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Il cartello “Welcome home troops” non è un’installazione provvisoria nell’aeroporto di Colorado Springs, dove gli uomini in divisa vanno e vengono con una frequenza che impone segni permanenti di incoraggiamento per chi parte, di ringraziamento per chi ritorna. Ci sono schermi che a ciclo continuo glorificano l’operato delle tre basi militari, dell’accademia aeronautica e della mitologica Cheyenne Mountain Air Force, centro missilistico un tempo segreto scavato a seicento metri di profondità nella roccia rossa, con enormi strati di materiale antiradiazione e un apparato di sicurezza che chi ha visitato il centro – tuttora in funzione ma con scopi gregari – giudica decisamente eccessivo.
16 AGO 20

Colorado Springs. Il cartello “Welcome home troops” non è un’installazione provvisoria nell’aeroporto di Colorado Springs, dove gli uomini in divisa vanno e vengono con una frequenza che impone segni permanenti di incoraggiamento per chi parte, di ringraziamento per chi ritorna. Ci sono schermi che a ciclo continuo glorificano l’operato delle tre basi militari, dell’accademia aeronautica e della mitologica Cheyenne Mountain Air Force, centro missilistico un tempo segreto scavato a seicento metri di profondità nella roccia rossa, con enormi strati di materiale antiradiazione e un apparato di sicurezza che chi ha visitato il centro – tuttora in funzione ma con scopi gregari – giudica decisamente eccessivo.
In effetti, all’occhio odierno i missili incastonati nella montagna hanno qualcosa di iraniano, ma in prospettiva storica la base di Cheyenne spiega meglio di tanti manuali quale fosse la moneta corrente della Guerra fredda, specialmente per gli abitanti di Colorado Springs, gente che giura tranquillamente di non fare caso al fatto che di fianco alla colonna di taxi gialli c’è n’è una uguale di Humvee. Normale è anche il fatto che a quindici miglia dall’aeroporto, nella base aeronautica di Schriever, ci siano la stazione di comando del sistema Gps e l’orologio atomico che sincronizza il sistema di posizionamento con i satelliti; se i Predator senza pilota possono bombardare i covi talebani nelle aree tribali del Pakistan è grazie al lavoro oscuro di Colorado Springs.
L’approccio in divisa mimetica la dice lunga su cosa si pensa e come si vota in questa radura sospesa fra le montagne rocciose; qui, dove la camicia scozzese e il baffo a manubrio non sono mai passati di moda e dove la gente ama più le risposte che le domande. C’è una palpabile irritazione verso chi rompe la logica del “don’t ask, don’t tell” in materia di politica pubblica, ora che l’amministrazione cittadina è diventata un caso oltre i confini nazionali. Piombata come e più di altre città americane nella spirale della recessione, lo scorso autunno Colorado Springs si è ritrovata fra le mani un bilancio che era il preludio al fallimento della Pubblica amministrazione. Niente di nuovo sotto il sole della recessione globale, si dirà; ma la novità è che Colorado Springs ha scelto di perseguire la via libertaria, falciando voci di spesa inutili, privatizzando il privatizzabile, creando un sistema a corrente alternata fra privato e pubblico, sfruttando le risorse del volontariato, mettendo a sistema le forze che tendono alla dispersione. Quel che più conta è che a novembre dello scorso anno i cittadini di Colorado Springs hanno rifiutato la proposta di aumentare le tasse.
Il potere di respingere un aumento della pressione fiscale i cittadini del Colorado lo devono a Douglas Bruce, deputato della Camera dello stato con argomenti quasi metafisici contro l’invadenza dello stato nella vita dei singoli, roba da far sembrare Reagan il capo di una ong. Nel 1992 Bruce ha vinto la grande battaglia del Tabor, il “Taxpayer bill of rights”, la carta che sancisce che ogni aumento delle tasse debba passare per approvazione referendaria. Per la sua Colorado Springs, poi, Bruce ha fatto approvare un ulteriore Tabor cittadino che estende il meccanismo valido nello stato anche alle tasse comunali. Un doppio muro di cinta per tenere lontani gli ingordi eserciti del governo centrale. Che i cittadini votino contro l’aumento delle tasse può sembrare la quintessenza dell’ovvietà, ma non è così per gli abitanti di Colorado Springs, che negli ultimi anni hanno accettato diverse richieste di tassazione straordinaria; lo hanno fatto ad esempio per il nuovo piano urbanistico, in cui erano elencate con estrema precisione tutte le opere che sarebbero state finanziate con lo sforzo dei contribuenti: nuovi ponti, nuove strade, allargamento delle arterie principali e via dicendo.
I cittadini hanno messo costi e benefici sulla bilancia e hanno deciso che pagare di più ne valeva la pena. Ma a novembre la proposta della città non aveva nessuna contropartita effettiva se non quella di mettere una pezza ai conti disastrati dell’amministrazione pubblica. Una volta messo quello sulla bilancia, anche al meno accorto dei contribuenti è apparso chiaro che prima di mettere mano alle aliquote c’era molto altro da fare. Dal primo di gennaio è nato quello che tutti chiamano “l’esperimento”, un misto di logica aziendalista, austerità e solidarietà sociale che le anime libertarie chiamano con un certo pudore il governo “creativo”. Alcuni dettagli hanno particolarmente colpito l’immaginazione, facendo saltare sulla sedia i muscolosi adepti dello “small government” e lasciando alla sinistra liberal il compito di puntare il dito contro Colorado Springs, ricettacolo di ogni perversione individualista. L’oscuramento di un terzo dei 24.512 lampioni stradali è il provvedimento che probabilmente ha fatto discutere più di tutti, perché necessariamente coinvolge l’aspetto della sicurezza. “Togliere qualche luce ha fatto risaltare lo splendido cielo stellato del Colorado”, scherza Douglas Bruce prima di venire ai numeri, quelli che davvero contano. “In un anno la città risparmierà 1,2 milioni di dollari, una buona cifra se si considera che il bilancio complessivo dell’anno scorso è di 385 milioni. Poi i lampioni non li abbiamo spenti a caso e posso garantire che questa storia che i giornali stanno cavalcando non farà aumentare minimamente il livello di criminalità, peraltro già piuttosto basso”.
Anche il giornale libertario della città, il Gazette, se l’è presa ironicamente con i critici del progetto, soprattutto con i sacerdoti della sinistra che si spogliano per le pellicce e spengono le luci per un’ora all’anno: “Stiamo facendo più noi per ‘madre terra’ che la giornata nazionale della Terra e l’ora della Terra messe insieme. Meritiamo una medaglia. E’ una città verde e ambientalmente corretta, la nostra”. La città ha lanciato anche il programma di adozione di un lampione: con cento dollari privati un bulbo rimane acceso per un anno. L’altra delicata razionalizzazione della spesa riguarda le forze dell’ordine. Il budget per la polizia è stato tagliato di quattro milioni di dollari e due elicotteri – due rumorose carrette degli anni Settanta, per la verità – sono stati venduti su Internet a un rancher dell’Ohio. Sorte simile anche per i Vigili del fuoco, che venerdì hanno organizzato l’ennesima cena per raccogliere fondi: una serata non memorabile per il budget degli eroi d’America. Per sopperire ai tagli, il Consiglio della città ha lanciato a marzo il programma Cop – “Cab on patrol”, tassisti in pattuglia – che dà incarico ai tassisti di segnalare gli abusi alla polizia via radio. Anche su questo si è parecchio ricamato, invocando ronde paraleghiste e giustizieri incontrollati che avrebbero precipitato la città in una bolgia barbarica alla William Golding.
