"In questa guerra, la sola arma di cui dispongono i palestinesi è il terrorismo. È un’arma terribile ma i poveri e gli oppressi non ne hanno altre. Il principio del terrorismo è il seguente: bisogna uccidere"
Jean-Paul Sartre sulla strage di israeliani alle Olimpiadi del 1972
Un genocidio dimenticato e negato, il primo del XX secolo, riportato alla luce da una storica risoluzione statunitense che riconosce la natura di “genocidio” del massacro degli armeni tra il 1915 e il 1916. Fu l’"assassinio di una nazione", come ebbe a definirlo l’allora ambasciatore americano a Costantinopoli, Morghentau. Gli italiani dovrebbero averne particolare memoria, perché fu Giacomo Gorrini, console italiano a Trebisonda, a raccontare che migliaia di armeni morirono su enormi barconi fatti affondare al largo della città. Centinaia di persone incatenate, vive o morte, gettate nell’Eufrate. A seconda delle stime, ci furono tra 600 mila e 1 milione 500 mila vittime. I sopravvissuti furono ridotti in schiavitù e obbligati a convertirsi all’islam. Il libro a mio avviso più bello è di Edgar Hilsenrath, scrittore ebreo sopravvissuto all’Olocausto, autore di “La fiaba dell’ultimo pensiero” dove racconta la storia dimenticata del Metz Yeghérn, il Grande Male, lo sterminio del 1915. Le orde fanatiche dei musulmani si gettarono sopra i cristiani di oriente, sopra i figli della nazione armena, cattolici e scismatici, portando tra di loro la strage e la morte. Scopo finale era quello di sradicare il cristianesimo dall’impero della mezzaluna. Gli armeni inermi vennero sgozzati barbaramente, in gran numero. Non trovavano aiuto da nessuna parte, non ricevevano soccorso. Le potenze europee non se ne curavano. Oggi l'Europa deve fare i conti con il Grande Male se vuole capire il cuore di tenebra della Turchia. Il meccanismo della "soluzione finale armena" era impeccabile. Prima toccava agli uomini, raggruppati, deportati e uccisi. Poi le donne, i vecchi, i bambini, avviati versi i campi della morte nel deserto siriano. Gli scampati fuggirono per il mondo, in una diaspora ignorata. Non sazia del genocidio, la Turchia nel 1942 impose una spietata legge tributaria ai cittadini turchi non musulmani - greci, armeni ed ebrei - una tassa straordinaria talmente elevata che molti non furono in grado di pagarla. Chi non pagò fu deportato sui monti di Erzurum, capitale dell’Anatolia orientale, a duemila metri di altitudine. E lì, in pieno inverno, venne costretto a spalar neve nel gelo. Morirono a centinaia di freddo e fatica. Ci furono gli armeni sgozzati a Ak-Hissar, le barbare esecuzioni a Bitlis, a Sasun, a Trebisonda, a Erzurum, la speciale pulizia etnica riservata alla Cilicia, lo sterminio di massa nell'Anatolia, il massacro di madri e figli nel cortile della scuola tedesca di Aleppo, gli orfani rifugiati nel Caucaso e buttati nei fiumi come inermi palloncini. Lungo è l'elenco di questa anticipata Shoah. Vergogna che non si abbia ancora il coraggio di gridarne la verità.

Durante la settimana del boicottaggio universitario di Israele, a Gerusalemme è stato esposto al pubblico il manoscritto originale della teoria della relatività di Einstein presso l'Accademia israeliana delle scienze, boicottata in questi anni assieme a molte altre facoltà israeliane. E' la prima volta che il manoscritto è esposto al pubblico nella sua totalità e fu donato da Einstein all'Università ebraica di Gerusalemme. Un consiglio per gli odiosi boicottatori e i perfidi fanatici: adesso boicottate Einstein (nella foto con quel "criminale di guerra" di David Ben Gurion).
In Nigeria, il giorno dopo il massacro che ha lasciato a terra centinaia di cristiani uccisi, hanno trovato anche molti corpi di bambini assassinati a colpi di machete. Il più piccolo aveva tre mesi. Il villaggio di Zot a maggioranza cristiano non esiste più. La miglior analisi è questa.
