cerca

Il modernista conservatore

Avevo degli amici, quegli amici sono diventati delle edizioni complete, dei centri di studi, dei comitati, dei convegni, e io mi sento molto solo”. Già venti anni fa, su Repubblica, Alberto Arbasino rimpiangeva la scomparsa di amici e interlocutori – Pier Paolo Pasolini, Goffredo Parise, Italo Calvino – con i quali aveva immaginato “una tarda età meno trafelata, con lunghe conversazioni e belle polemiche”.

22 Gennaio 2010 alle 10:05

Avevo degli amici, quegli amici sono diventati delle edizioni complete, dei centri di studi, dei comitati, dei convegni, e io mi sento molto solo”. Già venti anni fa, su Repubblica, Alberto Arbasino rimpiangeva la scomparsa di amici e interlocutori – Pier Paolo Pasolini, Goffredo Parise, Italo Calvino – con i quali aveva immaginato “una tarda età meno trafelata, con lunghe conversazioni e belle polemiche”. E ora che anche lui, sulla soglia degli ottant’anni, è diventato un Meridiano Mondadori (è appena uscito il primo volume. Come il secondo, in arrivo per il compleanno dello scrittore, il 22 gennaio prossimo, raccoglie romanzi e racconti), non si sentirà inchiodato a una forma definitiva e ineluttabile? Non soffrirà della monumentalizzazione cartacea, lui che usa i propri libri come manufatti infiniti, da riscrivere e riscrivere ancora, alla ricerca della giusta parola che non è mai l’ultima, affidata a un tripudio di foglietti, aggiunte su pagine volanti, chiose, cancellazioni e sostituzioni? “Ma no, anzi. Ha colto l’occasione per intervenire ancora sui testi”, dice al Foglio Raffaele Manica, che del Meridiano è il curatore. Non solo.

Quella del Meridiano è stata l’occasione per costruire una sorta di libro nel libro, una Cronologia di centoquaranta pagine, di cui Manica ha allestito la griglia e lo stesso Arbasino ha riempito, con notazioni, digressioni e puntualizzazioni, le caselle.
Cinquantun anni, professore di Letteratura italiana all’Università di Roma Tor Vergata e direttore di Nuovi argomenti, Raffaele Manica appartiene a una classe di età, i nati nei Cinquanta, che molto ha amato e ama lo scrittore Arbasino: “Anche se un riconoscimento immediato lui l’aveva avuto molto presto dai suoi sodali, il Gruppo 63. Eppure, con gli altri (Sanguineti, Guglielmi, Giuliani, Malerba, Eco, Barilli, Pagliarani, Balestrini, Manganelli…) condivideva al più un’idea di rinnovamento, mentre la sua pratica letteraria presto comincia a viaggiare solitaria. C’è un primo periodo ‘movimentista’, durante il quale Arbasino scrive un libro ogni due anni per Feltrinelli ed è già autore riconosciuto. Ha però ancora bisogno di essere accompagnato da esplicite dichiarazioni su ‘che cosa sto facendo’. Sono le ‘notizie’ che accompagnano tutte le edizioni Einaudi dei suoi libri, negli anni Settanta. In quel momento comincia a essere intercettato dalle generazioni nate negli anni Cinquanta”.

Che cosa vedono in Arbasino? “Sentono il suono di una voce singolare, unica, libera nel giudizio, con un forte sentire morale e politico che però non è speso né in modo moralistico né politicamente immediato”. E’ la tradizione lombarda, “terrorizzata dal trombonismo, dalla magniloquenza. Arbasino non parla mai di cose che non ha visto e conosciuto di prima mano, e tra queste esclude programmaticamente quelle troppo raggiungibili da troppi. Parla di concerti, di teatro, di melodramma, quasi mai di cinema. Sceglie di raccontare le cose destinate a scomparire, come in ‘Grazie per le magnifiche rose’, la serie di recensioni (che non sono mai solo recensioni) di spettacoli teatrali”.
Si può parlare, più che di vezzo elitario, “di passione per la memoria. Arbasino è un archivio vivente di stagioni  lontane, delle quali presagisce la sparizione imminente”. Si sente, come scrive di sé nel segnalibro di presentazione di “Parigi o cara” (resoconto delle “ampie e dettagliate visite” ai mostri sacri della cultura europea, a metà degli anni Cinquanta) un “qualunque ragazzo che ha cominciato a ragionare da sé verso la fine della guerra, a leggere molti libri e molti giornali, giudicandoli, e a un certo punto, quando ritiene di essere pronto, si muove, parte allo sbaraglio, per una ricognizione da vicino di tutti i luoghi, le persone, le idee che trova stimolanti e lo interessano, e arriva fino a dove riesce, va a guardare e toccare tutto quello che può”.

