Il puzzle di Obama

“Il tempismo dell’operazione che ha portato Petraeus alle dimissioni è inquietante”, dice al Foglio una fonte che conosce i meccanismi della sicurezza nazionale dall’interno e preferisce rimanere anonima. “Per chiunque abbia minimamente a cuore il diritto alla privacy, l’operazione dell’Fbi ha tratti preoccupanti. Poi c’è l’aspetto politico: nel giro di una settimana dalla rielezione, l’Amministrazione Obama si ritrova senza uno degli uomini più legati a Bush. E vedremo cosa succederà al generale Allen. Nella parte democratica di Washington c’è parecchia gente che esulta”. Leggi Fbi maccartista a caccia di generali di Daniele Raineri
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New York. “Il tempismo dell’operazione che ha portato Petraeus alle dimissioni è inquietante”, dice al Foglio una fonte che conosce i meccanismi della sicurezza nazionale dall’interno e preferisce rimanere anonima. “Per chiunque abbia minimamente a cuore il diritto alla privacy, l’operazione dell’Fbi ha tratti preoccupanti. Poi c’è l’aspetto politico: nel giro di una settimana dalla rielezione, l’Amministrazione Obama si ritrova senza uno degli uomini più legati a Bush. E vedremo cosa succederà al generale Allen. Nella parte democratica di Washington c’è parecchia gente che esulta”. Lo scandalo multistrato che dopo David Petraeus ha coinvolto John Allen non può prescindere dal rimpasto di gabinetto al quale sta lavorando Barack Obama. Ieri il Washington Post, solitamente ben informato su quello che pensa il dipartimento della Difesa, ha ventilato per la prima volta l’ipotesi che il senatore John Kerry finisca a dirigere il Pentagono.
Il New York Times, solitamente ben informato su quello che pensa la Casa Bianca, ha scritto che l’ambasciatore all’Onu, Susan Rice, è invece sempre più favorita nella corsa per il dipartimento di stato. Il fatto che Leon Panetta e Hillary Clinton si siano resi disponibili a estendere il loro mandato di qualche mese rispetto al previsto è un elemento a favore di questo assetto: a Rice serve tempo per far dimenticare la disastrosa gestione pubblica dell’attacco di Bengasi – magari insistendo sulle colpe della Cia acefala, e questo si dedurrà anche dalle testimonianze al Congresso che iniziano domani – e Kerry ha bisogno di spazio per studiare un dipartimento innaturale per il suo profilo. L’epica militare di Kerry è del resto uno dei capitoli più pasticciati del suo cursus honorum, e durante la campagna presidenziale del 2004 il valore del soldato Kerry in Vietnam è stato demolito a suon di Swift Boat, medaglie al valore concesse generosamente, attacchi che non erano attacchi, missioni in Cambogia esibite come patenti di ardore e poi ridimensionate con esiti imbarazzanti.
L’apertura di un posto alla Cia è un fattore di debolezza per il presidente rieletto – nessuno vorrebbe trovarsi con la testa dell’intelligence mozzata di netto – ma apre scenari inaspettati per il gabinetto che verrà. Quando Panetta su un aereo per l’Australia risponde “who the hell it knows?” ai cronisti che gli chiedono se è disposto a rimanere altri quattro anni nell’Amministrazione, è il segno che la confusione domina. E molti su quell’aereo hanno pensato: “E se tornasse a dirigere la Cia?”. Vorrebbe tornarsene in California, Panetta, e anche John Brennan, il consigliere antiterrorismo di Obama, vorrebbe ritirarsi, ma c’è una nuova squadra di governo da costruire – anzi, “la” squadra, quella che metterà il sigillo sulla legacy obamiana e non deve preoccuparsi di essere rieletta fra quattro anni – e diverse teste che saltano con un tempismo perfetto. Kerry e Rice sono le prime tessere da inserire nel puzzle.
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