Chi paga il conto
A una parte di repubblicani americani il piano di rilancio economico ideato dal presidente, Barack Obama, non va giù. E’ la stessa parte che si era messa di traverso quando al voto c’era il piano Paulson, dell’Amministrazione “amica” di George W. Bush; è la stessa parte che in seguito aveva ostacolato il salvataggio del settore automobilistico di Detroit.

La priorità di Obama è la creazione o il salvataggio di tre milioni di posti di lavoro nei prossimi due anni. Ancora ieri, firmando il decreto presidenziale sul cambiamento climatico e equiparando la dipendenza dal petrolio straniero a un problema “di sicurezza nazionale”, ha ribadito che la nuova rotta ecocompatibile avrà un impatto positivo sul lavoro negli Stati Uniti, soprattutto in quel settore disastrato che è quello delle auto (case automobilistiche e sindacati non ne sono convinti) Il problema è però capire il tempo di reazione allo stimolo economico. Obama teme che nel lungo periodo l’offensiva repubblicana possa avere un effetto negativo non soltanto sui metodi studiati per il rilancio economico, ma anche sul clima bipartisan. Il piano di stimolo da 825 miliardi di dollari arriva oggi alla Camera (il voto è previsto per domani o giovedì) e alle commissioni del Senato. Il voto finale su un testo unico è previsto intorno al 15 febbraio, ma gli esperti dicono che il tempo non aiuta Obama. I mercati continuano a essere instabili e crescono le argomentazioni contro il piano (e il Wall Street Journal ne è la grancassa).
Il pacchetto studiato da Obama prevede investimenti in infrastrutture per due terzi del suo valore e un taglio alle tasse “temporaneo” per il restante terzo. Il Congressional Budget Office (un’agenzia federale che fa da arbitro sulle misure di spesa adottate dal Congresso) sta studiando la destinazione di tutti gli 825 miliardi di dollari previsti dal piano, e le prime stime non sono state incoraggianti, anche se un report completo è previsto entro la fine della settimana. Dei 355 miliardi di dollari che la Camera vuole destinare a investimenti nelle infrastrutture, soltanto 26 miliardi saranno spesi durante questo anno fiscale, 110 entro la fine del 2010 e il resto nel periodo successivo. I 275 miliardi di dollari per il taglio delle tasse e i 200 a sostegno dei disoccupati, del sistema sanitario e delle fasce più basse della popolazione dovrebbero essere iniettati nel sistema in modo più rapido, ma anche i democratici della commissione Finanze del Senato dicono di voler rivedere con attenzione le tempistiche, perché potrebbero essere troppo dilatate. Obama ieri ha sottolineato di nuovo il “senso d’urgenza” cui è ispirata l’azione economica della sua Amministrazione – che coinvolge tutti i settori, compreso quello per ridurre la dipendenza dal petrolio – ma i repubblicani iniziano a non nascondere più il loro il nervosismo. Il Wall Street Journal ieri pubblicava un editoriale che si concludeva così: “Se la primavera e l’estate arrivano e l’economia è ancora in recessione, gli americani cominceranno a chiedere che cosa hanno comprato per 355 miliardi di dollari”.
Da qui parte l’offensiva repubblicana. “Considerando l’ammontare dell’investimento e la sua destinazione, non credo che possa funzionare – ha detto il deputato dell’Ohio a capo dell’opposizione alla Camera John Boehner – Se il piano non cambierà rispetto a quello che c’è oggi, potete pure mettermi nella colonna di chi voterà ‘no’”. Anche John McCain, ex candidato alla Casa Bianca, ha espresso dubbi sullo stimolo obamiano, soffermandosi sul tema più caro al suo partito: il taglio delle tasse. “Dobbiamo rendere il taglio delle tasse permanente”, ha detto domenica, criticando quella parte del pacchetto di stimolo che prevede un taglio, ma solo temporaneo. Per cambiare i comportamenti delle persone e innescare quel circolo virtuoso che dal taglio delle tasse porta a un maggior consumo e a una ripresa economica, la misura fiscale deve essere duratura, dice la teoria economica. Per questo il Wall Street Journal arriva a chiedere una riduzione delle tasse sulle aziende e non solo ai privati, ricordando che è stata la stessa Christina Romer, del team degli economisti alla Casa Bianca, a dimostrare in uno studio all’Università di Berkeley che a ogni dollaro di taglio corrisponde un aumento della produzione pari a tre dollari.
Senza entrare nel merito dei moltiplicatori economici, c’è un altro problema concreto: l’esplosione del deficit per un piano che finora non ha dato frutti. Geithner ha spiegato durante le audizioni di conferma al Senato che la spesa è inevitabile ma che il rilancio permetterà di ripagare il debito oggi contratto. Ma anche lui, secondo molti repubblicani, è parte del problema. Il suo legame con Wall Street – era a capo della Fed di New York quando la crisi è scoppiata – gli impedisce, dicono i suoi detrattori, di occuparsi dei cittadini: vuole salvare le banche, anche se non ha ancora scoperto come. Geithner si è difeso spiegando che il sistema finanziario andava aiutato perché una sua implosione avrebbe avuto ripercussioni ben più negative, ma ha anche detto di voler cambiare le regole cui è ispirato il piano di salvataggio degli istituti di credito. Secondo il New York Times, Geithner ha già messo a punto, in coordinamento con la nuova presidente della Sec (la Consob americana) Mary Shapiro, un nuovo manuale di regolamentazione dei mercati che impone maggiore trasparenza. Ma anche su questo alcuni repubblicani hanno da ridire. Piuttosto che pensare alle regole – dicono – Geithner farebbe bene a non alzare troppo i toni con la politica monetaria della Cina, come invece ha fatto: se i cinesi smettono di comprare debito americano, sarà ben più difficile ripagare il rilancio economico di Obama.