Gli hanno dato del "razzista" e dell'"islamofobo", in uno dei templi della cultura anglosassone. All’ultimo minuto, la lezione del grande storico israeliano Benny Morris a Cambridge è saltata su pressione musulmana. "In varie occasioni, Morris ha manifestato sentimenti islamofobi e razzisti nei confronti di arabi e musulmani", recita l'editto islamico con cui è stata fatta pressione perché l'ateneo annullasse il suo intervento. Proprio a Cambridge, nel 2008 il giornalista Abd al-Bari Atwan giustificò l’attacco alla scuola ebraica Mercaz Harav di Gerusalemme (otto morti, i genitori degli studenti uccisi parlano in Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d'Israele). Benvenuti in Eurabia.
La grande storica svizzera Bat Ye'Or ha parlato all'Università di Gerusalemme. Il significato della sua lezione è che "la strategia antisraeliana dell'Europa finirà col distruggere l'Europa stessa".
Per il suo capolavoro “Shoah”, considerato il più importante documento visivo sullo sterminio degli ebrei, uscito nel 1985 dopo undici anni di ricerche, Claude Lanzmann non aveva usato una sola immagine o filmato di repertorio sui campi di concentramento, nessuna delle cataste umane riprese dai cineasti americani alla fine della guerra. Perché, ha detto il regista e scrittore francese, “l’immagine uccide l’immaginazione”. Quel film è piuttosto l’immersione nel “come” si arrivò alla Shoah, che Lanzmann chiama “la cosa”, attraverso interviste a sopravvissuti, esecutori materiali e testimoni. Questo libro "La lepre di Patagonia", è la stenografia della realizzazione di “Shoah”, un viaggio intimo e affascinante all’interno del capolavoro di Lanzmann. Direttore da vent’anni della celebre rivista “Les temps modernes”, fondata dagli amici J. P. Sartre e dalla compagna Simone de Beauvoir, figlio di un resistente antinazista, Lanzmann apre così questo libro: “La ghigliottina – o più in generale la pena capitale e i diversi modi di somministrare la morte – è stata la più grande questione della mia vita”. “Ancora oggi non riesco a guardare il ritratto di quei tre bei volti pensosi senza che le lacrime mi salgano agli occhi: la serietà, la gravità, la determinazione, la forza spirituale, il coraggio inaudito della solitudine che ciascuno di essi emana proclamano con ogni evidenza che si tratta della parte migliore e più onorevole della Germania, e dell’umanità intera”, scrive magnificamente dei tre studenti della Rosa Bianca messi a morte dal nazismo. PoiLanzmann chiede: “Per quale motivo le immagini atroci della messa a morte degli ostaggi perpetrata sotto la legge islamica in Iraq o in Afghanistan ci sono state nascoste?”. Qui Lanzmann spezza uno dei tabù post 11 settembre, la sparizione, dai giornali e dalle televisioni, delle vittime della barbarie islamista, dai corpi lanciati dalle Torri gemelle ai tanti Nick Berg macellati in Iraq. E’ solo uno dei molti giudizi sull’attualità che vanno a impreziosire l’autobiografia. Nel libro Lanzmann passa in rassegna gli anni della guerra, la Resistenza con i comunisti, il Dopoguerra da lettore all’Università di Berlino, l’incontro con Sartre, la relazione con Simone de Beauvoir, le lotte anticoloniali in Algeria, i soggiorni in Israele per girare il primo film, “Pourquoi Israël”, gli incontri con Menachem Begin e Ben Gurion. Le sue memorie ci regalano l’incontro con le figure rese eterne da “Shoah”, come il “barbiere di Treblinka” Abraham Bomba e il “bambino cantore” Simon Srebnik, che nel lager di Chelmno i nazisti tenevano in vita perché cantasse arie tedesche. Si scopre che Lanzmann scelse di chiamarla “Shoah”, e non più comunemente “Olocausto”, “perché, non conoscendo l’ebraico, non ne comprendevo il senso”. Come meglio evocare un evento oscuro che si mangiò le vite di milioni di esseri umani? Il libro rende onore poi all’eccezionalità dell’esercito d’Israele, a cui Lanzmann ha dedicato un altro film. “Tsahal non è un esercito come tutti gli altri” e i soldati ebrei “non hanno la violenza nel sangue, e il privilegio accordato alla vita, che fa della salvaguardia di quest’ultima un principio fondamentale, è all’origine delle tattiche militari caratteristiche di questo esercito e di nessun altro. Questa scelta della vita contro il nulla non ha impedito ai combattenti ebrei di accettare, in ciascuna delle guerre che hanno combattuto, i più grandi sacrifici, compreso quando necessario quello estremo”. Il titolo del libro si riferisce alla lepre che sfila attorno al filo spinato di Birkenau in una delle riprese di “Shoah”. Al regista piace pensare che le anime degli ebrei uccisi abbiano scelto quelle lepri per reincarnarsi.
