Un'immagine del Pentagono dall'alto (foto LaPresse)

Tour al Pentagono

Costantino della Gherardesca

Questa Disneyland del militarismo potrebbe aprirmi frontiere inesplorate del battuage

La fine del Ventesimo secolo ha segnato il tramonto dei suoi protagonisti indiscussi: gli Stati Uniti. Il paese che ha conquistato e formato l’opinione pubblica occidentale a colpi di cinema, musica e stecche di cioccolata lanciate dai carri armati non siede più al volante delle nostre coscienze e non guida da tempo le nostre aspirazioni.

  

Mentre l’Europa sprofondava nell’incubo totalitarista hitleriano, gli Usa coltivavano anticorpi progressisti in istituzioni come il Black Mountain College, la scuola sperimentale che nella sua breve storia (poco più di vent’anni) vide passare tra i suoi insegnanti e i suoi studenti nomi come Walter Gropius, Josef Albers, John Cage, Willem de Kooning e Cy Twombly. Oggi, invece, la spinta all’innovazione è di matrice prettamente asiatica, nell’arte come nell’economia, nella scienza come nel costume.

  

Sarà per questo, per la loro incapacità di mandar giù questa evidente e irrimediabile retrocessione, che gli americani hanno scelto di dimenticarsi ogni velleità artistica e progressista e di entrare a spallate nel Ventunesimo secolo puntando tutto su quello che è – senza ombra di dubbio – il loro punto forte: la potenza militare. Nonostante si tratti dell’aspetto più brutale nella cultura di un paese, è innegabile che gli Usa abbiano investito talmente tanti soldi nel loro delirio da polveriera da essere approdati a risultati estetici non indifferenti. Penso alle splendide cacciatorpediniere classe Zumwalt, lame bianche che solcano silenziose e invisibili le acque di mezzo mondo, più simili a coltelli di ceramica che a navi cariche di siluri e armate di laser fatali. Non è un caso se le voci più interessanti dell’arte contemporanea occidentale si occupino in modo quasi ossessivo dell’apparato militare e delle politiche di controllo e sorveglianza americane, come da anni fa Trevor Paglen con la sua fissazione per la privacy nelle connessioni internet e per le aree ad accesso limitato. Lo straordinario documentarista sperimentale tedesco Harun Farocki, forse uno degli artisti più interessanti del Dopoguerra, si occupò anche lui della macchina da guerra statunitense. L’artista e teorica Hito Steyerl, al primo posto nella lista delle persone più influenti del mondo dell’arte secondo la classifica pubblicata da Art Review nel 2017, e attualmente presente in Italia con una mostra al Castello di Rivoli, ha estensivamente trattato il tema dell’evoluzione tecnologica delle forze militari americane.

   

Ma forse questa virata militaresca, al di là dei suoi aspetti più tetri e iperconcettuali, potrebbe nascondere anche un lato più giocoso e – cosa più importante – positivo per la mia salute psicofisica. Da qualche settimana cerco un partner sessuale/sentimentale che soddisfi la mia ambizione di asfaltare brutalmente i partner che hanno trovato i miei amici più cari, rendendomi il gallo più stronzo del pollaio. Secondo me, durante una cena in cui potrei sfoggiare le mie conquiste amorose, un gerarca altolocato delle forze militari statunitensi sarebbe l’equivalente occidentale di un regista d’avanguardia asiatico. Farmi strada in un vernissage tra i vassoi con le tartine e le coppe di champagne a braccetto con il pluridecorato generale James “Mad Dog” Mattis, o con un qualsiasi senatore repubblicano legato al Department of Defense, non sarebbe molto più glamorous e creativo di un sodalizio sentimentale con registi osannati come Apichatpong Weerasethakul o Lav Diaz?

  

Per fortuna, mi è giunta voce che da qualche tempo è diventato più semplice accedere al Pentagono per farci un giro turistico. Una volta il periodo necessario a valutare il background degli aspiranti visitatori era molto lungo, cosa che permetteva ai controllori di trovare anche la più insignificante attività antiamericana nel passato di chiunque si candidasse, tra cui aver mangiato una braciola nel 1992 a una Festa dell’Unità. Oggi, a quanto pare, il periodo di approvazione si è ridotto a un mese (anche se immagino che per gli stranieri sia decisamente più lungo): giusto il tempo di prenotare in largo anticipo volo e albergo a Washington D.C., risparmiando sui costi.

 

Perché tutta questa mia improvvisa curiosità per il Pentagono, vi chiederete. Be’, a interessarmi non è certo l’architettura di quell’orrendo edificio, ma la gente che lo frequenta. Questa Disneyland del militarismo, infatti, potrebbe finalmente aprirmi frontiere inesplorate del battuage. Chissà, mentre sono in fila con il mio gruppetto di turisti al seguito di un povero soldatino costretto a ripetere alla lettera un copione di una trentina di pagine (ogni cosa è scritta e approvata dai vertici del Pentagono, incluse le battutine da guida turistica), potrei imbattermi nel colonizzatore dei miei sogni. Potremmo scambiarci un rapido sguardo d’intesa e, poche ore dopo, ritrovarci a un tavolo dell’18th & U Duplex Diner: di giorno, un normale ristorante; di sera, uno dei ritrovi gay più segreti e discreti di Washington, un luogo ideale per i politici, un posto in cui i democratici e repubblicani più influenti mettono da parte le differenze e stipulano occasionali accordi bipartisan che in Parlamento sarebbero impensabili.

 

Sarebbe un sogno abbandonare la noia dei palestrati che affollano Tinder (nonché, ovviamente, uscire dalla mia filter bubble di sinistra provinciale) per ritrovarmi preda di questi vecchi e potentissimi rettiliani. Uomini più grandi e presuntuosi di me, capaci di tenermi testa anche se sostanzialmente incapaci di fare l’amore. Cariatidi impotenti ma prepotenti, ancorate al loro potere come se fosse l’ultima riserva della loro morente spinta sessuale.

 

Non ho molti dubbi: tra le pieghe della bellicosa decadenza americana si nasconde il sentiero fiorito della mia seconda giovinezza.

  

P.s .: Se anche voi siete interessati a fare un tour del Pentagono, potete andare sul sito pentagontours.osd.mil.

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