Con l’aria scocciata di chi ha già risposto molte volte alla stessa domanda, un tassista non più giovane dice al Foglio che “noi abbiamo sempre fatto questo lavoro, perché siamo sempre in giro per le strade e vediamo molte cose. La differenza è che prima chiamavamo la polizia con il cellulare, ora direttamente via radio. Niente di più”. Ride di gusto a sentire che fuori dalla corona delle montagne rocciose li paragonano ai guardiani della notte: “Ma chi, noi? E solo perché ci hanno dato un po’ di addestramento?”, dice avvicinando il pollice all’indice fino a farli sfiorare. Colorado Springs è così: un animale di indole mansueta che odia la cattività.
A parte qualche palazzo segnaletico che svetta al centro della downtown, entrare in città è un’esperienza impercettibile e totalmente indolore. Pianta a scacchiera esasperatamente western, Colorado Springs è un imponente rettangolo appoggiato al centro di un rettangolo, quello dei confini statali. Ai quattro punti cardinali fanno da guardia le basi militari. In direzione est si può guidare per centinaia di miglia perfettamente pianeggianti senza incontrare altro che saltuarie pompe di benzina e case scrostate; a ovest si inizia quasi subito a salire su strade rosse che ridanno senso al nome: Colorado, appunto. Non c’era molto da queste parti prima della grande corsa all’oro, quando il setaccio dei fiumi ha lasciato spazio al business delle miniere sulle pareti rocciose. Spesso chi si arricchiva diventava poi un benefattore della città, tuttora punteggiata da statue di cercatori d’oro. Grazie a quelle che chiamano semplicemente le “Families”, le ramificazioni dei minatori, il villaggio delle origini è diventato una città di 400 mila abitanti dislocati a bassa densità su un territorio che potrebbe contenerne comodamente cinque o sei volte tanti.
La fortificazione militare è arrivata molto più tardi, portandosi dietro tutto il bagaglio industriale del caso. Lockheed Martin è il terzo datore di lavoro della città e Boeing, General Dynamics, Harris e gli altri grandi fornitori del dipartimento della Difesa hanno almeno uno stabilimento nella zona. Colorado Springs però non è una città-corporation; alla voglia di basi solide e senza fronzoli si combina una certa passione per l’imprenditoria. Vent’anni fa John Hickenlooper ha aperto contro ogni buon senso il birrificio Phantom Canyon; in poco tempo l’affare gli ha dato lustro in tutto lo stato: oggi siede al municipio di Denver e correrà alle prossime elezioni per il posto da governatore. Nella sua prima bottega, su Pikes Peak Avenue, Sean Paige parla veloce, come in apnea. Paige è un semplice consigliere della città, ma di fatto è il grande ispiratore dell’esperimento di Colorado Springs. Prima di coinvolgersi in senso stretto nella politica locale ha diretto la sezione degli editoriali della Gazette, facendosi ottimi amici e ottimi nemici, e prima ancora ha passato 14 anni a Washington, dove ha lavorato con vari politici indipendenti e libertari. Qualche mese fa ha lanciato Local Liberty Online, un embrionale think tank che promuove idee a basso contenuto governativo.
