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Occhiaie di riguardo

L'autismo e la superbia della giustizia che pensa di sistemare il mondo

Digiuno di diritto e disarmato di solo buon senso, ho sempre provato qualcosa di più che non la sola perplessità davanti alle inchieste della magistratura italiana su fatti avvenuti all’estero e riguardanti in qualche modo cittadini italiani e atti di terrorismo. Capisco gli atti d’ufficio, capisco che sia difficile la resa di chi dichiari una propria incompetenza e impossibile l’abdicazione a favore di qualche altro organo giudiziario, ma sono rimasto ogni volta sconcertato.

23 Ottobre 2009 alle 21:00

Digiuno di diritto e disarmato di solo buon senso, ho sempre provato qualcosa di più che non la sola perplessità davanti alle inchieste della magistratura italiana su fatti avvenuti all’estero e riguardanti in qualche modo cittadini italiani e atti di terrorismo. Capisco gli atti d’ufficio, capisco che sia difficile la resa di chi dichiari una propria incompetenza e impossibile l’abdicazione a favore di qualche altro organo giudiziario, ma sono rimasto ogni volta sconcertato, anche nei casi in cui più mi premeva si arrivasse a una qualche verità giudiziaria, come la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio.

Non è solo questione di rogatorie internazionali: il fatto è che, davanti alla complessità e alla diversità di mondi, culture, parole dei luoghi in cui i fatti sono accaduti, il lavoro dei giudici mi sembra il tentativo volenteroso e arrogante di catalogare il mondo, come certi mormoni raccolgono tutti gli elenchi anagrafici dei nati e dei morti, pur di dare un ordine all’universo, e rivelarne la trama divina. E questo tentativo - dovuto, certo - mi riporta alla mente quel provincialismo ammiccante e furbesco per cui quando torni da Baghdad o da Kabul, l’amico o il passante, informatisi sul tuo stato di salute, passano a spiegarti come stanno davvero le cose laggiù, perché qui in Italia nessuno è fesso.

Mi ha attraversato, questo straniamento, quando ho letto delle inchieste  sul posto di blocco, lungo la strada che conduce all’aeroporto di Baghdad, in cui trovò la morte il buon funzionario Calipari. Conosco bene quella strada, conosco la cultura dei posti di blocco, e mi ritrovavo a veder occuparsene persone che hanno più familiarità con gli autovelox e le tangenziali che con la viabilità, affatto diversa,  delle strade irachene. L’ho provato quando è stata la magistratura militare a fare doverosa luce sulla strage di Animal House: come doveva essere predisposta la difesa, come dovevano essere presi in considerazione gli allarmi (sapete quanti allarmi ti arrivano, dalla giustamente provvida Ambasciata italiana a Kabul, ogni giorno sul telefonino ? Cinque o sei), dove dovevano essere stipate le munizioni…

E dunque non so cosa pensare adesso che il pubblico ministero Francesca Nanni ha chiesto l’archiviazione delle accuse contro Paolo Simeone e Valeria Castellani, gli “arruolatori” di Fabrizio Quattrocchi e dei suoi superstiti amici. Non mi rallegra che la giustizia, alla fine, riconosca che i quattro italiani non erano mercenari, ma bodyguard: non combattevano al servizio di qualche stato estero, ma erano impegnati nel garantire sicurezza personale. Mercenario, insomma, è colui che partecipa ad azioni volte a sovvertire l’ordine costituzionale di un paese, non chi scorta valori o persone. Ora spetta al gip accogliere e archiviare il procedimento, e la tesi del pm, o rimandargli le carte. Ma non aspetto il responso come un’ordalia, come un giudizio definitivo. Ho fatto una piccola battaglia, nell’informazione, perché i quattro non fossero definiti mercenari, come fecero tanti se non tutti. Ho spiegato a tante assemblee che quand’ero ragazzo, e i giornali erano meno liberi, ma un po’ più castigati nel linguaggio, le puttane, chiamate mondane, regalavano, retribuite, l’amore mercenario. E dunque, se bastava la mercede, tutti noi salariati siamo mercenari.

Ho ripetuto tante volte che le parole (lavorandoci da artigiano, devo averne cura) si consumano, come gli utensili. E se io dico che odio i cetrioli, consumo la parola “odio”, e se dico “amore passami l’acqua” consumo la parola amore. E se dico “regime” o se dico “libertà di stampa in pericolo” consumo entrambe le espressioni, le svuoto: come debbo definire la situazione iraniana che vede giornalisti in fuga, processati, condannati ? Ma la correttezza politica, in Italia, si fa beffe delle parole: “embedded” diventa un insulto, in bocca a tutti quelli che in realtà sono embedded nella politica italiana, convinti di dar prova di grande passione civile e di assolvere a chissà quale compito storico (parentesi: ho letto la divertente risposta del direttore dell’Unità su una rivista ebraica. All’intervistatore che le chiedeva della libertà di stampa, rispondeva che sì, in Italia c’è questo grave problema, naturalmente nelle forme in cui si pone in un paese democratico). Insomma, non gioisco di una verità che finalmente si è guadagnata il sigillo del giudice, né mi aspetto che tanti giustizialisti ne tengano gran conto, o vi si ribellino interrogandosi sul colore dei collant della piemme: è acqua passata.

Mi limito a scuotere la testa, come ho fatto nel cortile di Camp Invicta, l’altro giorno, davanti al container sigillato in cui sono chiusi i resti del Lince in cui morirono cinque paracadutisti, a Kabul. Uno si aspetta che debba essere esaminato dai tecnici Iveco per capire meglio, per apportare migliorie, se pure esistano davanti a una carica esplosiva di centocinquanta chili. No: è corpo di reato, in attesa di essere esaminato da qualche giudice. Non può essere altrimenti, ma ci sono volte in cui la pretesa di onnipotenza della legge, davanti al disordine del mondo (dal sequestro Mastrogiacomo a quello di Kash Torsello, dalla morte di Baldoni alla morte dei volontari bresciani sulle strade di Bosnia), appare una specie di autismo antropologico o, più modestamente superbia.

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