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Le lepri di Claude Lanzmann

Per il suo capolavoro “Shoah”, considerato il più importante documento visivo sullo sterminio degli ebrei, uscito nel 1985 dopo undici anni di ricerche, Claude Lanzmann non aveva usato una sola immagine o filmato di repertorio sui campi di concentramento, nessuna delle cataste umane riprese dai cineasti americani alla fine della guerra. Perché, ha detto il regista e scrittore francese, “l’immagine uccide l’immaginazione”. Quel film è piuttosto l’immersione nel “come” si arrivò alla Shoah, che Lanzmann chiama “la cosa”, attraverso interviste a sopravvissuti, esecutori materiali e testimoni. Questo libro "La lepre di Patagonia", è la stenografia della realizzazione di “Shoah”, un viaggio intimo e affascinante all’interno del capolavoro di Lanzmann. Direttore da vent’anni della celebre rivista “Les temps modernes”, fondata dagli amici J. P. Sartre e dalla compagna Simone de Beauvoir, figlio di un resistente antinazista, Lanzmann apre così questo libro: “La ghigliottina – o più in generale la pena capitale e i diversi modi di somministrare la morte – è stata la più grande questione della mia vita”. “Ancora oggi non riesco a guardare il ritratto di quei tre bei volti pensosi senza che le lacrime mi salgano agli occhi: la serietà, la gravità, la determinazione, la forza spirituale, il coraggio inaudito della solitudine che ciascuno di essi emana proclamano con ogni evidenza che si tratta della parte migliore e più onorevole della Germania, e dell’umanità intera”, scrive magnificamente dei tre studenti della Rosa Bianca messi a morte dal nazismo. PoiLanzmann chiede: “Per quale motivo le immagini atroci della messa a morte degli ostaggi perpetrata  sotto la legge islamica in Iraq o in Afghanistan ci sono state nascoste?”. Qui Lanzmann spezza uno dei tabù post 11 settembre, la sparizione, dai giornali e dalle televisioni, delle vittime della barbarie islamista, dai corpi lanciati dalle Torri gemelle ai tanti Nick Berg macellati in Iraq. E’ solo uno dei molti giudizi sull’attualità che vanno a impreziosire l’autobiografia. Nel libro Lanzmann passa in rassegna gli anni della guerra, la Resistenza con i comunisti, il Dopoguerra da lettore all’Università di Berlino, l’incontro con Sartre, la relazione con Simone de Beauvoir, le lotte anticoloniali in Algeria, i soggiorni in Israele per girare il primo film, “Pourquoi Israël”, gli incontri con Menachem Begin e Ben Gurion. Le sue memorie ci regalano l’incontro con le figure rese eterne da “Shoah”, come il “barbiere di Treblinka” Abraham Bomba e il “bambino cantore” Simon Srebnik, che nel lager di Chelmno i nazisti tenevano in vita perché cantasse arie tedesche. Si scopre che Lanzmann scelse di chiamarla “Shoah”, e non più comunemente “Olocausto”, “perché, non conoscendo l’ebraico, non ne comprendevo il senso”. Come meglio evocare un evento oscuro che si mangiò le vite di milioni di esseri umani? Il libro rende onore poi all’eccezionalità dell’esercito d’Israele, a cui Lanzmann ha dedicato un altro film. “Tsahal non è un esercito come tutti gli altri” e i soldati ebrei “non hanno la violenza nel sangue, e il privilegio accordato alla vita, che fa della salvaguardia di quest’ultima un principio fondamentale, è all’origine delle tattiche militari caratteristiche di questo esercito e di nessun altro. Questa scelta della vita contro il nulla non ha impedito ai combattenti ebrei di accettare, in ciascuna delle guerre che hanno combattuto, i più grandi sacrifici, compreso quando necessario quello estremo”. Il titolo del libro si riferisce alla lepre che sfila attorno al filo spinato di Birkenau in una delle riprese di “Shoah”. Al regista piace pensare che le anime degli ebrei uccisi abbiano scelto quelle lepri per reincarnarsi.


di Giulio Meotti

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