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Volti meravigliosi

Sono morti in 4.414 in Iraq. I loro volti sono qui, vale la pena ricordarli ora che gli Stati Uniti iniziano il ritiro. Molti di loro erano latinos, ispanici, e sono le storie più incredibili. Come Alex Jimenez. Due anni venne fu rapito in Iraq e chiedemmo all’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, di esporne in municipio le fotografie. Davanti alla sua casa a Lawrence, in Massachusetts, il padre appese la foto del figlio, con scritto “Hope”, speranza, orgoglioso di “coloro che hanno servito il paese”. Il marine Josè Gutierrez fu il primo soldato a essere ucciso in Iraq, nel 2003. Si era fatto a piedi dal Guatemala alla California, saltando di treno in treno. Aveva vissuto da homeless e clandestino il sogno americano. Dopo la leva militare, Josè voleva intraprendere gli studi di architettura. S’era arruolato nei marines per dimostrare, ha raccontato il fratello, “la propria gratitudine all’America”. Qualche idiota di giornalista in Italia ha scritto che lo facevano soltanto per la cittadinanza. Li hanno chiamati spregevolmente “cittadini postumi”. Jesus Suarez veniva da Tijuana, davanti alla sua casa a Costa Mesa in California, la madre ha piantato con orgoglio bandierine a stelle e strisce. “Mamma, che Dio ti benedica”, aveva scritto nell’ultima lettera. Quando Jimenez venne rapito dai tagliagole in Iraq, uscì la notizia che la moglie era clandestina negli Stati Uniti. Le concessero la “green card”. Il minimo per la moglie di un eroe. Un centinaio di militari americani sono diventati cittadini soltanto dopo essere morti in Iraq. E’ gente che è morta per l’America anche se non era ancora la loro patria. Celebre è rimasta la frase del kazako Alexandr Manin, arruolato dopo l’11 settembre. “Non sarei mai andato a combattere per l’Armata Rossa in Afghanistan, ma sono pronto a morire per la libertà dell’America”. Riayen Tejada, padre di due bambine, immigrato da Santo Domingo, fu ucciso a Baghdad benché ancora non naturalizzato. O come Rafael Peralta. Bush lesse alla nazione la lettera che Peralta spedì al fratello dall’Iraq prima di saltare su una bomba: “Sii orgoglioso di essere americano”. Sono volti di soldati immortali. Perché come ha scritto il grande storico Victor Davis Hanson, “una civiltà è vinta o persa da coloro che si battono per proteggerla e giudichiamo se ne valga la pena in base alla gratitudine offerta ai propri soldati da coloro che sono stati salvati”. Come Bill Millin, che con la sua cornamusa accompagnava il D-Day.

di Giulio Meotti

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