Pentagon lady
Sono lontani i tempi in cui Dana Perino diceva che gli uomini imparano la differenza fra uno Scud e un Cruise “per osmosi”, mentre lei, troppo bionda per afferrare al volo nozioni di balistica, doveva affaticarsi su manuali tecnici per non perdersi nel regno delle distinzioni militari. La portavoce di George W. Bush non era certo l’eccezione femminile dell’Amministrazione ma il governo di Barack Obama ha osato introdurre la presenza femminile nei corridoi di quel potere parallelo che è il Pentagono, maschile per definizione.
17 AGO 20

Sono lontani i tempi in cui Dana Perino diceva che gli uomini imparano la differenza fra uno Scud e un Cruise “per osmosi”, mentre lei, troppo bionda per afferrare al volo nozioni di balistica, doveva affaticarsi su manuali tecnici per non perdersi nel regno delle distinzioni militari. La portavoce di George W. Bush non era certo l’eccezione femminile dell’Amministrazione – c’era in effetti una certa Condoleezza – ma il governo di Barack Obama ha osato introdurre la presenza femminile nei corridoi di quel potere parallelo che è il Pentagono, maschile per definizione. Non è un fatto di quote rosa, ma semplice osservazione: a Washington ci sono analisti, esperti di strategia, teorici della counterinsurgency e alti ufficiali che discettano di sicurezza nazionale in tailleur e filo di perle. Il fenomeno era noto per l’arte raffinata e femminile della diplomazia, molto meno per la difesa, che poi nell’America di oggi significa essenzialmente guerra; ma nel primo anno dell’Amministrazione il personaggio che più di ogni altro ha scalato i gradini del potere di Washington è l’autrice dell’ultima Quadrennial Defense Review Michèle Flournoy, sottosegretario per le politiche della Difesa che incute universale rispetto – qualcuno dice anche timore – nei corridoi del Pentagono, alla Casa Bianca e in quella ventina di isolati in cui sono affastellati i think tank della capitale.
Ogni mattina Flournoy partecipa a un briefing con i principali attori del Consiglio di sicurezza e della segreteria di stato, ma diverse fonti dicono al Foglio che le decisioni quotidiane sui dossier più delicati sono discusse in una seduta ristretta fra Michèle Flournoy, la sua controparte a Foggy Bottom Jim Steinberg, e Tom Donilon, numero due del Consiglio di icurezza nazionale. Ciascuno rappresenta un potere istituzionale e ha impresso il sigillo del proprio mentore. Steinberg fa le veci di Hillary Clinton e pur avendo un curriculum accademico si sente a proprio agio nell’ambiente diplomatico dominato dai clintoniani. Donilon è l’anello di congiunzione con la Casa Bianca, che controlla il Consiglio di sicurezza, e nella fattispecie è il protegé di Joe Biden (suo fratello Michael è un consigliere personale del vicepresidente). L’alto ufficiale è anche ben piazzato dal punto di vista delle relazioni e negli ultimi due decenni ha curato una lunga serie di campagne elettorali dei democratici, intervallando il lavoro di pubbliche relazioni con l’incarico di vicepresidente di Fannie Mae verso la fine degli anni Novanta.
Flournoy è il trequartista che può muoversi fra le linee: alle primarie ha sostenuto Hillary e si è riciclata con grande zelo quando si è trattato di spingere Obama, che l’ha nominata prima membro del transition team per poi girarla al Pentagono. Con i favori del presidente, di Hillary – che conosce bene dai tempi in cui ricopriva un incarico minore al Pentagono sotto l’Amministrazione Clinton – e il sostegno incondizionato del segretario alla Difesa, Bob Gates, Flournoy ha raggiunto un livello di influenza sulle politiche della difesa incommensurabile rispetto all’etichetta che porta. La notista di politica internazionale del quotidiano The Politico, Laura Rozen, spiega al Foglio che “nonostante sia tecnicamente il numero tre del Pentagono, si muove e prende decisioni come se fosse il numero due”.