Tutte le anime belle che si cospargono il capo di cenere per la "discriminazione della donna in occidente", dovrebbero gettare uno sguardo su quel che accade alla donna nell'islam. In Palestina c'è un boom di delitti d'onore e Hamas ha eliminato i diritti ereditari della donna. Senza andare troppo lontano, a Londra, una politica laburista islamica è costretta a velarsi a causa delle minacce di morte. In Italia ci sono migliaia di donne musulmane infibulate, che hanno subito la mutilazione genitale. In Arabia Saudita una donna è stata frustata 300 volte. La sua "colpa" è aver sporto denuncia senza essere accompagnata da un uomo. Milioni di donne musulmane, oltre che del fanatismo, sono vittime del relativismo culturale dell'occidente che, in nome del "rispetto" e della "tolleranza", le rinchiude in una gabbia multiculturale in cui la cultura dell'odio si alimenta. Le donne musulmane sono vittime della sciocca, gaia, stupida frivolezza dell'8 marzo. La miglior festa della donna l'hanno celebrata le militanti francesi di "Ni putes ni soumises". A Parigi hanno coperto con un burqa una statua di place de la République. Testimone muta della barbarie.
Mentre in Italia si discute di liste e decreti salva-elezioni, in Iraq a milioni ieri sono scesi per strada a votare. Nonostante dozzine di morti e la minaccia di al Qaida di far scorrere sangue, le file ai seggi elettorali, obiettivo prelibato dei cannibali terroristi, erano comunque lunghissime. Quanti occidentali avrebbero votato in quelle condizioni? Quanti sarebbero scesi per strada, mentre i kamikaze segnavano la giornata elettorale? Il perché dell'Iraq sta in questa domanda.
Il genocidio armeno, al centro del caso diplomatico fra Washington e Ankara, fu un salasso islamico gigantesco, un jihad ai danni dei cristiani mai sottomessi dai califfi, e in quest’ottica andrebbe studiato. Lo stato turco continua a negare il genocidio degli armeni, che ha ispirato, fra l’altro, la "soluzione finale" di Hitler (“Chi si ricorda del genocidio armeno?”, diceva cinicamente Hitler). Ho molta simpatia per gli armeni, per la loro terra lontana situata ai margini settentrionali dell’Impero arabo omayyade, terra che sfuggì alla sorte degli ebrei palestinesi e dei cristiani d’Oriente, i quali, dal VII al X secolo, furono travolti e annientati dalle ripetute invasioni e dai conflitti interni al dār al-islām. In questa lontana provincia, spesso teatro di ribellioni, la dominazione arabo-islamica non riuscì a insediarsi stabilmente. I turchi non avrebbero dimenticato. Il genocidio degli armeni fu una combinazione di massacri, deportazioni e riduzioni in schiavitù. Nelle regioni dell’Armenia centrale, tutti i maschi dai dodici anni in su furono oggetto di uno sterminio collettivo, che li vide freddati a colpi di arma da fuoco, annegati, gettati nei burroni o vittime di altri supplizi. In ogni città e in ogni villaggio che attraversavano, gli armeni, ammassati davanti alla prefettura, erano esposti ai cittadini islamici, gli unici autorizzati a scegliere degli schiavi tra loro. Come spiega Bat Ye'or, "il genocidio degli armeni fu un jihād". Oggi Ankara minaccia sistematicamente rappresaglie o esercita pressioni verso gli stati, anche amici, che si avviano verso un riconoscimento ufficiale del genocidio armeno. Nel gennaio del 2007, il direttore del settimanale armeno «Agos», Hrant Dink, è stato assassinato perché con il suo agire, coraggioso, generoso e illuminato, disturbava sia gli islamici radicali che i nazionalisti turchi, i quali, temendo che riuscisse a migliorare i rapporti tra armeni e turchi, lo consideravano una grave minaccia alle loro fantasiose teorie circa un presunto "complotto armeno contro l’islam e la Turchia". Al pari dei nazsti hitleriani persecutori della razza ebraica, anche il Partito nazionalista dei Giovani Turchi trattò la minoranza armena, ma anche quella greca, alla stregua di categorie etnico-religiose "indegne" di vivere. Una Turchia che nega il salasso armeno è indegna di entrare in Europa. Non dimenticate il nome di Hrant Dink.
Storia fotografica di come al Cairo, punta avanzata della cultura araba, le tenebre si siano fatte strada. Qui il link.
Università del Cairo, 1959. Nessuna ragazza è velata
Università del Cairo, 1978. Nessuna ragazza è velata
Università del Cairo, 1995. Qualche ragazza è velata.
Università del Cairo, 2004. Tutte le ragazze sono velate.
I talebani bruciano la bellezza con l’acido, alcuni italiani la ricostruiscono