Il bluff del grande ventriloquo
Da ieri, invece, il figlio di don Vito Ciancimino, ha perso, almeno per un po’, la libertà di esprimersi in interviste, salotti televisivi, conferenze stampa e interrogatori davanti ai magistrati. Forse, col fermo disposto ieri dalla procura di Palermo è finita la carriera di superteste del figlio dell’ex sindaco mafioso del capoluogo siciliano. Leggi D’Avanzo torna sul luogo del delitto Rostagno, e prova a farla franca
10 AGO 20

Specializzato nelle consegne a rate, Ciancimino ha fatto perdere la pazienza alla Procura di Caltanissetta, che ben presto ha litigato (e continua a farlo) con quella di Palermo, per via di divergenze sulla gestione del presunto superteste: poco o per niente credibile per i magistrati nisseni, che lo avevano indagato per calunnia contro De Gennaro prima dei palermitani e che si sono visti sostanzialmente scippare l’inchiesta dai colleghi palermitani, ostinati nel tenersi stretto questo singolarissimo eroe antimafia.
Ciancimino si era fatto beffe, nei giorni scorsi, anche del prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso, che dopo l’intercettazione ambientale con il commercialista sospettato di vicinanza alla ’ndrangheta aveva chiesto per lui la revoca della scorta. La stessa scorta con cui ieri il figlio dell’ex sindaco stava andando a Saint Tropez, in Francia, a trascorrere le vacanze di Pasqua. Caruso era stato lasciato da solo e la scorta era stata riconfermata.
Il rigore delle indagini, però, alla fine ha colpito Ciancimino. Ma lo ha colpito solo quando ha toccato e ha insistito nel cercare di coinvolgere nelle vicende oscure della trattativa anche De Gennaro, ex capo della polizia e oggi diurettore del Dis, il servizio di sicurezza. Non gli avevano detto nulla per le carte a rate, per il papello ritrovato chissà dove, per i sospetti lanciati contro Berlusconi, che il padre mafioso avrebbe addirittura finanziato ai tempi di Milano due, o contro il generale dei carabinieri Mario Mori, sotto processo con l’accusa di avere agevolato la trattativa tra stato e mafia. Lo hanno incriminato, e non potevano fare diversamente, data la prova provata della patacca, solo quando ha inserito, tra i funzionari infedeli, quelli del “quarto livello” appunto, Gianni De Gennaro. I pm hanno dovuto prendere atto degli imbrogli del grande ventriloquo del padre morto. Credeva, spacciando come verità le presunte confidenze di don Vito, di poter andare avanti all’infinito. Ma si era sbagliato. Anche se ancora pochi giorni fa era andato a dispensare perle di saggezza dal palcoscenico messogli a disposizione dal Festival del giornalismo di Perugia: da lì aveva detto di avere consegnato indirettamente 300 mila euro al discusso neoministro Saverio Romano, credendo probabilmente di dare così una mano a quella parte militarizzata della magistratura che tenta in ogni modo di abbattere il governo e l’Arcinemico che lo presiede. Forse è stata l’ultima dichiarazione clamorosa della serie. Forse.
Ciancimino si era fatto beffe, nei giorni scorsi, anche del prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso, che dopo l’intercettazione ambientale con il commercialista sospettato di vicinanza alla ’ndrangheta aveva chiesto per lui la revoca della scorta. La stessa scorta con cui ieri il figlio dell’ex sindaco stava andando a Saint Tropez, in Francia, a trascorrere le vacanze di Pasqua. Caruso era stato lasciato da solo e la scorta era stata riconfermata.
Il rigore delle indagini, però, alla fine ha colpito Ciancimino. Ma lo ha colpito solo quando ha toccato e ha insistito nel cercare di coinvolgere nelle vicende oscure della trattativa anche De Gennaro, ex capo della polizia e oggi diurettore del Dis, il servizio di sicurezza. Non gli avevano detto nulla per le carte a rate, per il papello ritrovato chissà dove, per i sospetti lanciati contro Berlusconi, che il padre mafioso avrebbe addirittura finanziato ai tempi di Milano due, o contro il generale dei carabinieri Mario Mori, sotto processo con l’accusa di avere agevolato la trattativa tra stato e mafia. Lo hanno incriminato, e non potevano fare diversamente, data la prova provata della patacca, solo quando ha inserito, tra i funzionari infedeli, quelli del “quarto livello” appunto, Gianni De Gennaro. I pm hanno dovuto prendere atto degli imbrogli del grande ventriloquo del padre morto. Credeva, spacciando come verità le presunte confidenze di don Vito, di poter andare avanti all’infinito. Ma si era sbagliato. Anche se ancora pochi giorni fa era andato a dispensare perle di saggezza dal palcoscenico messogli a disposizione dal Festival del giornalismo di Perugia: da lì aveva detto di avere consegnato indirettamente 300 mila euro al discusso neoministro Saverio Romano, credendo probabilmente di dare così una mano a quella parte militarizzata della magistratura che tenta in ogni modo di abbattere il governo e l’Arcinemico che lo presiede. Forse è stata l’ultima dichiarazione clamorosa della serie. Forse.
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