Formalmente il secondo di Gates è William Lynn, ex lobbista di un’azienda produttrice di missili e personaggio che non dà mai la sensazione di essere un vero tessitore di trame. Thomas Ricks, analista del Center for a New American Security e reporter di Foreign Policy, parlando con il Foglio conferma la sensazione: “Flournoy è il numero tre e forse il quattro fra gli ufficiali civili del Pentagono, ma ha un profilo pubblico molto più alto rispetto al secondo del Pentagono, che è più un manager che un politico”.
Nel terzetto, Flournoy ha il mandato di portare avanti il progetto ideato da Obama di un’agenzia trasversale che si occupi della sicurezza nazionale mettendo in comunicazione tutte le segreterie coinvolte e riferendo direttamente alla Casa Bianca. Missione difficile, anche perché nel progetto immaginato da Obama l’ufficio di Flournoy non ha soltanto il compito di smistare scartoffie e gestire la burocrazia, ma entra con grande libertà nel merito delle “top issues”, le cose che contano. Flournoy sta dimostrando di essere all’altezza del compito: guadagna visibilità, tende a farsi trovare nel posto giusto al momento giusto, riceve complimenti da tutti. Soprattutto da Bob Gates, già capo del Pentagono di Bush e uomo di scuola realista, background politico su cui Flournoy è perfettamente allineata. Il segretario della Difesa ha accettato la richiesta di Obama di rimanere al Pentagono con grande senso del dovere, ma non senza una certa riluttanza. A Washington sono in molti a dire che il suo è un mandato che serviva a dare esperienza e continuità fra i due presidenti: esaurito lo scopo, non è detto che Gates voglia restare dov’è. Se così fosse non esiste sulla piazza un personaggio più popolare di Flournoy e Thomas Ricks la considera “il candidato principale a sostituire Gates, che sono convinto lascerà l’incarico nel corso dell’anno”. Sarebbe la prima donna a capo del Pentagono.
Nel terzetto, Flournoy ha il mandato di portare avanti il progetto ideato da Obama di un’agenzia trasversale che si occupi della sicurezza nazionale mettendo in comunicazione tutte le segreterie coinvolte e riferendo direttamente alla Casa Bianca. Missione difficile, anche perché nel progetto immaginato da Obama l’ufficio di Flournoy non ha soltanto il compito di smistare scartoffie e gestire la burocrazia, ma entra con grande libertà nel merito delle “top issues”, le cose che contano. Flournoy sta dimostrando di essere all’altezza del compito: guadagna visibilità, tende a farsi trovare nel posto giusto al momento giusto, riceve complimenti da tutti. Soprattutto da Bob Gates, già capo del Pentagono di Bush e uomo di scuola realista, background politico su cui Flournoy è perfettamente allineata. Il segretario della Difesa ha accettato la richiesta di Obama di rimanere al Pentagono con grande senso del dovere, ma non senza una certa riluttanza. A Washington sono in molti a dire che il suo è un mandato che serviva a dare esperienza e continuità fra i due presidenti: esaurito lo scopo, non è detto che Gates voglia restare dov’è. Se così fosse non esiste sulla piazza un personaggio più popolare di Flournoy e Thomas Ricks la considera “il candidato principale a sostituire Gates, che sono convinto lascerà l’incarico nel corso dell’anno”. Sarebbe la prima donna a capo del Pentagono.
