Perché Obama è finito nella trappola persiana e che cosa può fare

Redazione

Pubblichiamo un articolo di Fouad Ajami apparso sul Wall Street Journal:

Il presidente Barack Obama non ha “perso” l’Iran. Non è un momento da Jimmy Carter. Il periodo di formazione sui temi dipolitica estera del 44o presidente americano è appena iniziato.

Il presidente Barack Obama non ha “perso” l’Iran. Non è un momento da Jimmy Carter. Il periodo di formazione sui temi dipolitica estera del 44o presidente americano è appena iniziato. Finora è stato superficiale, si è affidato alla sua biografia come ponte verso popoli lontani, ha creduto di poter dissuadere farabutti e ideologi dalle loro profonde credenze. Il suo predecessore aveva tracciato linee nella sabbia. Lui vorrebbe guardare oltre. Così un uomo che non si era sentito a proprio agio con il suo secondo nome (Hussein) in campagna elettorale è andato ad Ankara e al Cairo, inserendosi in una guerra civile che va al di là dello stesso islam. Il regime teocratico iraniano sta tentando di dominare la ragione; Obama gli ha offerto un ramoscello d’ulivo e ha atteso che “schiudesse” il suo pugno.

Il messaggio del presidente è strano e contrastato. E’ stato al contempo un araldo del cambiamento e un esperto di realpolitik. Può attirare le folle, eppure può garantire agli autocrati che la “diplomazia della libertà” che li ha scossi nel corso della presidenza di George W. Bush è morta e sepolta. Diamo ai governatori di Teheran e Damasco ciò che gli spetta: sono stati rapidi a prendere le misure del nuovo amministratore del potere americano. Era arrivato per portarli a un “engagement”. Era svanita la speranza di trasformare questi regimi o farli pagare per le loro trasgressioni. Si diceva che la teocrazia stesse attendendo un’apertura americana, e che questo nuovo presidente avrebbe posto fine a tre decenni di allontanamento tra Stati Uniti e Iran.
Ma in realtà l’Iran non ha mai voluto un’apertura verso gli Stati Uniti. Per tre decenni, i custodi della teocrazia hanno avuto il livello di ostilità verso gli Stati Uniti che volevano – abbastanza da essere una colla ideologica per il regime ma non sufficiente per rappresentare una minaccia al loro potere. I governanti dell’Iran si sono fatti strada nel mondo con una relativa facilità. Nessuna Armata bianca si è riunita per restaurare il dominio degli scià. La Guerra fredda e il petrolio li hanno salvati. Così come la falsa speranza che la rivoluzione si addolcisse e facesse la pace con il mondo.

Obama forse crede che la sua offerta all’Iran sia una spaccatura con la linea dura della politica americana. Ma nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Nel 1989, nel suo discorso inaugurale, George H.W. Bush avanzò un’offerta all’Iran: “La buona volontà genera buona volontà”, disse. Un decennio dopo, col tipico spirito clintoniano di rimorso e contrizione, il segretario di stato Madeleine Albright porse le scuse per il ruolo dell’America nel rovesciamento del 1953 che spodestò il premier nazionalista Mohammed Mossadegh.I governanti iraniani la schernirono. Avevano ereditato un mondo, e non avevano alcun bisogno di aprirlo all’estero. Erano in grado di volare al di sotto dei radar. Le azioni di terrorismo selettive e mirate e i proventi del petrolio hanno permesso loro di mantenere intatto il regime. Ci sono un orgoglio persiano, una solitudine persiana e l’impatto di questi tre decenni di zelo e indottrinamento. L’opera teatrale dell’elezione di Obama non era un affare iraniano. Avevano una loro elezione da mettere in scena. Mahmoud Ahmadinejad – figlio dell’ordine rivoluzionario dell’ayatollah Khomeini, un uomo che arriva dalle brigate del regime, austere e indifferenti agli esterni, un uomo normale iraniano con abiti che gli stanno male e calzini bianchi – era in ballo per la rielezione. 