Manica insiste, anche nella sua introduzione al Meridiano, che ha intitolato “Se il romanziere non racconta storie”, sulla capacità arbasiniana di “farsi recettore dell’aria del tempo. La sua è un’angolazione molto particolare. Le rassegne di tic linguistici, di luoghi comuni, di frasi fatte, sono riprodotte in modo che si produca un autosmascheramento. Non occorre infierire, basta riprodurre”. E se Arbasino, in questa operazione, sembra divertirsi molto (“E’ il blabla! Signora mia”), in realtà “direi che ne soffre. Credo che dietro tutta la sua effervescenza lessicale ci sia un aspetto atrabiliare. Sa che il corso del tempo va contro di lui”. Lui, che pure “ci ha consegnato il sound fedele di una stagione passata e fondativa di quello che oggi siamo. Quanta letteratura si è consumata attorno al boom, all’esplosione del benessere? Arbasino, diversamente da tutti gli altri, ha scelto di parlare del boom rappresentando soprattutto intellettuali, anziché operai e borghesi. Fatta l’unica eccezione della ‘Bella di Lodi’, che divenne un film diretto da Mario Missiroli con Stefania Sandrelli (ma doppiata da Adriana Asti, voce arbasiniana per eccellenza con Franca Valeri, e compagna di tavolate serali romane)”.

Le conversazioni durante quelle tavolate, all’uscita di “Fratelli d’Italia” che le racconta, provoca la famosa reazione: “Ci siamo dentro tutti” (titolo dell’articolo recensione dell’Espresso). “Il senso era: guardatevi da Arbasino, che vi ascolta e vi sbatte in pagina. Forse c’erano davvero dentro tutti, e chi vuole potrà trarre da quei racconti gli elementi sapidi della cronaca d’epoca. Ma oggi – prosegue Manica – si può leggere tranquillamente quel romanzo senza conoscere nulla di chi c’è finito dentro, perché la costruzione dei ‘tipi’  in Arbasino non è mai meccanica. E’ sempre la somma di più personaggi, in linea con una tradizione non molto italiana”. Poco italiana, a giudizio del curatore del Meridiano, “è anche la sua capacità, partendo da una visione realistica, di diventare visionario per forza di linguaggio. Una visionarietà non infiammata, non misticheggiante, che poggia su una meditazione lunghissima. Non dimentichiamo che Arbasino è anche il primo ad accompagnare l’elaborazione dei propri romanzi con una riflessione di teoria letteraria”.
Romanzi come palinsesti e personaggi come palinsenti, si diceva. Pure Arbasino lo è, a suo modo. In lui c’è il provinciale e il cosmopolita, come in tanti hanno sottolineato. Il provinciale all’arrembaggio e il più cosmopolita dei provinciali. E’ il ragazzo di Voghera che si trova di fronte un’immensa torta da mangiare (forse un prediletto millefoglie, chissà) fatta di occasioni culturali infinite, di inesauribili e inesaurite occasioni per “viaggiare, ascoltare, visitare, parlare, leggere, partecipare”, ha scritto Calvino di lui.