“Oggi mi sento un ‘conservatarian’” dice sotto una visiera della Buick che fa molto working class. Fra le mani ha un articolo dell’Independent che lo descrive come l’uomo più felice del mondo per quello che la città sta passando. “E’ completamente falso. La situazione è drammatica e noi stiamo cercando un modo per uscirne, non per affermare che c’è un modello perfetto per organizzare la città. Quello che sta succedendo a Colorado Springs è il frutto di una mentalità diffusa fra la gente per cui il governo non è la rete di salvataggio. La prima cosa a cui guardiamo qui è il settore privato”, dice Paige. E gli esempi non mancano: tre delle cinque piscine pubbliche sono state rilevate da una scuola di nuoto; la filarmonica cittadina, la biblioteca, lo zoo, la pulizia dei parchi della città e uno dei cinque community center si mantengono senza gravare sul bilancio cittadino. “E’ il nostro modello do-it-yourself, basato esclusivamente sulla responsabilità”. E’ successo a Steve Immel, un cittadino come tanti che portando il cane al parco, lasciato senza manutenzione per i tagli al budget, si è reso conto che non sarebbe stato poi impossibile rimboccarsi le maniche e organizzare turni volontari di pulizia. In un paio d’ore ha aperto il sito Proud of our parks per raccogliere adesioni e a pochi mesi di distanza le squadre di Immel tengono puliti oltre settanta parchi sui 128 della città, e il ritmo di crescita dice che non manca molto alla copertura totale. Paige è orgoglioso di queste iniziative dal basso, ma la sua è una battaglia per cambiare la mentalità, passando dall’attesa dello stato al dinamismo dell’iniziativa privata, dall’assistenza alle leggi del mercato. All’inizio dell’anno ha ricevuto una lettera da Steve Bartolin, amministratore del Broadmoor Hotel, il salotto buono di Colorado Springs. Era una serratissima serie di critiche al modo in cui il consiglio della città stava gestendo la crisi e l’autore infine proponeva alcune linee guida per una soluzione ragionevole.
Un imprenditore che propone soluzioni politiche a un politico sembrava una battuta riuscita male, finché Paige non ha pensato – nel raccontarlo, gli occhi grigi lanciano scintille – alla Grace Commission, il team creato da Reagan per ribaltare la macchina burocratica ed epurare gli sprechi. Tre mesi dopo la lettera di Bartolin il Consiglio della città ha nominato una commissione per trovare soluzioni alla gestione della macchina della città: sono manager, uomini d’affari, esperti di economia il più possibile slegati dalla politica. Una commissione tecnica di volontari (“Mi raccomando, scrivi che nessuno di questi è pagato”, dice Paige) per riuscire laddove il governo centrale non ha fatto che accelerare la crisi globale. “Il problema è che la maggior parte delle spese riguardano gli stipendi degli impiegati pubblici, un tema difficilissimo da trattare. Un conto è chiudere la piscina o lo zoo, un altro è licenziare le persone”. In effetti, la spesa per i salari è una delle anomalie dello spirito antistatalista di Colorado Springs. In media, un dipendente pubblico guadagna 89 mila dollari l’anno, contro una media dei dipendenti privati che si aggira attorno alla metà; le altre voci spurie sono l’azienda che gestisce le utilities – un mostro da due miliardi di dollari l’anno amministrato dalla politica – e il Memorial Hospital, uno dei due ospedali della città. “Siedo nel board dell’azienda gestore delle utilities, ma non so nulla della materia e sono il primo a dire che non ha nessun senso che io stia lì”, ammette Paige.
L’altro grande tema di dibattito sono i community center, centri ricreativi che rispondono a diverse esigenze sociali, dall’intrattenimento dei bambini, alla cura degli anziani fino alle attività sportive. I cinque centri della città hanno avuto un ruolo importante nell’arginare il disagio sociale ma oggi sono una enorme voce di spesa nel bilancio della città. Quando Paige ha dichiarato di voler tenere aperti i community center con ogni mezzo possibile, gli amici libertari non lo riconoscevano più: Douglas Bruce, con il quale c’erano già vari strati di ruggine, ha iniziato a parlarne come di un nemico. “Dimmi se una persona che vuole tenere aperta un’attività che per il 99 per cento viene pagata dai contributi di gente che non la userà mai può dirsi un libertario”, dice Bruce al Foglio. Ma in fondo al cuore Paige è convinto che sia la realtà a dettare i limiti ai principi. Quando un gruppo di venti persone guidate da un certo Eric Phillips ha fatto irruzione a una seduta del Consiglio per protestare contro la chiusura dei community center, Sean ha voluto ascoltare le sue ragioni. Phillips dice al Foglio che nella sua vita si è trovato in situazioni drammatiche e senza l’aiuto di una comunità non avrebbe mai recuperato. “Ora voglio ridare ciò che è stato dato a me”, dice. Un argomento che ha piegato anche i calcoli più serrati.