Molti nei massimi livelli iraniani non lo apprezzavano e si sono intrufolati dentro il sistema di controlli che i mullah, i militari e le brigate rivoluzionarie avevano messo in piedi, ma Ahmadinejad aveva il potere, il denaro e gli organi di stato schierati al suo fianco. C’era una linea di demarcazione ben visibile nel paese. C’erano certo iraniani che anelavano alla libertà, ma non dobbiamo sottostimare il potere e la determinazione di coloro che sono mossi dall’anelito alla pietà. Il populismo interno di Ahmadinejad e il tono di sfida all’estero, la dichiarazione che la ricerca per ottenere il nucleare è “un capitolo chiuso”, definito e oltre ogni discussione, hanno grande risonanza sul suolo iraniano. Il suo sfidante, Mir Hossein Moussavi, più vecchio di una generazione, non poteva competere con lui su quel terreno.
Sulle rovine dell’ancien régime, i rivoluzionari iraniani – bisogna ammetterlo – hanno costruito uno stato formidabile. Gli uomini che sono sopravvissuti alla lotta crudele e sanguinaria sull’identità e sulle spoglie del loro paese sono tenaci e senza pietà. La loro capacità di repressione è spaventosa. Dobbiamo frenare la presunzione moderna che i blogger – e la forza di Twitter e Facebook – possano vincere per le strade contro gli squadroni del regime. Quella lotta sarebbe una tragedia iraniana e tutti gli altri fuori dal paese sarebbero meri spettatori.

L’ambivalenza al centro della diplomazia obamiana sulla libertà non ha reso un bel servizio alla politica americana durante questa crisi. Abbiamo cercato di “barare” – un’apertura al regime con una strizzatina d’occhi obbligatoria a coloro che sono scesi in strada impauriti dal cinismo dei loro governanti e dalla loro disattenzione nei confronti dell’intelligenza e del buon senso del loro popolo – e siamo rimasti intrappolati.

Obama dovrà riconoscere “l’essere straniero” dei paesi stranieri. La sua ariosa sicurezza in se stesso è stata messa sull’avviso. L’Amministrazione Obama ha creduto alla sua stessa retorica, secondo la quale la coalizione filo occidentale del 14 marzo in Libano aveva cavalcato il cavallo di Obama verso una vittoria elettorale. (Ha fatto capire in ogni modo di aspettarsi una prova simile in Iran). Ma l’affermazione sul Libano rifletteva la poca comprensione delle forze in gioco nella politica libanese. Quella competizione era regolata dalle regole libanesi e dal tira e molla degli interessi sauditi, siriani e iraniani in Libano.

Il discorso del 4 giugno di Obama al Cairo non ha ridisegnato il paesaggio islamico. Ero in Arabia Saudita quando Obama è andato a Riad e al Cairo. La terra non si è mossa, la vita è andata avanti come al solito. C’erano innumerevoli persone confuse dalla presunzione dell’intero evento, un esterno che aveva messo becco nelle questioni sacre della loro fede. In Arabia Saudita, e nelle cronache degli altri paesi arabi, si sentiva il disagio di fronte al fatto che un ambito ideologico e culturale così complicato potesse essere approcciato con tale facilità e fretta.

E quella era l’età dell’oro?

Giorni dopo l’inizio della sua presidenza, bisogna ricordare, Obama aveva parlato del suo desiderio di restaurare nelle relazioni dell’America con il mondo islamico il rispetto e il mutuo interesse che c’erano stati 20 o 30 anni prima. Parlava quindi del trentesimo anniversario della Rivoluzione iraniana – e il lasso di tempo cui si stava riferendo, l’età dell’oro secondo lui, copriva l’invasione sovietica dell’Afghanistan, le fratture fra America e Libia, la caduta di Beirut nelle mani delle forze del terrorismo e l’abbattimento del volo 103 della Pan Am su Lockerbie, in Scozia. Gli opinionisti liberal si sarebbero messi a strillare se questa storia l’avesse raccontata George W. Bush, ma a Barack Obama è stata concessa una deroga.

Poco più di trent’anni fa, Jimmy Carter, un altro presidente americano convinto che ciò che era successo prima di lui potesse essere annullato e scomparire, chiese alla nazione di dimenticare la “paura smodata del comunismo” e di accantonare il timore di “solite questioni di guerra e pace” a favore di “nuove istanze globali di giustizia, uguaglianza e diritti umani”. Avevamo tradito i nostri principi nel corso della Guerra fredda, disse, “combattuto fuoco contro fuoco, non pensando mai che il fuoco si spegne con l’acqua”. La risposta sovietica a quel nuovo mondo coraggioso fu l’invasione dell’Afghanistan nel 1979. Carter ha poi vissuto una redenzione nell’ultimo anno della sua presidenza, atteggiandosi come un falco di ritorno. Ma era troppo tardi. Ci sarebbe stato bisogno di un leader eccezionale come Ronald Reagan per vedere quella battaglia giungere alla vittoria. La terribile esperienza iraniana e i suoi strascichi hanno oscurato la presidenza di Carter. L’apprendistato persiano del presidente Obama è appena cominciato.

di Fouad Ajami
                                                                  © Wall Street Journal
                                                      per gentile concessione di MF



(Ajami è professore alla Scuola di studi internazionali avanzati della Johns Hopkins University e “fellow” alla Hoover Institution dell’Università di Stanford)

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