Il “surge” di Mitt Romney
Che nel dibattito all’università di Denver Mitt Romney abbia messo a segno un punto e la palla sia tornata al centro lo si capisce dall’alterigia che trasuda dall’editoriale del New York Times: il dibattito presidenziale è “rapidamente affondato in una riproposizione assai poco illuminante di stanchi ‘talking points’ e falsità”, ci sono state “poche scintille e poca chiarezza sull’immenso fossato che divide i due candidati e le loro politiche”.
17 AGO 20

New York. Che nel dibattito all’università di Denver Mitt Romney abbia messo a segno un punto e la palla sia tornata al centro lo si capisce dall’alterigia che trasuda dall’editoriale del New York Times: il dibattito presidenziale è “rapidamente affondato in una riproposizione assai poco illuminante di stanchi ‘talking points’ e falsità”, ci sono state “poche scintille e poca chiarezza sull’immenso fossato che divide i due candidati e le loro politiche”. Per il quotidiano di tendenza democratica, insomma, il primo dibattito è stata la riproposizione di una liturga logora e mal governata che ha permesso l’ingresso nelle case di quaranta milioni di americani di falsità inaccettabili e noiosi spezzoni da stump speech. Dire che il dibattito è stato libresco e inutile è la via più breve per relegare la pessima serata di Barack Obama nello sgabuzzino degli eventi ininfluenti e cercare di neutralizzare il “surge” elettorale di Romney, celebrato dalla voce conservatrice, ma mai troppo tenera con il candidato, del Wall Street Journal: “Anche se siamo a un mese dalle elezioni, per noi la campagna elettorale è in realtà iniziata mercoledì sera”. Il giornale di Rupert Murdoch si spinge anche più in là: “E’ stato il miglior dibattito di un repubblicano da quello di Reagan del 1980”, quello del leggendario “there you go again” sbattuto in faccia a un imbelle Jimmy Carter.
Il presidente, naturalmente chiamato al ruolo di partner remissivo, si è spinto anche oltre il copione tattico che era stato preparato per lui, è sprofondato nel blocco degli appunti e ha evitato il più possibile di incrociare lo sguardo aggressivo di Romney, che è stato spietato come non si era mai visto nella campagna elettorale. Soprattutto è riuscito nello scopo fondamentale: far capire agli americani quanto siano diverse le ricette che lui e Obama propongono per l’America, e non si tratta solo di dettagli ma di una “moral issue”, una faccenda di idee e impostazione, di concezione dell’individuo e del ruolo dello stato federale. Lo ha spiegato senza svolazzi in alta quota, ma legando accuratamente i princìpi del suo conservatorismo a questioni terragne: tasse, crescita economica, educazione, welfare, energia. Ha spiegato che la via maestra per uscire dalla depressione è la crescita ed è stato in grado (anche se su questo Obama lo ha punzecchiato con un certo piglio) di mostrare che crescere non significa abbandonare la middle class e avallare un progetto di ingegneria sociale a esclusivo vantaggio dei ricchi. Oltre alla verve e all’aggressività per affondare il colpo, a Obama è mancato il telepromter, il suggeritore che da 1.400 giorni guida le sue parole. Bill Maher, anchorman democratico, ha scritto su Twitter: “Non posso credere che sto per dire questa cosa, ma Obama sembra che abbia davero bisogno del telepromter”.
La sintesi dell’effetto psico-politico del dibattito sulla campagna di Romney l’ha fatta lo stratega repubblicano Mike Murphy: “E’ curioso: la serata di Romney è molto meglio della sua campagna”, e il passo successivo, quello polticamente fondamentale nel day after, lo fa il direttore del Weekly Standard, Bill Kristol: “Il compito ora è capitalizzare. La campagna di Romney deve usare la serata di mercoledì come un modello per il resto della campagna. Se il dibattito diventerà un trampolino di lancio non sarà solamente la ‘fine dell’inizio’ della campagna elettorale. Sarà l’inzio della fine per la presidenza Obama”. Politologi e studiosi di precedenti storici sono concordi nel considerare i dibattiti presidenziali poco e per nulla influenti in termini di cambiamento di opinione dell’elettorato. Lo studio più completo è quello di Robert Erikson e Christopher Wlezien dell’università di Chicago, che sostiene sia “debole” l’impatto che i dibattiti hanno sugli americani. Ma ciò che anche gli studi più raffinati non possono contemplare è l’effetto tonificante che un dibattito può avere sul candidato che si presentava in svantaggio ed è uscito vincitore dalla disputa. Il dibattito in sé non ha un effetto dirompente ma infonde fiducia, genera coesione ed entusiasmo, promuove l’idea che i calcoli perfetti fatti dagli uomini di Obama nel quartier generale di Chicago forse tanto perfetti non sono. La prestazione di Denver ha umanizzato sia Romney sia Obama, ma in due sensi opposti: il primo si è tolto di dosso la patina metallica del manager senza cuore, il secondo è sceso suo malgrado dall’olimpo dove dèi molto cool manovrano l’universo con il telepromter. E’ una caduta lunga quattro anni, ma a Denver si è sentito il tonfo. Per Romney si tratta di mettere a sistema la vittoria, di capitalizzarla, attività in cui il candidato eccelle.