Ora Paige e Phillips lavorano insieme per trovare nuovi gestori dei centri. Uno è già stato preso da una chiesa locale; per un altro è in corso una trattativa con un’associazione di benefattori. Paige guarda le luci spente sul campo da basket del centro di Hillside e ragiona a voce alta: “E’ sabato pomeriggio, qui dovrebbe esserci una squadra di una divisione minore che paga per giocare, e alle pareti dovrebbero esserci i cartelloni degli sponsor. E’ così che potremmo pagare le attività primarie del centro. Quello che ci vorrebbe è un cambiamento radicale di mentalità”.
In effetti, all’occhio odierno i missili incastonati nella montagna hanno qualcosa di iraniano, ma in prospettiva storica la base di Cheyenne spiega meglio di tanti manuali quale fosse la moneta corrente della Guerra fredda, specialmente per gli abitanti di Colorado Springs, gente che giura tranquillamente di non fare caso al fatto che di fianco alla colonna di taxi gialli c’è n’è una uguale di Humvee. Normale è anche il fatto che a quindici miglia dall’aeroporto, nella base aeronautica di Schriever, ci siano la stazione di comando del sistema Gps e l’orologio atomico che sincronizza il sistema di posizionamento con i satelliti; se i Predator senza pilota possono bombardare i covi talebani nelle aree tribali del Pakistan è grazie al lavoro oscuro di Colorado Springs.
L’approccio in divisa mimetica la dice lunga su cosa si pensa e come si vota in questa radura sospesa fra le montagne rocciose; qui, dove la camicia scozzese e il baffo a manubrio non sono mai passati di moda e dove la gente ama più le risposte che le domande. C’è una palpabile irritazione verso chi rompe la logica del “don’t ask, don’t tell” in materia di politica pubblica, ora che l’amministrazione cittadina è diventata un caso oltre i confini nazionali. Piombata come e più di altre città americane nella spirale della recessione, lo scorso autunno Colorado Springs si è ritrovata fra le mani un bilancio che era il preludio al fallimento della Pubblica amministrazione. Niente di nuovo sotto il sole della recessione globale, si dirà; ma la novità è che Colorado Springs ha scelto di perseguire la via libertaria, falciando voci di spesa inutili, privatizzando il privatizzabile, creando un sistema a corrente alternata fra privato e pubblico, sfruttando le risorse del volontariato, mettendo a sistema le forze che tendono alla dispersione. Quel che più conta è che a novembre dello scorso anno i cittadini di Colorado Springs hanno rifiutato la proposta di aumentare le tasse.
Il potere di respingere un aumento della pressione fiscale i cittadini del Colorado lo devono a Douglas Bruce, deputato della Camera dello stato con argomenti quasi metafisici contro l’invadenza dello stato nella vita dei singoli, roba da far sembrare Reagan il capo di una ong. Nel 1992 Bruce ha vinto la grande battaglia del Tabor, il “Taxpayer bill of rights”, la carta che sancisce che ogni aumento delle tasse debba passare per approvazione referendaria. Per la sua Colorado Springs, poi, Bruce ha fatto approvare un ulteriore Tabor cittadino che estende il meccanismo valido nello stato anche alle tasse comunali. Un doppio muro di cinta per tenere lontani gli ingordi eserciti del governo centrale. Che i cittadini votino contro l’aumento delle tasse può sembrare la quintessenza dell’ovvietà, ma non è così per gli abitanti di Colorado Springs, che negli ultimi anni hanno accettato diverse richieste di tassazione straordinaria; lo hanno fatto ad esempio per il nuovo piano urbanistico, in cui erano elencate con estrema precisione tutte le opere che sarebbero state finanziate con lo sforzo dei contribuenti: nuovi ponti, nuove strade, allargamento delle arterie principali e via dicendo.
