A Bangkok ora è scontro tra duri della piazza e governo

C’è almeno un morto nei violenti scontri notturni di Bangkok, forse di più. Era cominciato tutto poche ore prima, con una raffica di colpi su una barricata ben precisa, quella più grande, nel cuore della capitale thailandese, uno dei quartieri generali delle “camicie rosse”, gli antigovernativi che da due mesi occupano la città chiedendo di andare subito alle elezioni. Un proiettile ha ferito alla testa – molto gravemente, dicono fonti ufficiali – Khittaya Sawasdipol, meglio conosciuto come Seh Daeng, uno dei leader più radicali della protesta.
18 AGO 20
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Seh Daeng, che stava rilasciando un’intervista al New York Times quando è stato colpito, è stato trasportato all’ospedale, e subito dopo per le strade molti sostenevano che fosse morto, alimentando la tensione in una piazza che ormai è fuori controllo. Non soltanto per il premier, Abhisit Vejjajiva, che ha dichiarato: “Faremo tutto ciò che è necessario per riportare la normalità”, il che significa sgombrare le strade centrali della capitale, diventate ormai una fiera permanente. La piazza è fuori dal controllo dei suoi stessi leader. Già identificarli tutti, i leader, è quasi impossibile, e anche l’ispiratore, l’ex premier Thaksin Shinawatra destituito nel 2006, è ormai più un simbolo che un regista: ci sono molte persone che salgono sui palchetti, arringano la folla e automaticamente diventano capi della protesta. Per di più sono divisi: ci sono quelli che hanno richieste precise e vogliono dialogare con il governo, e quelli che invece occupano a oltranza. Questi ultimi hanno avuto la meglio, ed è per questo che lo scontro finale sembra imminente.
Il premier ha già fatto molte concessioni ai manifestanti, con l’obiettivo di sgombrare la piazza, ma nonostante alcuni punti siano stati accettati in linea di principio la folla è ancora lì. La road map presentata dal governo prevede le elezioni per novembre e una serie di misure per riequilibrare i divari sociali tra i thailandesi. Di fatto Abhisit ha assecondato tutte le richieste delle “camicie rosse”, pure se con qualche sbavatura: per esempio, la protesta chiedeva che il vicepremier, Suthep Thaugsuban, si costituisse e fosse processato per rispondere delle vittime degli scontri con l’esercito del 10 aprile scorso (25 morti). Martedì lui si è recato presso la commissione d’inchiesta istituita per indagare su quei fatti, che è come se – commentano sarcastici a Bangkok – “Topolino si costituisse a Disneyland”. Le “camicie rosse” si sono sentite prese in giro, ma secondo molti analisti hanno anche voluto prendere la vicenda come pretesto per non lasciare la piazza. Le alternative del governo ora non sono molte: la città non può più restare bloccata permanentemente, e se la via del dialogo è stata rifiutata resta soltanto quella militare.
L’esercito è schierato, sono arrivati i rinforzi da sud. Ma anche gli antigovernativi sono pronti. “Vogliamo dividere i manifestanti dai ‘terroristi’”, ha detto il premier, a dimostrazione del fatto che l’elemento paramilitare nella protesta è ormai evidente. Il ferimento – se non l’uccisione – di Seh Daeng potrebbe rientrare in questa strategia, i cui effetti però non sono prevedibili. Come dice Therdpoum Chaidee, un ex comunista ora tra i leader delle camicie rosse, ad Asia Times (che è di proprietà di Sondhi Limthongkul, un tycoon thailandese prima sostenitore di Thaksin e poi suo acerrimo nemico, tanto da diventare leader dei “gialli” contro l’ex premier), “la rivoluzione cammina su due gambe. Una è la gamba politica, una è la gamba armata. La violenza è un ingrediente essenziale in questo mix. Questo è ciò che ci è stato insegnato”. Il premier ha dichiarato lo stato d’emergenza, l’offerta di elezioni pare che sia stata ritirata. Mentre tutti si sono ormai abituati al silenzio della monarchia – il re è malato –, ci si interroga su che cosa farà l’esercito. Un cineoperatore birmano guarda la folla rossa e chiede: “Ma i thailandesi che democrazia vogliono?”.