La campagna intontita

Butteri, cinghiali, maremma maiala, molto mare, lunghe spiagge deserte, grandi spazi a cielo aperto, biondi campi di grano, colline di lecci e querceti a vista d’occhio, sciami di zanzare, i 25 casali della SACRA (Società Anonima Capalbio Redenta Agricola) immersi nel verde intorno alla laguna di Burano, e quel paesino aggrappato su una montagnola come un presepe medievale. Capalbio è tutto questo o perlomeno è stato tutto questo.
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I capalbiesi doc e non doc, di antica genìa come Maria Cattaneo e Stella Leonetti, di antichissimo lignaggio come i Caracciolo e la loro erede, Jacaranda Falk Borghese, di genia meno antica ma più costruttiva come Marisa Garito e Claudio Pancheri, genitori della nostra Giovanna, di natali incerti ma sicura fama come Alberto Asor Rosa e mille altri, possono finalmente leggere il loro Bildungsroman, “L’era del cinghiale rosso” (Fazi editore). L’ha scritto in stile epico e radicalchiccherrimo, usando il semplice artificio della confessione in prima persona di Libera, un’adolescente stronza, Giovanna Nuvoletti, che Capalbio e i capalbiesi li conosce come le sue tasche e dopo avere contribuito in prima persona a edificarne il mito, si è divertita a smitizzarli e sbeffeggiarli, raccontandone come un’etologa i vezzi da poveri snob, i lazzi becero-oriented, e l’allegria malinconica del loro strenuo tentativo di resistere alle masse danarose e rumorose di turisti e gitanti.