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Americano a Ramadi

E' ancora settembre quando a Ramadi Mike Mansoor sale su un tetto con altri tre compagni. Si piazza vicino all’uscita, per evitare visite a sorpresa. Qualcuno lancia una granata, gli rimbalza sul petto. Spoletta a tempo, un paio di secondi di orrore. Potrebbe uscire e salvarsi. Non lo farà.

11 Aprile 2008 alle 13:45

Questa storia deve essere raccontata prima che si dissolva nella nebbia della guerra. Michael A. Mansoor è un ragazzino di sangue mezzo arabo che si diverte in quel paradiso da telefilm che è Garden Grove nella Orange County, California. Calcio, snowboard, motociclette. L’unico cruccio di Mike è il respiro, soffre di asma, gli si spezza nei polmoni, gli impedisce di essere figo come gli altri ragazzi. Per rimediare si intestardisce sul nuoto. Lunghe ore di piscina e lunghe ore in mare, sotto la superficie dell’acqua, a inseguire i pesci. Come talvolta succede, l’irruenza e la fissazione giovanile gli permettono di superare il piano originale. Riesce a buttare via l’inalatore che prima doveva portarsi sempre in tasca, a vent’anni s’arruola nella Marina e due anni dopo, al secondo tentativo, entra nelle squadre degli incursori della marina. Siccome è un mestiere poco sedentario e la protezione non è mai sufficiente, Micheal si fa tatuare un S. Michele contro il drago su una spalla e la preghiera di S. Michele Arcangelo sul costato.
Sono tempi di superlavoro per gli incursori americani, i Navy Seal del cinema. Mansoor finisce in Iraq, assegnato al settore peggiore: Ramadi. “La tomba degli americani”, lo dicono i graffiti sui muri della città. Quaranta attacchi al giorno. Cecchini. Raffiche dai finestrini delle auto. Razzi. Camionbomba. I soldati iracheni portano all’ospedale alcuni loro ufficiali feriti in combattimento, li ritrovano il giorno dopo con le teste tagliate. I media sono abituati a parlare soltanto di Baghdad, ma la capitale dei sunniti, duecento chilometri a ovest, nel 2006 è l’ombelico della violenza. Vige la regola dei 45 minuti: quando gli americani escono fuori dalle basi, in un quarto d’ora gli osservatori nemici scoprono la loro posizione, in mezz’ora radunano armi, uomini e macchine e allo scoccare dei tre quarti d’ora arriva l’attacco. C’è anche la regola “elmetto e giubbotto antiproiettile non si tolgono mai”. Camp Corregidor, dove sta Mike, è circondato da quattro minareti. Per non offendere la sensibilità locale gli americani si guardano dal rispondere al fuoco, ma ogni giorno i cecchini dalle torri tirano dentro al campo. L’esercito iracheno non può provare a sorvegliarne l’accesso, perché bloccare chi entra in moschea con i fucili scatenerebbe guai peggiori. Dagli altoparlanti una voce araba chiama alla guerra santa. I cecchini non sono il problema peggiore. La base è così dentro all’alveare nemico che quelli “potrebbero tirarci i mortai oltre il muro con le mani”. Mike si prende una medaglia perché va a riprendere un altro Seal ferito sotto il fuoco.
Resistendo per tutta l’estate e l’autunno del 2006 a Ramadi, gli americani convincono la popolazione – esasperata dalla brutalità dell’islam imposto dai sunniti di al Qaida – a rivoltarsi contro l’oppressione della guerriglia (sarà liberata nel febbraio 2007). Ma è ancora settembre quando Mike Mansoor sale su un tetto con altri tre compagni. Si piazza vicino all’uscita, per evitare visite a sorpresa. Qualcuno lancia una granata, gli rimbalza sul petto. Spoletta a tempo, un paio di secondi di orrore. Potrebbe uscire e salvarsi. Si getta sulla granata, assorbe con il corpo quasi tutta la violenza dell’esplosione e salva i compagni, che se la cavano con qualche ferita. Bush due giorni fa ha incontrato i genitori per consegnare la medaglia d’onore e si è messo a piangere.

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