“Israele è un miracolo in mutazione”, l'ultima intervista al Foglio di Appelfeld

E' morto lo scrittore Aharon Appelfeld, sopravvissuto alla Shoah, aveva 85 anni

Mattia Ferraresi

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3 Marzo 2009 alle 19:45

Parlare di Israele con lo scrittore Aharon Appelfeld è come chiedere a un padre di parlare del proprio figlio prediletto. Nessun altro lo conosce meglio e a legarli è un amore ancestrale, incline alla virtù dell’indulgenza. Ieri sera Appelfeld ha presentato al Centro culturale di Milano il suo nuovo romanzo “Paesaggio con bambina” (Guanda), in cui la piccola Tsili sopravvive all’Olocausto e trascina attraverso l’inferno le membra innocenti verso la fragile speranza della Palestina.

 

Israele rappresentava la speranza – spiega Appelfeld al Foglio – per i sopravvissuti all’Olocausto di trovare un luogo dove sentirsi in qualche modo amati. E’ come un uomo che, procedendo a ritroso, ritornasse nel ventre della propria madre”. Appelfeld preesiste a Israele, nella lingua ebraica dei suoi libri la medesima parola, “Ha’aretz”, convoglia il duplice concetto di Palestina e stato di Israele.

 

La sua opera è un disseppellimento delle identità che lo porta fino al vertice – un vertice rovesciato, che scava piuttosto che innalzarsi – della ricostruzione della lingua ebraica, dimenticata ma non perduta. “L’ebraico non è una lingua artificiale, semplicemente è una cosa che gli ebrei hanno dimenticato. Non è artificiale perché tutti gli ebrei l’hanno sempre usata con due scopi: lo studio e la preghiera, gli aspetti più profondi dell’appartenenza. Si trattava soltanto di riportare alla luce il suo uso nel parlato, e la cosa sta avvenendo. Per me sentir parlare l’ebraico in Israele è un miracolo”.Ma Israele non è un monolite, negli anni è molto cambiato. Il suolo sacro di Gerusalemme si è allontanato da Tel Aviv, città secolarizzata, completamente avvinta dalla logica occidentale. In mezzo, la zona grigia dove si pratica l’arte della normalità, con i suoi flussi vitali e le ondate migratorie.

 

Molti ebrei di Gerusalemme sono ultra ortodossi, ma questo non significa che tutta la popolazione viva l’appartenenza allo stesso modo. Ma la storia di Gerusalemme è un incrocio fra tre storie ed è quasi impossibile da spiegare. Invece Tel Aviv esprime bene i presupposti dello stato di Israele, che è un progetto secolare”. Lo scrittore nativo di Czernowitz, nell’attuale Ucraina, si spinge fino al controverso abbraccio fra identità religiosa e secolarismo: “Semplicemente gli ebrei non hanno mai avuto una domanda sulla propria identità, perché questa è sempre sopravvissuta, anche nella diaspora. Con la creazione di Israele gli ebrei non cercavano di colmare un vuoto di identità, ma semplicemente speravano di avere un luogo dove trovare riparo dopo la tragedia”.

 

Un’idea laica e inclusiva che si trova ora a fare i conti con un’immigrazione massiccia, specialmente da parte degli ebrei russi che dopo il collasso dell’Unione sovietica – ma “un po’ di comunismo gli è rimasto attaccato”– sono diventati una presenza imponente sul territorio israeliano. Basta pensare a Israel Beiteinu, il partito nazionalista del moldavo Avigdor Lieberman, oggi terza forza politica del paese. “La migrazione fa parte della natura di questa terra e il fattore particolare dei russi sta nel fatto che sono per la maggior parte ebrei secolarizzati che conservano legami flebili con la tradizione religiosa. Questo ha anche un riflesso politico, ma non lo considero in modo particolare. C’è da dire poi che la destra nazionalista guadagna consensi in tempo di guerra, mentre io credo che nel giro di qualche anno la sinistra di stampo socialista tornerà a essere una forza significativa”.

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