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Caccia allo Strega - Partiamo con Massimo Lugli

L’istinto del lupo spiega e non mostra, non passa nemmeno la prova del 99

Cominciamo da Massimo Lugli con “L’istinto del lupo”, uscito da Newton Compton. Cominciamo da lui per ordine alfabetico (gli altri in gara sono Tiziano Scarpa, Antonio Scurati, Cesarina Vighy,  AndreaVitali) e perché trattasi di outsider, entrato in cinquina con il secondo miglior punteggio. Quel tipo di romanzo pubblicato da un editore fuori dai grandi giri che in una stagione di polemiche, di vincitori annunciati e poi ritirati, di autocandidature, di “quest’anno tocca al nostro gruppo” fa sorridere gli ottimisti.

3 Luglio 2009 alle 14:03

Chi guarda a pagina 69 è a metà dell’opera, teorizza Marshall McLuhan. Per opera, intende il giudizio del lettore su un romanzo. Basta leggere la pagina in questione  verificando se è di nostro gusto: se sì, saranno di nostro gusto anche le altre; se no, anche le rimanenti faranno sbadigliare. A dirla con parole altrui, sarebbe una pagina microcosmo che riflette il macrocosmo. Poiché i risvolti di copertina non sono affidabili – la percentuale dei capolavori su qualunque bancone di libreria sfiora il cento per cento – e poiché i premi letterari sono tanti e i candidati anche di più, mentre cominciamo a essere tormentati dalla domanda “dove troverò mai il tempo per non leggere tutti questi libri?”, tentiamo il carotaggio con i finalisti dello Strega.

Cominciamo da Massimo Lugli con “L’istinto del lupo”, uscito da Newton Compton. Cominciamo da lui per ordine alfabetico (gli altri in gara sono Tiziano Scarpa, Antonio Scurati, Cesarina Vighy,  AndreaVitali) e perché trattasi di outsider, entrato in cinquina con il secondo miglior punteggio. Quel tipo di romanzo pubblicato da un editore fuori dai grandi giri che in una stagione di polemiche, di vincitori annunciati e poi ritirati, di autocandidature, di “quest’anno tocca al nostro gruppo” fa sorridere gli ottimisti: “Ecco, vedi, non è vero che i giochi sono già fatti, non è vero che vigono i voti di scambio, resta spazio per i piccoli e meritevoli”.

I pessimisti invece sanno per esperienza che nulla addolcisce il cuore dei critici e dei giurati come il romanzo scritto da un collega giornalista (Massimo Lugli fa l’inviato a Repubblica, dopo anni a Paese Sera).
“Quella conversazione stava diventando surreale”, leggiamo a pagina 69 di “L’istinto del lupo”. Basta per far suonare un campanello d’allarme. “Bisogna mostrare, non spiegare” vale infatti come regola ferrea non solo per il cinema, anche per i romanzi. Lo insegnano le scuole di scrittura serie (leggi: anglosassoni) e lo ribadiscono Sandra Newman e Howard Mittelmark nel manualetto “How not To Write a Novel”, corredato dal sottotitolo “una guida passo falso per passo falso”. L’avviarsi di una conversazione verso il surreale dovrebbe essere chiaro dalle battute scambiate, non da un commento del narratore o del personaggio. Se lo scrittore è il primo a dubitare dei propri mezzi, difficile che possa conquistare la nostra, di fiducia (in termini tecnici, ben accolti nelle pagine sportive e nelle discussioni da bar, ma inspiegabilmente banditi dalle pagine culturali, si chiama “sospensione dell’incredulità”).
Il discorso – ooops, la surreale conversazione – verte su un gatto e si rivela assai triste. “Piangevo”, annuncia il narratore, e subito sente il bisogno di aggiungere: “Niente da fare, quel pomeriggio le mie ghiandole lacrimali stavano facendo gli straordinari”. Fa gli straordinari anche la pagina-cartina-di tornasole, che prosegue con qualche breve cenno sull’universo, gattesco e non gattesco: “Gli animali sono più saggi di noi. Sanno che la vita e la morte sono la stessa cosa”. Poiché ai risvolti non crediamo eppure li leggiamo, e questo prometteva “scene di ordinaria violenza e struggente stupore”, dopo la dose di stuporoso struggimento, cerchiamo un po’ d’azione. Dobbiamo accontentarci di “un bellissimo coltello, con manico di corno lucido dall’uso” che pulisce una carota, “levando sottili strisce arancioni”.

Consola che fino alla cinquina dello Strega sia arrivato un romanzo ambientato nella Roma sporca e cattiva; per di più un romanzo di genere, collocato tra il noir  e il thriller. Però viene un cattivo pensiero: come reagiranno quelli che avevano deplorato la vittoria di Niccolò Ammaniti e di “Come Dio comanda”, giudicandolo troppo popolare e indegno del premio? Suicidio di massa sarebbe il minimo, ma siamo pronti a scommettere che non accadrà, dovesse trionfare “L’istinto del lupo”.
Ford Madox Ford – romanziere tanto bravo da iniziare un romanzo con la frase “Questa è la storia più triste che abbia mai sentito” – era d’accordo con Marshall McLuhan. Credeva però che la pagina rivelatrice fosse la 99, non la 69. Quindi abbiamo fatto la controprova, avvistando nel giro di tre righe la parola “marcantonio” e l’immagine dei  “tricolori che garrivano al vento”. Lungi da noi la pretesa di giudicare un romanzo da due paginette o da un lessico che sa di muffa. Magari siamo stati sfortunati, magari nelle altre 332 le parole sono ben scelte e le immagini originali. Comunque, preferiamo rimettere il libro dove l’abbiamo trovato.

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