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Brevi saggi più o meno concupiscenti/17

Il sesso è una favola piena di fanciulle

Non è che il contenuto delle fiabe sia sessuale, è il sesso che è favoloso: “Sollevò il peplo e mostrò per intero / un luogo del corpo per nulla decente; ma Iacco, un fanciullo, era lì / e si precipitò con la mano, ridendo, sotto il grembo di Baubò. / Di ciò sorrise la dea e si rallegrò nel suo animo”.

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di Ruggero Guarini

21 Agosto 2008 alle 10:30

Non è che il contenuto delle fiabe sia sessuale, è il sesso che è favoloso. Così Karl Kraus derise la fiabologia freudiana. Innumerevoli sono comunque le fiabe che dimostrano che il genere letterario più competente nel ramo Concupiscenza è appunto la fiaba. Qui ne ricorderò cinque, tutte racchiuse in un libro (“Lo cunto de li cunti”) che non per caso si apre con un gesto che rimanda a una delle più belle fiabe del mondo, il mito di Persefone e Demetra, in cui tutto incomincia, com’è noto, con un ratto architettato dalla concupiscenza di un dio infernale. La vecchietta che proprio all’inizio del capolavoro di Giambattista Basile, sollevandosi la veste e mostrando beffarda il pettignone, strappa finalmente una risata a una mesta principessina che se ne stava da un’eternità, tutta ingrugnata, affacciata a una finestra del suo palazzo, è infatti un’alunna di Baubò, la sfrontatissima dea che con lo stesso gesto, seguito dall’apparizione del piccolo Jacco, tolse la malinconia a Demetra, disperata per il rapimento della figlia. Posto al centro dei misteri eleusini, il gesto di Baubò alludeva al grande enigma della vita, giacché ricordava agli iniziati, mediante la semplice ostensione della vulva, che tutti gli effetti dell’eros (desiderio, copula, nascita, morte e resurrezione) sono fasi di un unico ciclo. Suscitando in tal modo un’ilarità in cui si estingueva lo stesso terrore della morte evocato dal rituale eleusino, che simboleggiava simultaneamente le fasi del ciclo agricolo e l’eterno ritorno della vita. Giacché come il chicco di grano per germogliare deve prima sparire sottoterra e restarvi tutto l’inverno, così Persefone, per poter tornare periodicamente dagli ìnferi sulla terra, dovrà dimorare per una parte dell’anno, al fianco del suo tenebroso rapitore, nel regno delle Ombre. La principale versione di questo mito è il bellissimo inno omerico a Demetra.

Ma il testo che celebra il gesto apotropaico di Baubò è un frammento di inno orfico citato da Clemente Alessandrino, che lo ricopiò in un suo libro a riprova dell’indecenza dei riti pagani. Sono pochi versi che suonano così: “Sollevò il peplo e mostrò per intero / un luogo del corpo per nulla decente; ma Iacco, un fanciullo, era lì / e si precipitò con la mano, ridendo, sotto il grembo di Baubò. / Di ciò sorrise la dea e si rallegrò nel suo animo”. Tutte le altre notizie su questa Baubò sono andate perdute perché i primi padri della Chiesa naturalmente la detestavano. In un’altra fiaba del “Cunto” – “Viola” – la concupiscenza appare nel mite aspetto di un Orco che immagina che un suo peto abbia lo stesso potere fecondatore dello zefiro evocato da Virgilio in quel passo delle “Georgiche” in cui si favoleggia di cavalle ingravidate dal vento. Ecco quei celebri versi: “Ma più degli altri / il furore delle cavalle sgomenta. / L’amore le conduce oltre il Gàrgano, / oltre gli scrosci dell’Ascanio. / Valicano monti e a nuoto traversano fiumi. / E quando nelle viscere / si diffonde il fuoco del desiderio / stanno ferme in cima alle rupi, / la bocca rivolta a zefiro, e bevono i sospiri dell’aria: / incredibilmente, senza accoppiamento, / spesso le ingravida il vento”.