I cittadini hanno messo costi e benefici sulla bilancia e hanno deciso che pagare di più ne valeva la pena. Ma a novembre la proposta della città non aveva nessuna contropartita effettiva se non quella di mettere una pezza ai conti disastrati dell’amministrazione pubblica. Una volta messo quello sulla bilancia, anche al meno accorto dei contribuenti è apparso chiaro che prima di mettere mano alle aliquote c’era molto altro da fare. Dal primo di gennaio è nato quello che tutti chiamano “l’esperimento”, un misto di logica aziendalista, austerità e solidarietà sociale che le anime libertarie chiamano con un certo pudore il governo “creativo”. Alcuni dettagli hanno particolarmente colpito l’immaginazione, facendo saltare sulla sedia i muscolosi adepti dello “small government” e lasciando alla sinistra liberal il compito di puntare il dito contro Colorado Springs, ricettacolo di ogni perversione individualista. L’oscuramento di un terzo dei 24.512 lampioni stradali è il provvedimento che probabilmente ha fatto discutere più di tutti, perché necessariamente coinvolge l’aspetto della sicurezza. “Togliere qualche luce ha fatto risaltare lo splendido cielo stellato del Colorado”, scherza Douglas Bruce prima di venire ai numeri, quelli che davvero contano. “In un anno la città risparmierà 1,2 milioni di dollari, una buona cifra se si considera che il bilancio complessivo dell’anno scorso è di 385 milioni. Poi i lampioni non li abbiamo spenti a caso e posso garantire che questa storia che i giornali stanno cavalcando non farà aumentare minimamente il livello di criminalità, peraltro già piuttosto basso”.
Anche il giornale libertario della città, il Gazette, se l’è presa ironicamente con i critici del progetto, soprattutto con i sacerdoti della sinistra che si spogliano per le pellicce e spengono le luci per un’ora all’anno: “Stiamo facendo più noi per ‘madre terra’ che la giornata nazionale della Terra e l’ora della Terra messe insieme. Meritiamo una medaglia. E’ una città verde e ambientalmente corretta, la nostra”. La città ha lanciato anche il programma di adozione di un lampione: con cento dollari privati un bulbo rimane acceso per un anno. L’altra delicata razionalizzazione della spesa riguarda le forze dell’ordine. Il budget per la polizia è stato tagliato di quattro milioni di dollari e due elicotteri – due rumorose carrette degli anni Settanta, per la verità – sono stati venduti su Internet a un rancher dell’Ohio. Sorte simile anche per i Vigili del fuoco, che venerdì hanno organizzato l’ennesima cena per raccogliere fondi: una serata non memorabile per il budget degli eroi d’America. Per sopperire ai tagli, il Consiglio della città ha lanciato a marzo il programma Cop – “Cab on patrol”, tassisti in pattuglia – che dà incarico ai tassisti di segnalare gli abusi alla polizia via radio. Anche su questo si è parecchio ricamato, invocando ronde paraleghiste e giustizieri incontrollati che avrebbero precipitato la città in una bolgia barbarica alla William Golding.
Con l’aria scocciata di chi ha già risposto molte volte alla stessa domanda, un tassista non più giovane dice al Foglio che “noi abbiamo sempre fatto questo lavoro, perché siamo sempre in giro per le strade e vediamo molte cose. La differenza è che prima chiamavamo la polizia con il cellulare, ora direttamente via radio. Niente di più”. Ride di gusto a sentire che fuori dalla corona delle montagne rocciose li paragonano ai guardiani della notte: “Ma chi, noi? E solo perché ci hanno dato un po’ di addestramento?”, dice avvicinando il pollice all’indice fino a farli sfiorare. Colorado Springs è così: un animale di indole mansueta che odia la cattività.
A parte qualche palazzo segnaletico che svetta al centro della downtown, entrare in città è un’esperienza impercettibile e totalmente indolore. Pianta a scacchiera esasperatamente western, Colorado Springs è un imponente rettangolo appoggiato al centro di un rettangolo, quello dei confini statali. Ai quattro punti cardinali fanno da guardia le basi militari. In direzione est si può guidare per centinaia di miglia perfettamente pianeggianti senza incontrare altro che saltuarie pompe di benzina e case scrostate; a ovest si inizia quasi subito a salire su strade rosse che ridanno senso al nome: Colorado, appunto. Non c’era molto da queste parti prima della grande corsa all’oro, quando il setaccio dei fiumi ha lasciato spazio al business delle miniere sulle pareti rocciose. Spesso chi si arricchiva diventava poi un benefattore della città, tuttora punteggiata da statue di cercatori d’oro. Grazie a quelle che chiamano semplicemente le “Families”, le ramificazioni dei minatori, il villaggio delle origini è diventato una città di 400 mila abitanti dislocati a bassa densità su un territorio che potrebbe contenerne comodamente cinque o sei volte tanti.
La fortificazione militare è arrivata molto più tardi, portandosi dietro tutto il bagaglio industriale del caso. Lockheed Martin è il terzo datore di lavoro della città e Boeing, General Dynamics, Harris e gli altri grandi fornitori del dipartimento della Difesa hanno almeno uno stabilimento nella zona. Colorado Springs però non è una città-corporation; alla voglia di basi solide e senza fronzoli si combina una certa passione per l’imprenditoria. Vent’anni fa John Hickenlooper ha aperto contro ogni buon senso il birrificio Phantom Canyon; in poco tempo l’affare gli ha dato lustro in tutto lo stato: oggi siede al municipio di Denver e correrà alle prossime elezioni per il posto da governatore. Nella sua prima bottega, su Pikes Peak Avenue, Sean Paige parla veloce, come in apnea. Paige è un semplice consigliere della città, ma di fatto è il grande ispiratore dell’esperimento di Colorado Springs. Prima di coinvolgersi in senso stretto nella politica locale ha diretto la sezione degli editoriali della Gazette, facendosi ottimi amici e ottimi nemici, e prima ancora ha passato 14 anni a Washington, dove ha lavorato con vari politici indipendenti e libertari. Qualche mese fa ha lanciato Local Liberty Online, un embrionale think tank che promuove idee a basso contenuto governativo.
“Oggi mi sento un ‘conservatarian’” dice sotto una visiera della Buick che fa molto working class. Fra le mani ha un articolo dell’Independent che lo descrive come l’uomo più felice del mondo per quello che la città sta passando. “E’ completamente falso. La situazione è drammatica e noi stiamo cercando un modo per uscirne, non per affermare che c’è un modello perfetto per organizzare la città. Quello che sta succedendo a Colorado Springs è il frutto di una mentalità diffusa fra la gente per cui il governo non è la rete di salvataggio. La prima cosa a cui guardiamo qui è il settore privato”, dice Paige. E gli esempi non mancano: tre delle cinque piscine pubbliche sono state rilevate da una scuola di nuoto; la filarmonica cittadina, la biblioteca, lo zoo, la pulizia dei parchi della città e uno dei cinque community center si mantengono senza gravare sul bilancio cittadino. “E’ il nostro modello do-it-yourself, basato esclusivamente sulla responsabilità”. E’ successo a Steve Immel, un cittadino come tanti che portando il cane al parco, lasciato senza manutenzione per i tagli al budget, si è reso conto che non sarebbe stato poi impossibile rimboccarsi le maniche e organizzare turni volontari di pulizia. In un paio d’ore ha aperto il sito Proud of our parks per raccogliere adesioni e a pochi mesi di distanza le squadre di Immel tengono puliti oltre settanta parchi sui 128 della città, e il ritmo di crescita dice che non manca molto alla copertura totale. Paige è orgoglioso di queste iniziative dal basso, ma la sua è una battaglia per cambiare la mentalità, passando dall’attesa dello stato al dinamismo dell’iniziativa privata, dall’assistenza alle leggi del mercato. All’inizio dell’anno ha ricevuto una lettera da Steve Bartolin, amministratore del Broadmoor Hotel, il salotto buono di Colorado Springs. Era una serratissima serie di critiche al modo in cui il consiglio della città stava gestendo la crisi e l’autore infine proponeva alcune linee guida per una soluzione ragionevole.
