I guardiani del G8
Quando Silvio Berlusconi prende in serata la parola a Palazzo Chigi, compulsando di fronte ai giornalisti l’agenda del G8, mette fine a una giornata di polemiche innescate dalla stampa britannica su una supposta incapacità organizzativa dell’Italia. “I preparativi per il G8 sono stati talmente caotici che si è registrata una pressione crescente da parte di altri stati membri affinché l’Italia venga espulsa dal Gruppo”. Leggi Il G8 è il summit peggiore, eccetto tutti gli altri - Leggi Meno male che il Guardian c’è
22 AGO 20

Quando Silvio Berlusconi prende in serata la parola a Palazzo Chigi, compulsando di fronte ai giornalisti l’agenda del G8, mette fine a una giornata di polemiche innescate dalla stampa britannica su una supposta incapacità organizzativa dell’Italia. “I preparativi per il G8 sono stati talmente caotici che si è registrata una pressione crescente da parte di altri stati membri affinché l’Italia venga espulsa dal Gruppo”. Così aveva scritto (e ha poi confermato) il Guardian, quotidiano della sinistra inglese, scatenando una reazione di inusitata durezza da parte del ministro degli Esteri Franco Frattini e poi quasi dell’intero governo italiano. Abbastanza da impensierire il Foreign Office britannico che ha informalmente preso le distanze.
Ma il presidente del Consiglio Berlusconi quasi sorvola le polemiche: “Il G8 si apre con due buoni auspici – dice – Il primo è il rinnovato rapporto di apertura e fiducia tra America e Russia cui gli sforzi italiani non sono stati estranei. Il secondo buon auspicio – ha continuato Berlusconi – è il messaggio che Papa Benedetto XVI ha voluto inviare a me e ai capi dei governi rappresentati nel G8”. Uno strumento, il G8 – ha spiegato Berlusconi – opportuno e non superato dai tempi ma cui è bene si affianchi anche il più ampio G14”.
Soltanto perché incalzato dai cronisti, il premier alla fine commenta il resoconto del Guardian: “Una grande cantonata di un piccolo giornale”. Poi: “Il 64,1 per cento degli italiani ha fiducia in me, il resto sono soltanto calunnie”. Così il premier ha elencato l’agenda delle dieci dichiarazioni che impegneranno i lavori del consesso del G8: dalla crisi economica alle possibile sanzioni contro l’Iran passando per la sicurezza alimentare e il terrorismo. “Le dichiarazioni sono state lungamente trattate e sono condivise da tutti. La preparazione di questo vertice è stata persino migliore e più curata che nel passato – ha detto il Cav. – andiamo preparatissimi a questo vertice e sono certo che alla fine ne uscirà un complessivo messaggio di fiducia rivolto al mondo”.
Ma se il premier costeggia appena le polemiche (eccettuata una risposta piccata a un giornalista del gruppo Espresso), nel pomeriggio di ieri l’articolo del Guardian aveva costituito un piccolo caso. “Spero che sia il Guardian a uscire dal novero dei grandi giornali del mondo. Di sicuro non è l’Italia che esce dal G8”, aveva detto Frattini immediatamente spalleggiato dal ministro della Difesa Ignazio La Russa (“L’Italia fuori? Semmai il Guardian fuori dalle edicole”). Persino Umberto Bossi ha per la prima volta avvalorato la tesi complottistica ai danni del premier legando a un unico filo gli attacchi del Guardian con quelli di El País e di altri giornali rivolti alla vita privata del presidente del Consiglio: “Sono critiche che vengono dall’interno. All’estero copiano i nostri giornali, o meglio i giornali della sinistra. Ho visto anche oggi Repubblica che critica Berlusconi – ha concluso il ministro delle Riforme – ma Berlusconi non cade e non cadrà. Un governo cade se non fa niente ma lui di cose ne ha fatte tante”. Difatti la sensazione è che il premier – come spiegano anche diversi esegeti interni al Palazzo – punti “sulla politica del fare” per trarsi di impiccio. E dunque in prima battuta, adesso, pare che Berlusconi scommetta nel successo del G8 de L’Aquila, “vetrina internazionale per l’Italia” e occasione di rilancio – come ha sostenuto non senza malizia ieri anche il Financial Times – per l’immagine internazionale appannata del primo ministro italiano.
Giulio Tremonti, il più compassato assieme al presidente del Consiglio, ieri ha spiegato da Bruxelles, dove si trovava per la riunione dell’Ecofin, quanto le critiche siano “infondate” visto che l’Italia – sostiene il ministro dell’Economia – “ha dato un contributo importante e molto apprezzato” non solo sul fronte delle politiche economiche. “Non lo devo dire io ma aver posto la questione delle regole della finanza internazionale, averla messa nell’agenda, aver poi messo a punto anche l’ipotesi della detax e infine aver finalizzato un vaccino sullo pneumococco, ebbene, a me sembra che, come contributo di un paese del G8, sia importante. Siamo stati noi per primi a porre la questione delle regole – ha insistito Tremonti – prima in un convegno a Parigi, il 7 gennaio, poi a Roma, poi a Lecce”.
