il discepolato a fatica perché la compagnia degli arbasiniani è repellente, stesso problema col giro di altri giganti malcompresi, Baudelaire e Pasolini, fino al caso estremo del conte Cergoly che in Italia apprezziamo in due, e l’altro disgraziatamente è Claudio Magris).

22 Gennaio 2010 alle 10:20

Omofobo sì, ma con giudizio. La cronologia del cospicuo Meridiano Mondadori dedicato ad Alberto Arbasino è l’autobiografia mascherata del mio maestro di stile (confesso il discepolato a fatica perché la compagnia degli arbasiniani è repellente, stesso problema col giro di altri giganti malcompresi, Baudelaire e Pasolini, fino al caso estremo del conte Cergoly che in Italia apprezziamo in due, e l’altro disgraziatamente è Claudio Magris).
In un brulicare di infinite cose Arbasino vi traccia la parabola dell’omosessualità, nel giro di pochi decenni trasformata da pratica a ideologia, da vizio privato a invadente discorso pubblico. Nel 1959, “nella stupenda Lamont Library, dentro Harvard, non solo si potevano prelevare i libri direttamente dagli scaffali, ma negli attigui cessi non-stop si liberavano i più immediati sfoghi plurimi e anonimi fra studenti sportivi non meno vogliosi dei ragazzoni in divisa fra stazioni e cinema nell’Italia profonda. (Prima che l’esibitivo outing demarcasse e denominasse le comunità e categorie)”. Che cosa vuol dirci lo scrittore di Voghera con la frase tra parentesi? Che la successiva codificazione di sguardi e schizzi ha fatto strage di sfumature, ha tolto libertà all’eros forzando ogni turbamento ad arruolarsi nel feroce manicheismo Omo / Etero.

Un’idea che puzza di ambulatorio, laboratorio e Lombroso, quella dell’uomo ridotto alla sola dimensione genitale, peggio: a una sola variante della dimensione genitale. La sodomia così semplificata è stata quindi versata nell’immaginario del popolo sovrano, che prima la esercitava in certi periodi e luoghi della vita (caserme, carceri, collegi…) senza darci peso, quasi senza vederla e ovviamente senza teorizzarla (“Il quotidiano sfogo giovanile si svolgeva in modi evidentemente ereditari, atavici, mai rappresentati o standardizzati”, scrive Arbasino). La materia dello struggimento che portò Michelangelo Buonarroti a comporre uno dei versi più belli della lingua italiana – “Chi mi difenderà dal tuo bel volto?” – è stata schifosamente strumentalizzata, è diventata benzina per carriere lobbistico-parlamentari, insomma una Grande Ragna pariopportunistica da Paola Concia a Mara Carfagna. Ragnatela che si estende da sinistra a destra (saltando il centro? l’Udc ne sembra esente) e che rende sanamente, giudiziosamente omofobo chiunque abbia a cuore la libertà di espressione, minacciata dalle leggi alla moda di Bruxelles. A rischio di censura sono articoli, romanzi, vocabolari, discorsi fra amici e in famiglia, prediche in chiesa, Bibbia. Come sempre parlo anche pro domo mea. Durante la messa mi viene spesso affidata la seconda lettura, l’Epistola: il giorno che dovessi pronunciare dall’ambone il ventisettesimo versetto del primo capitolo della Lettera ai Romani (“Gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini”) arresteranno San Paolo o arresteranno me? Intanto in Svezia hanno processato un pastore luterano perché in un sermone aveva criticato il matrimonio omosessuale.

Nella cronologia arbasiniana gli anni Cinquanta/Sessanta
sono un paradiso porcello in cui nessuno si accorge di essere nudo: “Non esistendo ancora il termine pedofilia, anche i colleghi più assatanati per i pischelli erano immuni da biasimi giacché non esisteva ancora quel concetto”. E già, come l’avrebbero sfangata Pasolini e Sandro Penna nell’Italia paranoica di Rignano Flaminio? L’inizio della fine è il celebre Maggio: “Osservando alla TV la gran movida studentesca parigina, mentre molti e molte partivano per partecipare al “casino”, qualche anzianotto sospirava: d’ora in poi, quando mai si potrà più fare di tutto, nelle ritirate della Sorbona?”. Aveva capito, l’anzianotto, che non di dionisismo si trattava, magari, bensì di un nuovo abbagliante illuminismo che grazie a media ben più potenti di quelli a disposizione degli enciclopedisti avrebbe condotto al presente totalitarismo della trasparenza: libertà obbligatoria, per dirla con Giorgio Gaber; sesso igienico; più nessun velo a coprire il sacro, a garantire l’inviolabile. Non è un caso che l’ideologia neoilluminista sia promossa a livello internazionale da un’entità, l’Onu, avente sede in un Palazzo di Vetro. L’omosessualismo che ha ucciso la festa mobile dei sensi di certo Novecento discende dalla morte del peccato originale nel cuore degli uomini. Quest’ultimo pensiero nel Meridiano di Arbasino, magnifico reportage di una leggerezza perduta, non c’è scritto, ma io ce l’ho letto.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi