Come nacque l’inquisitio generalis
Quando attraverso il Foglio viene sparata nell’aria mefitica italiana una verità o, se vogliamo essere più sobri, una interpretazione limpida delle cose, contestabile ma controcorrente, la procedura della corporazione giornalistica e del mondo che conta, civile e politico, è quella dell’insabbiamento nel silenzio. Questo dipende anche dal fatto che la natura di questo giornale è raziocinante, e nonostante un certo gusto per il “gesto”, il suo percorso è di battaglia delle idee, non di vetrina della comunicazione truce e banalizzante. Mori Vogliamo i generali - Ferrara Il processo sulla trattativa stato-mafia è una boiata pazzesca - Cerasa Ora parla il generale Mori - Scarica Il saggio di Giovanni Fiandaca
8 AGO 20

Quando attraverso il Foglio viene sparata nell’aria mefitica italiana una verità o, se vogliamo essere più sobri, una interpretazione limpida delle cose, contestabile ma controcorrente, la procedura della corporazione giornalistica e del mondo che conta, civile e politico, è quella dell’insabbiamento nel silenzio. Questo dipende anche dal fatto che la natura di questo giornale è raziocinante, e nonostante un certo gusto per il “gesto”, il suo percorso è di battaglia delle idee, non di vetrina della comunicazione truce e banalizzante. Però, come è avvenuto con la ripubblicazione in ben sette pagine di quotidiano del rigoroso saggio del professor Giovanni Fiandaca, sabato scorso, contro la logica giudiziaria e il contesto ideologico, mediatico e politico del processone sulla cosiddetta “trattativa stato-mafia”, il messaggio passa, e passa alla grande nella coscienza nazionale delle élite, bucando il silenzio precostituito d’ordinanza.
Giovanni Pellegrino ha riletto Fiandaca su Ingroia, detto per semplificare, alla luce della pubblicazione per un più vasto pubblico di quella tremenda ed equilibrata requisitoria contro certi metodi d’indagine e processuali. Lo ha fatto scrivendo un lungo e impegnativo articolo sull’Unità, giornale che esprime un certo pluralismo e che ha ospitato sia le opinioni del pm palermitano sia quelle dei suoi critici, che in gran numero, come nel caso di Fiandaca, si collocano in un’area culturale di sinistra democratica. La faccenda è interessante perché ci consente di dire alcune cose, anche alla luce dell’anticipazione, che potete leggere qui, di alcuni passaggi della dichiarazione spontanea che il generale Mario Mori, l’uomo che nel 1993 arrestò Salvatore Riina e diede il colpo decisivo alla mafia, sta per rendere nel processo intentatogli per l’accusa della mancata cattura, nel 1995, di Bernardo Provenzano (parlerà domani in aula). Nel processo gli è stato addebitato come aggravante il reato che discende dallo stesso articolo del codice, il 338, con il quale la medesima procura di Palermo e i medesimi pm hanno impacchettato politici, carabinieri e mafiosi in un unico processone-monstre che dovrebbe dimostrare, per la testimonianza di un famoso pataccaro come il figlio di Don Vito Ciancimino, la collusione generale dello stato con le cosche. Dimostrazione da farsi, va da sé, in un clima di giustizia sommaria e politica alimentato dai circuiti che nella anticipazione qui sotto sono descritti con nomi e cognomi. Un partito dell’antimafia urlatrice e chiodata di cui si è occupato con serenità e severità anche il professor Fiandaca nella sua ampia analisi di un dibattimento che considera “abnorme”.
Il fatto è che il senatore Pellegrino, già massimo esperto del partito della sinistra italiana in materia giudiziaria, e militante di mille battaglie, comprese quelle garantiste, dice la stessa cosa che ora apre la imminente dichiarazione spontanea del generale Mori. Nel 1992 Milano (inchieste sulla corruzione) fece staffetta con Palermo (inchieste sulla mafia e in particolare i processi ad Andreotti) nel quadro di un disegno che aveva una sua razionalità politica, se non una univoca legittimazione giudiziaria. Caduto il Muro di Berlino, finita la Guerra fredda, una Repubblica dei partiti infestata da fenomeni corruttivi fu messa fuorilegge attraverso un repulisti generale in azione di supplenza politica e civile della magistratura penale. Ma dopo gli anni d’oro o di piombo delle retate e delle accuse più sulfuree avrebbe, dice Pellegrino, dovuto ristabilirsi l’equilibrio. Ciò che non è accaduto perché la vittoria di Berlusconi nel 1994 portò nel sistema un’altra anomalia, l’imprenditore in conflitto di interessi fattosi politico e leader carismatico-personale, con un effetto di bipolarizzazione civile devastante, che ha paralizzato la possibilità di ristabilire l’equilibrio. E finché ci sarà Berlusconi in campo, conclude Pellegrino, le cose non cambieranno.
La questione è di forte attualità, anche politica, perché investe il clima o la retorica della pacificazione, come dicono a Repubblica. Ma ha anche, la questione, un risvolto di principio. E’ vero che la strategia di Berlusconi nella sua difesa di sé e della sua identità di rappresentante di una quota della sovranità popolare è passata, per esempio, per le leggi ad personam e ha generato altri squilibri. Ma, come ricordò un altro grande giurista, oggi saggio nella lista dei riformatori delle istituzioni, il professor Giuseppe Di Federico, quelle leggi furono la risposta a processi ad personam. E allora tutto si tiene. L’anomalia originaria, la giustizia sommaria e politicamente orientata, è l’origine dei nostri mali.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