È evidente che il peto di questa fiaba è una variazione geniale del motivo virgiliano. La scena è insieme grottesca e tenera. L’Orco sta passeggiando nel suo giardino, dove credendosi solo si lascia scappare una scoreggia proprio mentre alle sue spalle appare la bella Viola, che le sorelle invidiose, per liberarsene, da una finestra della loro casa, che dà su quell’orto, hanno calato giù con una fune. Spaventata dallo sparo, la meschina lancia un grido. L’orco si volta, la vede, s’incanta, e travolto dallo stupore si immagina che la fanciulla sia stata partorita in quello stesso istante dall’albero presso il quale gli è apparsa, e che egli ritiene di aver fecondato col suo peto. Corre allora felice ad abbracciarla ed esultando sbotta in queste esclamazioni: “Figlia, figlia mia, parte di questo corpo, fiato dello spirito mio, chi me l’avrebbe mai detto che con una ventosità avrei dato forma a questa bella faccia? Chi me l’avrebbe detto che l’effetto di un colpo di freddo avrebbe generato questo fuoco d’amore?”.

Quale delizioso impasto di entusiasmo erotico, delicata concupiscenza, fanciullesca scurrilità, compiaciuta erudizione e lirismo cosmico in questo povero vecchio Orco incantato dall’apparizione di una fanciullina! È cosi poco orchesco questo Orco che nonostante il suo delirio amoroso, si astiene dal violentare Viola, e saggiamente la affida alle cure di tre fate. Ed è cosi colto che non manca di rivelarci l’origine erudita della sua strepitosa fantasia. Con un tocco di dotta buffoneria, Basile infatti insinua che se egli poté concepire un’idea così stravagante, fu perché nel medesimo istante in cui vide la bella Viola si ricordò che una volta, da certi studenti, aveva sentito, per l’appunto, la storia di quelle cavalle travolte dal fuoco di una concupiscenza ubiqua come l’aria... La violenza carnale appare invece in “Sole, Luna e Talia”, versione basiliana del motivo della bella addormentata. Che però (come tutto il “Cunto”) fu scritta almeno sessant’anni prima di “Les Contes de ma Mère l'Oie”. Ma qui a svegliare la principessa (caduta anch’essa in un sonno mortale a causa di un maleficio, dovuto stavolta a una lisca di lino entratale sotto un’unghia mentre filava) non basta, come nella fiaba di Perrault, il bacio di un principe educatissimo. Ci vuole un re che dopo aver tentato invano di svegliarla, non esita a possederla. Anzi non basta nemmeno questo. Né ci riesce la gravidanza che ne consegue. E neanche il parto dei due gemelli con cui felicemente si conclude. E neppure le loro prime poppate.

Ecco come avviene il miracolo: “Ma dopo nove mesi quella scaricò una coppia di creature, uno maschio l’altra femmina, che vedevi due tesori di gioielli, che accuditi da due Fate apparse in quel palazzo, furono appesi alle zizze della mamma. E una volta che volevano succhiare e non trovavano il capezzolo, le afferrarono il dito e tanto succhiarono che le tolsero la lisca, per la quale cosa parve che Talia si destasse da un gran sonno, e vistisi intorno quei bigiù, diede loro la zizza e li tenne cari come la vita”. Un inno alla concupiscenza e ai suoi effetti è anche “Lo Serpe”, la fiaba in cui Basile riprese un mitologema – quello della fanciulla violentata da un dio anguiforme – che forse trovò il suo narratore più elegante in Nonno di Panopoli, il dotto poeta egiziano del V secolo che lo sviluppò, insieme a tantissimi altri miti relativi alla vita di Dioniso, in quell’immensa collana di fiabe che sono le “Dionisiache”, l’ultimo grande poema della grecità. C’era una volta (questo il racconto di Nonno) una fanciulla così bella che tutti la concupivano. La sua mamma allora la chiuse in una grotta sorvegliata da due dragoni. Ma un dio avvezzo ai travestimenti e ai ratti, trasformatosi in un serpente, penetrato strisciando in quell’antro, le si avvicinò e si congiunse con lei. Nacque così un bambino con due piccole corna e un fulmine stretto nel pugnetto, segni entrambi della sua natura divina, ragion per cui la moglie del dio-serpente, gelosissima e sempre infuriata col suo infedele marito, ordinò a certi giganti di uccidere quel piccino, che fu così ammazzato e fatto a pezzi. Ma poiché era un bambino davvero speciale, risuscitò all’istante da quei pezzi assumendo innumerevoli aspetti.