Il più stizzito per le polemiche era il capo della Farnesina, Franco Frattini. “Qualcuno di voi ci ha mai pensato che il Guardian andrebbe espulso dal gruppo dei giornali più influenti del mondo?”, ha chiesto il ministro commentando l’articolo con i giornalisti nel giardino del club diplomatico di Bucarest dopo l’incontro con il ministro degli Esteri rumeno Cristian Diaconesco. Quando poi gli sono state citate le parole del Guardian su una regia americana del G8 presa di forza dopo il caos italiano, Frattini è sbottato: “E’ una buffonata”. Fonti della Farnesina hanno precisato che la teleconferenza a guida americana citata dal giornale britannico c’è stata, ma non riguardava il G8 de L’Aquila bensì il G20 di Pittsburgh di settembre che è naturalmente a guida americana. Così alla fine, sui siti Facebook e Twitter, le parole del ministro Frattini sono state ancora più colorite: “Che topica il Guardian! Scambia l’Italia per l’Inghilterra, dice che gli Stati Uniti hanno preso in mano l’organizzazione del G8 dirigendo una conference call e non si accorge che si trattava invece del G20. Un caso di fuoco amico. Se fossero così onesti da riconoscerlo”. Non è la prima volta che il ministro Frattini reagisce così duramente a un attacco della stampa estera. Anche in seguito agli affondi passati del Times e del País aveva reagito con forza. Fonti del Foglio spiegano che il capo della diplomazia italiana soffre molto il fatto che i media stranieri spesso non offrano un’immagine corretta dell’Italia. Mentre gli altri paesi hanno uffici predisposti per vendere la loro immagine, l’Italia non viene quasi mai citata neppure per le iniziative che godono di grande consenso internazionale, come l’Afghanistan per esempio.
Ieri non è stata solo giornata di polemiche. Il ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, attende con ansia l’esito di questo vertice e ne parla con il Foglio. La realizzazione della proposta di Barack Obama di costituire, con Giappone e Unione europea, un fondo da 12-15 miliardi di dollari per la sicurezza alimentare – racconta – è fondamentale. Ma un impegno in materia – nonostante le indiscrezioni apparse sul Guardian su una presunta gestione “caotica” della preparazione dei lavori del G8 – era già alto nell’agenda della presidenza italiana del vertice aquilano, assicura il ministro: “Auspico che l’idea di un fondo ad hoc lanciata dal presidente Obama venga sostenuta dagli otto grandi – dice Zaia – ma a dire il vero noi siamo stati degli antesignani sul tema. Per la prima volta nella storia del G8 abbiamo organizzato una ministeriale dedicata ai dicasteri dell’Agricoltura. E proprio al vertice di aprile a Cison di Valmarino, la dichiarazione finale ha evidenziato la centralità del binomio agricoltura–sicurezza alimentare”. Perché non si può parlare di aiuti per l’alimentazione dei paesi in via di sviluppo senza tenere in conto le sorti della “multinazionale dei contadini”.
Una società immaginaria con numerose “filiali” nel nostro paese: “Abbiamo 1 milione 700 mila aziende agricole, con 60 miliardi di fatturato”. Ma dal cui futuro dipendono i destini dell’umanità: “Secondo la Fao ci sono oltre un miliardo di affamati nel mondo e 140 milioni di bambini che soffrono la sottonutrizione. Per sfamarli – spiega Zaia – servirebbe raddoppiare la produzione mondiale”. “Rinascimento agricolo”, lo chiama il ministro, e ancora una volta parte dal caso italiano: “E’ bene che da questo G8 il nostro settore primario esca rafforzato e protetto”. Ma così non si corre il rischio di ricadere nel tanto biasimato protezionismo? “Credo nel libero mercato, ma ritengo che anche il paese più liberista si debba porre alcuni problemi di lungo termine. I nostri costi di produzione sono alti, a volte fuori mercato, ma ciò è dovuto anche all’elevata sicurezza che garantiscono i nostri contadini, alla qualità dei loro prodotti e alle certificazioni annesse. Non bisogna mirare all’appiattimento dei costi”. Anche perché il livellamento, ci tiene a sottolineare il ministro, porterebbe con sé un impoverimento culturale: “Mantenere in vita certe produzioni – li chiamo ‘prodotti identitari’ e penso per esempio al pomodoro San Marzano, alla mozzarella di bufala, al riso della val Padana, al Grana Padano – vuol dire anche tenere in vita la storia di determinati territori”. Ma il “rinascimento agricolo”, per essere tale, deve varcare i nostri confini. E se pensare agli aiuti soltanto come donazione di derrate di cibo non è più sufficiente, occorre invece “tenere conto di tutto il ciclo produttivo delle materie prime”. Quindi sicurezza alimentare fa rima con “sostegno e cura di tutta la filiera produttiva, rafforzamento delle infrastrutture e dello stato di diritto a partire dai paesi in via di sviluppo”. Obiettivi di lungo termine.
Intanto Zaia spera che dal G8, oltre alla realizzazione di un fondo multinazionale per la sicurezza alimentare, possa venire un sostegno politico deciso su almeno due punti che gli stanno molto a cuore: “Innanzitutto la lotta alla speculazione sul cibo, ovvero all’idea che si possa investire in maniera azzardata su prodotti finanziari il cui rendimento varia al mutare dei prezzi del cibo. Sono fluttuazioni che creano morte”. Secondo: “Contrasto alla contraffazione agroalimentare”. E si spiega: “L’export agroalimentare italiano vale 24 miliardi di euro l’anno, ma soltanto un prodotto su 10 è davvero ‘made in Italy’. Serve più cooperazione per un monitoraggio internazionale”. Dalla tutela della “grande multinazionale dei contadini” passano le sorti del pianeta.