Le chance di avere un posto in prima fila Flournoy se le è costruite nel tempo. Dopo aver lavorato nell’Amministrazione Clinton, occupandosi principalmente di Eurasia per il dipartimento della Difesa, è passata nel 2001 alla National Defense University dove ha collaborato con il Joint Chiefs of Staff alla preparazione del piano quadriennale, il documento programmatico in materia di difesa. Da lì è passata al Center for Strategic and International Studies, il più altolocato dei think tank, chiuso in una gabbia di vetro a due passi da Foggy Bottom, dove si è giostrata fra gli ambienti intellettualmente più vivaci in materia di geopolitica e difesa. Si è applicata in vari campi, dalla riduzione dei rischi in diversi scenari ai protocolli di sicurezza interna. Pare che l’asso nella manica di Flournoy sia il carattere solare, aperto, disponibile a ogni richiesta e poco avvezzo a perdere la pazienza: “E’ insolito nell’ambiente – dice Ricks – è veramente una persona gentile. Ovunque è stata nella sua carriera è diventata un punto di riferimento per molte persone. La gente nota queste caratteristiche e le apprezza”. Negli anni accademici, Flournoy ha montato quel poderoso network di contatti che oggi sta dando i suoi frutti in politica; è entrata in contatto con i personaggi più influenti della politica americana, non ultimo John Podesta, ex capo di gabinetto di Clinton e presidente del Center for American Progress, il pensatoio dove Obama attinge in materia di politica interna. Si è guadagnata una credibilità nel terreno di una politica non ufficiale, vicina alle decisioni che contano ma sempre un passo indietro rispetto agli intrighi di palazzo. E’ un’anima da ricercatore nel corpo di un politico, non il contrario. Per Laura Rozen “non è soltanto competente e brillante, cosa peraltro evidente, ma ha anche una concezione collegiale del potere e ha creato un clima di lavoro ideale nel suo staff”.
La vetta accademica l’ha raggiunta quando ha fondato assieme a Kurt Campbell il Center for a New American Security, il think tank dal quale oggi non si può prescindere per capire gli orientamenti della politica estera di Obama. In pochi anni è diventato un punto di riferimento per la comunità parapolitica che aleggia, discute e prende decisioni a Washington, grazie anche a un marchio inclusivo tutto sorrisi e strategie dal volto umano. Nel giugno del 2007 ha scritto a quattro mani con Campbell il saggio “The Inheritance and the Way Forward”, che in generale è un manifesto programmatico dei realisti sulla politica estera e nel caso particolare è il passaporto di Flournoy per il passaggio più difficile: dagli open space ingombri di analisti grafomani alle stanze riservate del Pentagono. Nel testo si ripete allo sfinimento l’idea che il pragmatismo e non l’ideologia siano la chiave per stabilire il posto degli Stati Uniti nel mondo, il tutto articolato in sei rocciosi principi. Il sesto è il più interessante: “Il potere militare è necessario ma non sufficiente per affrontare le sfide del Ventunesimo secolo; problemi complessi richiedono soluzioni che integrino tutti gli strumenti del nostro potere nazionale”.
Il numero tre – forse il due – del Pentagono è uno dei grandi avvocati della dottrina militare comprensiva, dove la presenza civile e l’applicazione culturale sono le pennellate finali al quadro del dispiegamento militare. Che pure è necessario, e su questo Flournoy a mettere il dubbio non ci prova nemmeno. L’altra idea fissa del sottosegretario è che ogni giorno che passa gli alleati dell’America siano sempre più importanti per il miglioramento “qualitativo” dei conflitti globali. Lo ha scritto nella prefazione all’ultima edizione del manuale dell’esercito (The U.S. Army Stability Operations Field Manual, codice FM 3-07): “Essere umili nell’accettare che la potenza di fuoco degli Stati Uniti non possa produrre da sola cambiamenti politici duraturi è la premessa alla base di questo manuale. Questa premessa è tanto semplice quanto rivoluzionaria”.
Nella stessa edizione del FM 3-07, l’introduzione è firmata da un’altra donna che sta rimodellando il Pentagono: Janine Davidson, consigliere trasversale di vari dipartimenti fra cui anche quello della programmazione politica. Davidson è il complementare di Flournoy, anzi, è Flournoy tre o quattro anni fa, con la differenza che Janine è stata allevata nel brodo culturale militare. A cavallo fra gli Ottanta e i Novanta pilotava C-130 nelle operazioni di rifornimento e per missioni umanitarie. In questo tipo di missioni trasversali, Janine ha iniziato a coltivare un’idea di strategia militare che sottolinea l’importanza della collaborazione civile e si è convinta a lasciare la tuta da pilota per entrare nel mondo dell’analisi, terra di tailleur e fili di perle, che sono a loro modo una divisa. Come tanti nel mondo democratico ha trovato la chiave d’accesso al governo alla Brookings Institution, dove ha lavorato come analista nel 21st Century Defense Initiative fino al passaggio al Pentagono, settore counterinsurgency. Davidson produce paper, relazioni e commenti a ciclo continuo; lo fa con il piglio vagamente avventuriero di chi va sul campo, raccoglie testimonianze, incrocia dati di prima mano, niente serie numeriche senz’anima.