Questa di Nonno è soltanto una delle tante versioni del celebre mito della nascita, morte e resurrezione di Dioniso-Zagreo, il piccolo dio cornuto che nacque dall’amplesso di Zeus con Persefone, che fu poi sbranato dai Titani, ma che risorse all’istante dai suoi pezzi trasformandosi in molti esseri diversi, così facendo (è il sugo di tutto il racconto) “della fine della vita un nuovo inizio”. Ma ecco i versi di Nonno: “Ecco infatti che Zeus, mutatosi in un serpente sinuoso / avvolto in amorose spire, come uno sposo / penetra nei bui recessi della tua camera verginale, / agitando le mascelle squamose: quanto ai dragoni suoi simili / che sono di guardia alla porta, nel passare li addormenta. / E dolcemente lecca il corpo della fanciulla / con la sua bocca di sposo. Per l’unione con il serpente celeste / il ventre di Persefone si gonfia di un frutto fecondo / e genera Zagreo, bambino munito di corna…”.

Ed ecco come nel “Serpe” un principe, anch’esso in panni serpenteschi, fa sua una principessa quasi sotto gli occhi del suo regale papà: “Ma entrato il serpe nella camera, afferrò per la vita Grannonia con la coda, e le diede un sacco di baci, mentre il re se la faceva sotto dallo spavento, e se lo salassavi non ne usciva una stilla di sangue; e portatasela dentro un’altra camera, fece serrare la porte e, scuotendosi la pelle di dosso, diventò un bellissimo giovane che aveva una testa tutta a riccioli d’oro, e con gli occhi ti affatturava. E abbracciata la sposina, colse i primi frutti del suo amore”. Non fu però nel cunto del “Serpe” ma in quello della “Mortella” (incantevole fiaba di una pianticella che una notte, tramutatasi in una fata, s’infila nel letto di un principe) che Basile, per evocare la concupiscenza di quei due amanti, trovò le parole insieme più tenere e voluttuose: “Ora mo’ capitò che una sera, coricatosi questo principe nel letto, e spente le candele, appena il mondo si fu quietato, e tutti dormivano il primo sonno, egli sentì scalpicciare per la casa, e una persona avanzare a tentoni verso il letto. Per la qual cosa pensò che un mozzo di camera volesse alleggerirgli la borsa, o che qualche monaciello volesse tirargli la coperta di dosso; ma da uomo arrischiato che non aveva paura neanche del brutto inferno, fece la gatta morta, aspettando l’esito della faccenda. Ma quando sentì avvicinarsi la cosa, e tastandola si accorse che era roba liscia, e dove credeva di palpeggiare aculei di istrice trovava una cosina più tenera e morbida della lana barbaresca, più vellutata e soffice della coda della martora, più delicata e lieve delle penne del cardillo, le si slanciò addosso, e credendola una fata (come in effetti era) le si abbrancò come un polipo e, giocando alla passera muta, fecero a pietra in petto”. Una festosa metafora in cui Basile, dando ai ludi erotici di quel principe e di quella fata i nomi di due famosi giochi fanciulleschi del suo tempo, arpeggiò mirabilmente sull’accordo di concupiscenza, letizia e malizia infantile.

di Ruggero Guarini

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Leggi gli articoli di Angiolo Bandinelli, don Gianni Baget Bozzo, Oddone Camerana, Andrea Affaticati, Umberto Silva, Luigi Amicone, Sandro Fusina, Saverio Vertone, Giuseppe Sermonti, Edoardo Camurri, Francesco Agnoli, Ottavio Cappellani, Giuliano Zincone, Paola Mastrocola, don Francesco Ventorino, Mariarosa Mancuso e Camillo Langone

Redazione

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