Si era iscritto a Medicina, spiega Manica,
“per passione psicoanalitica, ma poi si era rivolto a Giurisprudenza (in linea anche con la tradizione familiare) e alle relazioni internazionali. Anche i suoi studi, quindi, riflettono quel doppio moto di introversione ed estroflessione che vediamo nel suo modo di scrivere”. Studente solerte (vorremmo molto leggere quella sua tesina del 1952 intitolata: “Se il divieto di licenziamento delle lavoratrici gestanti sorga all’inizio dello stato di gravidanza, o in seguito alla presentazione di certificato medico”), Arbasino ha notato in più occasioni “la tradizionale prevalenza della famiglia sulla società e sulla scuola, in Italia; e soprattutto la prevalenza del tinello, nella nostra letteratura” (da una sua lettera alla Stampa, 2002).
Sindrome da cui lui si è voluto lungamente difendere. Eppure racconta Manica, “proprio nella stesura della Cronologia del Meridiano, che all’inizio Arbasino voleva stringatissima e risolta in poche righe quasi burocratiche, alla fine parla per la prima volta anche del suo mondo infantile e adolescenziale, ma con abbondante ironia. Le zie, le maestre, ricordate tutte per nome, i rituali familiari”: “Di sera, dopopranzo, in sala, perdinci, perbacco, caspita, rosario e radio”.

Nella premessa alla Cronologia, Arbasino spiega perché si è voluto sempre sottrarre all’aborrito “proustismo di maniera”. Due pagine meravigliose, “nelle quali spiega a suo modo perché le nonne contano più dei capi di stato. Poi, dalle date e dai fatti degli anni infantili e giovanili a Voghera, capiamo parecchio del suo modo di percepire le cose e quello di memorizzarle”. E’ il modo di chi ha vissuto nei luoghi dove ogni cosa è un avvenimento: “Sono queste osservazioni minute a dare un sentore particolare alle cose, a svelarne con pudore l’aspetto sentimentale. Il flusso inarrestabile di ‘Fratelli d’Italia’, per esempio, è fatto di miriadi di microtessere. Non solo il passato indirizza le reazioni del presente, ma anche il presente modifica la percezione e il racconto del passato”.
E’ per questo, dice Manica, che tuttora quel che Arbasino ci racconta e ri-racconta “ci riguarda. Attraverso un moto centrifugo  – andare a vedere quello che succede nel mondo, come lui fa – riproduce le questioni della nostra identità”. Lo fa con un atteggiamento che “non satura mai la memoria, ma che la ricombina all’infinito. Ad Arbasino si addice la categoria, adoperata soprattutto in storia dell’arte, del conoscitore. Non è il professionista, non è lo scienziato in posizione neutra. E’ entusiasta e disincantato, è l’occhio e l’orecchio assoluto a confronto con la realtà”.

Manica nota che “un esercizio prediletto degli eruditi è cercare quanto dei pezzi giornalistici di Arbasino sia entrato nei suoi romanzi. Così il problema è mal posto, perché la combinazione cambia la natura. Un pezzo su Milano, pubblicato su Repubblica, inserito in un romanzo e attribuito a un personaggio, diventa tutt’altra cosa. I suoi sono romanzi-saggio, anche dove non si discute di idee. Lo è perfino ‘Super-Eliogabalo’, che è anche una riflessione sulla solitudine del potente”.
Arbasino ha saputo e sa cogliere certi passaggi di umore, sensibile come pochi alla qualità dell’aria del tempo. La sua casalinga di Voghera, per esempio, già “commiserata, una volta, come portatrice cogliona dei luoghi comuni più ridicoli, ora si è data (batti e ribatti) una regolata ‘eccellente’. E si scatena nelle frasi più fatte della provocazione e della trasgressione: controcorrente e fuori dal coro – come tutti – irriverente e dissacrante… Dunque emblematica ed egemonica” (dalla quarta di copertina di “Rap!”, 2001). Secondo Manica quella capacità di Arbasino nasce dal suo essere “un modernista conservatore. Significa, per lui, riservarsi la possibilità di respingere quello che non gli piace senza negarsi la possibilità di conoscerlo. Significa stare nel corso del tempo senza farsene trascinare.

