La studentessa Esha Momeni rischia la “tortura bianca”

Un'americana nei corridoi di Evin, il carcere dove esordì Ahmadinejad

Giulio Meotti

Roma. “L'Iran nei nostri cuori è ancora la terra promessa e dietro a ogni porta chiusa c'è una ragazza vestita di bianco che fa la storia”. E' questo che aveva scritto Esha Momeni prima di partire per l'Iran, con la sua ricerca accademica da finire e il sogno di descrivere le donne iraniane alle prese con la dittatura dei mullah islamici. Esha non aveva mai complottato per rovesciare la cupola religiosa che governa l'Iran. La sua unica battaglia è sempre stata in difesa dei diritti delle donne. (a sinistra la bandiera dell'Iran)

    Roma. “L'Iran nei nostri cuori è ancora la terra promessa e dietro a ogni porta chiusa c'è una ragazza vestita di bianco che fa la storia”. E' questo che aveva scritto Esha Momeni prima di partire per l'Iran, con la sua ricerca accademica da finire e il sogno di descrivere le donne iraniane alle prese con la dittatura dei mullah islamici. Esha non aveva mai complottato per rovesciare la cupola religiosa che governa l'Iran. La sua unica battaglia è sempre stata in difesa dei diritti delle donne. Esha si era unita alla campagna “Cambio per l'uguaglianza” insieme a poche coraggiose compagne decise a lottare contro la cappa oscurantista. Gli studenti della California State University stanno organizzando veglie di preghiera per il suo rilascio. Ieri il ministro degli Esteri italiano Frattini ha chiesto spiegazioni e ha fatto convocare per lunedì l'incaricato d'affari dell'Iran a Roma. (a sinistra la bandiera dell'Iran)

    Esha è rinchiusa nella “sezione 209” della famigerata prigione di Evin. Questa studentessa iraniana con cittadinanza americana era stata fermata a Teheran, dove vive il padre, accusata di “crimini contro la sicurezza nazionale”. Lo ha reso noto la portavoce della Giustizia iraniana, Alireza Jamshidi, in uno dei primi commenti del governo dopo che la giovane, tornata nel suo paese d'origine per completare con delle interviste alle donne attivite della repubblica islamica un master in California, è stata rinchiusa nel famigerato carcere di Evin gestito dalla “Vevak”, la polizia segreta iraniana, dove, negli anni Ottanta, migliaia di prigionieri politici furono torturati e giustiziati. E dove uno studente che protesta può essere accusato di avere “dichiarato guerra a Dio”. La peggior accusa. Da quella prigione sono passati, e spesso mai usciti, giornalisti e dissidenti iraniani del calibro di Iraj Jamshidi, Hassan Youssefi Eshkevari, Hossein Ghazian, Abbas Abdi, Alireza Labari, Siamak Pourzand, Taghi Rahmani, Hoda Saber e Alireza Armadi. 

    La stessa accusa che pende su Esha era stata rivolta ad Akbar Ganjii, considerato il più grande giornalista investigativo iraniano che ha passato sei anni di detenzione a Evin per aver scritto nel 1998 che alti funzionari della magistratura iraniana erano coinvolti in prima persona nell'ondata di omicidi di intellettuali e dissidenti che aveva scosso l'Iran in quegli anni. Il caso di Esha ha spinto nei giorni scorsi Amnesty International a lanciare un appello alla comunità internazionale. Secondo quanto riportano alcuni siti di attivisti della libertà d'espressione, la sicurezza iraniana avrebbe perquisito la sua casa e sequestrato i film realizzati. Non è la prima volta che Ahmadinejad persegue le donne che lavorano in difesa dei diritti in Iran. C'è angoscia nella famiglia di Esha e negli Stati Uniti perché a Evin si pratica la cosiddetta “tortura bianca”. Consiste nello sbattere il prigioniero in una cella senza finestre, completamente bianca, come gli abiti dei prigionieri. Per cibo soltanto riso bianco e le guardie non emettono rumore. E' loro proibito parlare a chiunque. Gli aguzzini incaricati degli interrogatori nascondono la loro identità, usano pseudonimi e indossano cappucci, simili a quelli dei membri del Ku Klux Klan. I timori sono che la studentessa si “perda” nei corridoi di Evin, la più famosa segreta dell'Iran. I redattori del rapporto delle Nazioni Unite del 2003 sulle condizioni di detenzione iraniane la definirono “una prigione nella prigione”. Nessuno sa cosa accada là dentro. Durante la Rivoluzione khomeinista si uccidevano i dissidenti estraendo lentamente il sangue dalle vene. 

    Zahara Kazemi è morta a Evin per emorragia cerebrale in seguito alle percosse. La giornalista iraniana-canadese era stata arrestata per aver scattato fotografie proprio della prigione. Quel luogo custodisce una storia poco conosciuta in occidente. Il dissidente Alireza Jafarzadeh ha divulgato le notizie di Mahmoud Ahmadinejad carceriere a Evin. Durante l'occupazione dell'ambasciata americana, che durò dal novembre del 1979 al gennaio del 1981, Ahmadinejad interrogava gli americani. Jafarzadeh ha incontrato e parlato con molti prigionieri politici che hanno ricordi di “Golpa”, il nome in codice di Ahmadinejad nella sezione 4 del carcere di Evin. Con lui c'era il grande inquisitore Kalkhalì. Quando gli chiesero quanti “nemici dell'islam” erano stati ammazzati nel penitenziario, “cento, mille, duemila?”, Kalkhalì rispose ridendo: “Di più, di più”. 

    • Giulio Meotti
    • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.