Obama alla prova dei fuochi

Quando era sottosegretario del Pentagono Michèle Flournoy interrompeva la monotonia dei toni scuri con qualche cappotto melange, tutt’al più azzardava un colore pastello. Essere la donna che è arrivata alla carica più alta della Difesa e contemporaneamente fungere da scudo e spada della dottrina Obama, qualunque cosa sia, non permette troppe concessioni all’informalità. Adesso che è ritornata al Center for a New American Security, si concede una camicetta fucsia al limite della fluorescenza, che stranamente non toglie nulla a quell’aura sacra che le è comparsa attorno quando si è diffusa l’idea che alla radice dell’approccio di Obama alla politica estera ci fosse lei.
20 AGO 20
Immagine di Obama alla prova dei fuochi
Washington. Quando era sottosegretario del Pentagono Michèle Flournoy interrompeva la monotonia dei toni scuri con qualche cappotto melange, tutt’al più azzardava un colore pastello. Essere la donna che è arrivata alla carica più alta della Difesa e contemporaneamente fungere da scudo e spada della dottrina Obama, qualunque cosa sia, non permette troppe concessioni all’informalità. Adesso che è ritornata al Center for a New American Security, il think tank che ha contribuito a fondare cinque anni fa, e le sue giornate si dividono fra la pianificazione strategica della vita famigliare e le amorevoli cure alla campagna per la rielezione del presidente, si concede una camicetta fucsia al limite della fluorescenza, che stranamente non toglie nulla a quell’aura sacra che le è comparsa attorno quando nei corridoi di Washington si è diffusa l’idea, perfettamente vera, che alla radice dell’approccio di Obama alla politica estera ci fosse lei, Flournoy, una che come motto tiene: “La strategia degli Stati Uniti deve essere fondata sul pragmatismo e nel senso comune più che sull’ideologia”. Con il Foglio il consigliere di Obama parla dell’attacco al consolato di Bengasi e dell’effetto domino al contrario generato dal B movie su Maometto, con le ambasciate di mezzo mondo in fiamme, della natura di quella strategia obamiana che in queste ore appare in tutta la sua debolezza, dei boomerang politici di Mitt Romney e della direzione che prenderà la politica estera di Obama in un eventuale secondo mandato, sul quale naturalmente non si sbilancia. Ma la confidenza c’è e si vede.
“L’attacco di Bengasi e le proteste che si sono diffuse anche oltre il medio oriente per quel film irresponsabile, offensivo e falso sono eventi qualitativamente diversi, è vero, ma hanno un tratto comune, perché gli estremisti hanno bisogno di una situazione da sfruttare a loro vantaggio per attaccarci”, spiega Flournoy, che sull’Egitto ha però idee che riflettono la tensione mostrata da Obama nei suoi scambi, privati e pubblici, con il presidente Morsi. Quale sia il “real big problem” che il presidente ha paventato se il Cairo non adempisse i suoi obblighi verso il paese che ha fatto di più per propiziare la caduta di Mubarak, Flournoy lo dice fra le righe: “In un momento in cui Morsi cerca sostegno economico e legittimazione, non può permettersi di violare gli accordi internazionali”: e non sfuggono dall’analisi il miliardo di dollari di debito che l’Egitto chiede siano condonati, e l’altro miliardo e rotti che gli Stati Uniti versano ogni anno per le spese militari del Cairo. Quello che sfugge, invece, è la consistenza della dottrina Obama, intrappolata fra il dover essere e il poter fare. Il dover essere è la promozione della libertà, della democrazia, dei diritti, di “quello che siamo”, come dice Obama; il poter fare è il criterio supremo del pragmatismo obamiano, fonte del sostegno selettivo dato alle popolazioni in rivolta nel medio oriente. Quel dittatore va detronizzato, il suo vicino solo redarguito, l’altro ancora è da considerare un prezioso alleato: tutto molto in linea con il pragmatismo di Flournoy, che vede il dover essere dell’America come un ideale regolativo scritto nel cielo dei valori, un cielo lontano che non sempre si riflette su scelte terrene, troppo terrene. “Il pragmatismo – dice Flournoy – non è senza principi. L’unico modo per dare stabilità alla regione è fare riforme, nessuno mette in discussione questo pilastro. Ma se gli Stati Uniti possono influenzare la regione, è vero che la gente di questi paesi deve decidere, hanno loro il timone. Dobbiamo aiutarli innanzitutto a governare: i Fratelli musulmani, ad esempio, sono un movimento e non hanno esperienza di governo. E non si impara a governare in un giorno”.
“Devono capire – continua Flournoy – che a volte le responsabilità di governare ti portano a contraddire le tue stesse idee. Dobbiamo essere certi dei nostri principi e costringerli a prendersi le loro responsabilità”. Ma se i principi sono chiari, perché in Libia avete mandato gli aerei e in Siria soltanto dichiarazioni non vincolanti contro Assad? “Non ci può essere un approccio unitario – dice Flournoy – ogni paese è diverso e a ha bisogno di un’azione tagliata su misura. Obama sulla Siria si fa l’unica domanda sensata: ‘Come può l’America migliorare la situazione e non peggiorarla?’. Quello che possiamo fare è dare assistenza, aiutare i ribelli a diventare un vero esercito, e lavorare con i partner dell’area per creare le condizioni per un’alternativa. Dobbiamo dare un’alternativa credibile, questo è il punto, perché anche il regime change da solo non basta”.
Le elezioni del 6 novembre non sono scollegate da questi scenari, e anzi bombe e assalti alle ambasciate spingono la politica estera in un dibattito dominato dall’economia. Sarà anche sul ruolo dell’America nel mondo che si decideranno le elezioni? “E’ sempre così: anche se l’economia è la issue dominante, quando gli americani vanno alle urne sanno che stanno scegliendo non solo un presidente ma anche un commander in chief. La cosa triste degli ultimi giorni è che Romney è stato consigliato molto male dai suoi, ed è finito in uno di quei momenti ‘gotcha!’. Le sue uscite gli sono tornate indietro come boomerang”. Eppure le idee muscolari di Romney dovrebbero rassicurare più dei droni con cui Obama ha fatto una guerra pulita che non è senza conseguenze sporche, come si vede in questi giorni. “La maggioranza degli americani è centrista, moderata e cauta sul modo in cui l’America si rapporta al mondo”. E, dice Flournoy, gli americani vogliono affidarsi agli alleati, “quando è possibile”: un caveat non da poco, che sembra l’immagine della politica ondivaga di Obama. “E dove c’è un partner inaffidabile o riluttante gli Stati Uniti agiscono, no matter what”. Come cambierà la politica di Obama in un eventuale secondo mandato? “Sarà uguale, nella sostanza. La differenza più significativa è che buona parte delle risorse risparmiate dalle guerre in Iraq e Afghanistan saranno riallocate in Asia: i nostri occhi sono puntati lì”. E gli uomini del presidente cambieranno? “Oh sì, ci saranno grossi cambiamenti, è fisiologico ed è anche nello stile di Obama”. Poi c’è Hillary in partenza, no? “Ha fatto un gran lavoro, credo dichiarerà la vittoria e le subentrerà qualcun altro”, dice Flournoy con un lungo sospiro.