Il Secolo d'Italia su Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d'Israele.
Era la prima volta che a un premier italiano veniva consentita la possibilità di parlare alla Knesset, il Parlamento d'Israele.
"L'amicizia dell'Italia per Israele è franca, aperta e reciproca, non è solo vicinanza verbale, non è solo diplomazia, è un moto dell'anima e viene dal cuore (...) Questo Parlamento rappresenta la più straordinaria vicenda del Novecento. Questo Parlamento testimonia la nascita nel 1948 di uno Stato Ebraico, libero e democratico che raccolse finalmente, dopo l'orrenda esperienza della Shoah, cittadini del mondo che parlavano tutte le lingue e che accorsero da ogni angolo del mondo. Voi rappresentate ideali che sono universali, siete il più grande esempio, se non l'unico, di democrazia e di libertà nel Medio Oriente, un esempio che ha radici profonde nella Bibbia e nell'ideale sionista (...) Oggi, la sicurezza di Israele nei suoi confini e il suo diritto di esistere come Stato ebraico, sono per noi una scelta etica e un imperativo morale contro ogni ritorno dell'antisemitismo e del negazionismo e contro la perdita di memoria dell'Occidente (...) Sono fiero di ricordare in questa solenne occasione che l'Italia seppe reagire con un grande 'Israel Day' di solidarietà e di amore quando le bombe umane seminavano morte ad Haifa, a Tel Aviv, a Gerusalemme sui vostri autobus, nei vostri luoghi di ritrovo, nelle vostre feste nuziali, nelle vostre cerimonie religiose (...) I liberali di ogni parte del globo vedono nel vostro Paese il simbolo positivo, doloroso e orgoglioso di una grande storia che parla di amore, di liberta', di giustizia, di ribellione al male e noi, liberali di tutto il mondo, vi ringraziamo per il fatto stesso di esistere. Noi siamo uniti nella difesa della democrazia libera dal fanatismo, dal pregiudizio, dalla superstizione, dall'uso della violenza strumentalizzando il nome di Dio. A questa battaglia ci spinge la consapevolezza che ogni uomo e ogni donna nel mondo, quale che sia il loro credo, il loro colore, la loro etnia, ambiscono alla liberta. Israele e' davvero il simbolo di questa possibilita' di essere liberi e di far vivere la democrazia anche al di fuori dei confini dell'Occidente, ed e' proprio per questo che risulta una presenza intollerabile per i fanatici di tutto il mondo".
Anche il Corriere della sera, saccheggiando senza mai citare un lungo articolo di tre settimane per il Wall Street Journal, elenca gli affari italiani a Teheran.
L'asse Roma-Teheran sarà al centro dei colloqui fra Berlusconi e Natanyahu. Ne parla anche il Jerusalem Post.
Intervista all'ex ambasciatore americano all'Onu, John Bolton. Sull'Iran, Israele, Obama e la "war on terror".
Il Wall Street Journal torna sulle relazioni fra l'Italia, la Germania e l'Iran, citando l'inchiesta sull'"asse Roma-Tehran".
Una bella recensione a Non smetteremo di danzare apparsa su un blog.
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Sugli ebrei morti nella shoah siamo quasi tutti d'accordo, almeno in occidente. A prevalere è il sentimento del cordoglio e il rifiuto dell'orrore nazista. Tutto bene, dunque? Non proprio. C'è qualche considerazione ulteriore da fare. Primo, che questo atteggiamento non è poi così universale come si potrebbe pensare. Infatti, illuminati governanti come l'iraniano Ahmadinejad non si vergognano di esprimere apertamente il proprio anti-semitismo. Secondo, che perfino l'Onu è pronto ad ascoltare più Ahmadinejad che Israele. Terzo, che l'Onu fa così anche perché le menti più illuminate dell'occidente si sono convertite da tempo in massa al dogma filo-palestinese. Quarto, che va diffondendosi il negazionismo, ideologia secondo cui la shoah non è mai esistita. Quinto, che l'insieme di tutto questo porta ormai troppa gente ad accettare tranquillamente l'accostamento folle tra gli ebrei e i nazisti, e tra lo Stato ebraico e l'"Apartheid". Per tutti questi motivi, è degno di nota un libro che più che un libro è un'orazione civile: Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d'Israele, di Giulio Meotti (Lindau). Protagonisti assoluti, gli israeliani uccisi dal terrorismo islamico e gli israeliani vivi, i loro parenti e amici, gli unici che ancora li ricordano e li piangono. Infatti, almeno nel giorno della memoria, ricordiamoci una triste verità: tutto il mondo piange le vittime palestinesi, mentre quasi nessuno piange quelle israeliane. Nomi e cognomi, storie, vite stroncate dal terrorismo islamico. E già che ci siamo, ricordiamoci anche un'altra cosa: se è vero che Israele rappresenta l'unica propaggine dell'occidente in medio-oriente, allora quelli non sono solo i morti degli israeliani. Sono anche i nostri.