Nell’FM 3-07 racconta di una settimana di interviste alla prima brigata della 101 divisione aviotrasportata allora di stanza in Iraq: ha visto con i suoi occhi i limiti ambientali, le variabili indescrivibili e gli anfratti del fattore umano che stanno sotto alle operazioni strategiche e ha cercato di farne un nuovo strumento di indagine, come fosse un Jacques Cousteau della strategia militare. Lei, orgoglio femminile mischiato a orgoglio militare, ha invertito il paradigma di Dana Perino: “Non è che le donne siano meglio degli uomini in queste cose, è solo che i problemi connessi con le popolazioni implicano qualità non militari e conoscenze in campi dove le donne sono tradizionalmente più rappresentate di quanto non lo siano nell’esercito”, ha detto qualche mese fa.
Oggi Davidson si muove con disinvoltura fra i vari uffici del dipartimento della Difesa; sfrutta la libertà di movimento tipica dei pesci piccoli per tessere trame trasversali, mentre i suoi studi girano su tutte le scrivanie più importanti. Foreign Policy l’ha messa fra i dieci intellettuali più influenti in materia di difesa e counterinsurgency; il portale Small Wars Journal diffonde il suo pensiero al di fuori degli ambienti strettamente accademici; a maggio uscirà il suo nuovo saggio, “The Fog of Peace”, ribaltamento di quel modello Von Clausewitz (“Fog of war”) che Michèle Flournoy usa spesso come attacco delle proprie argomentazioni in materia di conflitti obliqui e insurgency.
Sembra dunque che fra le due ci sia quella cosa indecifrabile che accade fra donne, quella che se gli uomini la capissero non sarebbero uomini. E tutta questa competenza ricoperta da uno strato di affiatamento femminile piace a Bob Gates, che incoraggia questo realismo proveniente da sinistra e lascia fare. Infine, c’è la caratteristica che fra tutte è la preferita di Obama, la sua vera fissa: la figura postpartisan.
Sembra dunque che fra le due ci sia quella cosa indecifrabile che accade fra donne, quella che se gli uomini la capissero non sarebbero uomini. E tutta questa competenza ricoperta da uno strato di affiatamento femminile piace a Bob Gates, che incoraggia questo realismo proveniente da sinistra e lascia fare. Infine, c’è la caratteristica che fra tutte è la preferita di Obama, la sua vera fissa: la figura postpartisan.
Se Janine Davidson è all’inizio della rampa della vita pubblica, Flournoy è nel momento alto, quello fondamentale per dimostrare che sì, lei un dipartimento del governo, cioè di tutti gli americani, lo saprebbe guidare. In dicembre è stata ospite dell’American Enterprise Institute, il nido dei falchi conservatori, in una conferenza sulla strategia dell’Afghanistan dopo l’invio di nuove truppe. Michèle giocava fuori casa. Aveva di fronte un muro di scetticismo e quel cappottino melange non poteva migliorare le cose. Ha iniziato a parlare con sguardo serio – pare che sorrida soltanto in fotografia –, con quegli occhi che non guardano mai esattamente nella stessa direzione, ha lavorato ai fianchi il pubblico con le espressioni giuste: “Talebani preoccupati”, “nemico schiacciato”, “grande investimento americano”. Poco a poco le facce tirate si sono rilassate, complice anche il moderatore Frederick Kagan, avversario fiero e leale, e in quei cuori da esportatori di democrazia è penetrata una scheggia di controinsurrezione femminile. Applausi, tutti a casa.