Un imprenditore che propone soluzioni politiche a un politico sembrava una battuta riuscita male, finché Paige non ha pensato – nel raccontarlo, gli occhi grigi lanciano scintille – alla Grace Commission, il team creato da Reagan per ribaltare la macchina burocratica ed epurare gli sprechi. Tre mesi dopo la lettera di Bartolin il Consiglio della città ha nominato una commissione per trovare soluzioni alla gestione della macchina della città: sono manager, uomini d’affari, esperti di economia il più possibile slegati dalla politica. Una commissione tecnica di volontari (“Mi raccomando, scrivi che nessuno di questi è pagato”, dice Paige) per riuscire laddove il governo centrale non ha fatto che accelerare la crisi globale. “Il problema è che la maggior parte delle spese riguardano gli stipendi degli impiegati pubblici, un tema difficilissimo da trattare. Un conto è chiudere la piscina o lo zoo, un altro è licenziare le persone”. In effetti, la spesa per i salari è una delle anomalie dello spirito antistatalista di Colorado Springs. In media, un dipendente pubblico guadagna 89 mila dollari l’anno, contro una media dei dipendenti privati che si aggira attorno alla metà; le altre voci spurie sono l’azienda che gestisce le utilities – un mostro da due miliardi di dollari l’anno amministrato dalla politica – e il Memorial Hospital, uno dei due ospedali della città. “Siedo nel board dell’azienda gestore delle utilities, ma non so nulla della materia e sono il primo a dire che non ha nessun senso che io stia lì”, ammette Paige.
L’altro grande tema di dibattito sono i community center, centri ricreativi che rispondono a diverse esigenze sociali, dall’intrattenimento dei bambini, alla cura degli anziani fino alle attività sportive. I cinque centri della città hanno avuto un ruolo importante nell’arginare il disagio sociale ma oggi sono una enorme voce di spesa nel bilancio della città. Quando Paige ha dichiarato di voler tenere aperti i community center con ogni mezzo possibile, gli amici libertari non lo riconoscevano più: Douglas Bruce, con il quale c’erano già vari strati di ruggine, ha iniziato a parlarne come di un nemico. “Dimmi se una persona che vuole tenere aperta un’attività che per il 99 per cento viene pagata dai contributi di gente che non la userà mai può dirsi un libertario”, dice Bruce al Foglio. Ma in fondo al cuore Paige è convinto che sia la realtà a dettare i limiti ai principi. Quando un gruppo di venti persone guidate da un certo Eric Phillips ha fatto irruzione a una seduta del Consiglio per protestare contro la chiusura dei community center, Sean ha voluto ascoltare le sue ragioni. Phillips dice al Foglio che nella sua vita si è trovato in situazioni drammatiche e senza l’aiuto di una comunità non avrebbe mai recuperato. “Ora voglio ridare ciò che è stato dato a me”, dice. Un argomento che ha piegato anche i calcoli più serrati.
Ora Paige e Phillips lavorano insieme per trovare nuovi gestori dei centri. Uno è già stato preso da una chiesa locale; per un altro è in corso una trattativa con un’associazione di benefattori. Paige guarda le luci spente sul campo da basket del centro di Hillside e ragiona a voce alta: “E’ sabato pomeriggio, qui dovrebbe esserci una squadra di una divisione minore che paga per giocare, e alle pareti dovrebbero esserci i cartelloni degli sponsor. E’ così che potremmo pagare le attività primarie del centro. Quello che ci vorrebbe è un cambiamento radicale di mentalità”.