Rispetto a tanta narrativa novecentesca la modernità di Arbasino è lampante, rappresenta un salto abissale di forma, di modo di articolare il racconto. Quella ‘modernità conservatrice’ è tipica dei temperamenti ‘morali’ e pragmatici. Eppure, quando provo a fare una rapida inchiesta, vedo che spesso il suo tono si presta a essere malinteso, e gli viene attribuita una frivolezza che in realtà non esiste”. Il fraintendimento nasce, probabilmente, “dal rapporto di Arbasino con il passato. Non è mai nostalgico, come se tutto fosse sempre presente, contemporaneo, cronachistico e non storico. Per lui contano piuttosto le relazioni tra le cose, tra presente e passato. Anche le persone, nel momento in cui diventano personaggi, si definiscono per accostamenti. E’ il modo così arbasiniano di citare, nelle infinite serie delle cose viste ascoltate godute, Billi e Riva accanto a Stravinskij, e Wanda Osiris accanto a Maria Callas”. Conta, in questa attitudine, “la sua genealogia culturale, che lui stesso espone nell’Anonimo lombardo e che riporto nell’introduzione al Meridiano. I suoi ‘padri’ riconosciuti sono Roberto Longhi e Mario Praz. Non romanzieri, ma saggisti con un gran temperamento di stilisti, entrambi con la passione per l’accostamento dei generi alto e basso. Tra i romanzieri, Gadda e anche più Moravia di quanto non si creda. Di Moravia, Arbasino apprezza lo ‘stile dry’, il fatto che a ogni pagina senti che sta riflettendo su come si fa un romanzo. C’è anche Soldati, senza pathos e con i meccanismi narrativi ‘a vista’, Bontempelli e naturalmente Palazzeschi. Con il quale Arbasino ha in comune la capacità di insegnare un sacco di cose senza avere l’aria di farlo. Non insegna, pratica, e se qualcuno vuole, impara”. Epigoni arbasiniani? “Non ne vedo. Come per altri maestri del Novecento, l’importante è ascoltarne la lezione tralasciando la tentazione di volerli imitare. Il più sconsigliabile degli esercizi, con Arbasino. C’è il caso unico di una pagina degli ‘Orsi’ di Silvia Ballestra, che riporto nell’introduzione, un omaggio esplicito allo scrittore scritto ‘à la Arbasino’.

E c’è Tondelli, il quale disse che mai avrebbe scritto ‘Altri libertini’,
se non avesse letto Arbasino. Non si tratta di emuli, ma di innamorati del modo arbasiniano, che ha funzionato come la spinta che proietta sul palcoscenico letterario”. Analogie, accostamenti a contrasto, digressioni: “Per Arbasino la letteratura è un grande manufatto, una costruzione architettonica perennemente incompiuta”. Per questo riscrive i suoi libri, a volte raddoppiandone la mole, come è accaduto per l’ultima versione di “Fratelli d’Italia”. Eppure, racconta Manica, “nella Nota dell’editore al Meridiano, si spiega come Arbasino, all’inizio, non volesse che nelle notizie sui testi fossero segnalate le varianti. La motivazione ‘alta’, fornitagli da Céline, era che il passeggero paga per fare la crociera ma non vuole sapere nulla della fatica bestiale nella sala macchine. La motivazione ‘bassa’, invece, è che lo scrittore può cambiare idea a ogni giro di bozze, ‘mettendo a punto un sound plausibile, uno stile più soddisfacente, un sinonimo più juste’. Ora, a parte che recensire tutte le varianti dei romanzi di Arbasino è impresa che potrebbe occupare un intero dipartimento di italianistica per alcuni secoli, gli ho fatto notare che anche nelle crociere più sontuose è considerato privilegio grandissimo poter andare almeno una volta nella stanza del capitano e nella sala macchine, per rendersi conto della potenza del motore e della direzione dei lavori. Arbasino si è convinto, e, delle opere, in fondo al Meridiano, si riportano poche ma significative varianti, in vista delle versioni definitive”.
Fino a oggi, almeno. Poi si vedrà.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi