Segnalo a tutti, domani nel Foglio, un gran dibattito sul fallimento, più che di Maradona, del maradonismo avviato nientemeno che dall'Elefantino (con risposte di Lanfranco Pace e Andrea Marcenaro). E ubi maior, Zeru Tituli cessat. Mi permetto solo un paio di considerazioni, sine ira ac studio.
La prima, non essendo mai stato un fan del diego Diego Armando personaggio, né nella sua mitoligizzazione napoletana né nel suo pauperista argentinismo, non ho mai creduto nel gonfiaggio mediatico della sua avventura da Ct. Resto convinto di questo: Maradona è stato un genio del calcio, nel campo e con la palla tra i piedi (Messi, ammettiamolo, è di una caratura "animalesca" infinitamente inferiore, per esserne davvero l'erede). Ma un genio tutto istinto calcistico, esattamente come quei geni musicali che non conoscono le note, ma creano musica bellissima, o pittori che non conoscono l'accademia, eppure… Per questo non poteva diventare, uscito dal campo, anche un grande Ct, come un Beckenbauer.
Forse per questo ha sbagliato: ha voluto un attacco di talenti individualisti, e ha lasciato fuori l'unico, Milito, capace anche di sacrificarsi per gli altri e confezionare assist. A centrocampo, lasciamo perdere gli assenti, ha lasciato fuori, forse perché come allenatore in campo gli faceva ombra, uno dei pochi fuoriclasse della regia e dell'ordine metafisico in campo, Juan Sebastian Veron. Il risultato è noto. Ma non è il fallimento del genio: è la dimostrazione che Maradona è stato un genio del calcio ma senza conoscerlo, il calcio. D'istinto. O come direbbe Scajola, a sua insaputa.
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